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CANTONE
28.03.19 - 15:090
Aggiornamento : 16:36

«Voleva fargli capire che in carcere non comanda lui»

La procuratrice pubblica Pamela Pedretti chiede pene comprese tra tre e otto mesi da espiare per i protagonisti della rissa alla Stampa

LUGANO - «Quello che inizialmente era un diverbio tra due detenuti, si è ben presto trasformato in una rissa in cui tutti e otto hanno attivamente preso parte. Chi gettandosi nella mischia, chi sferrando pugni o calci». Così la procuratrice pubblica Pamela Pedretti, che chiede pene comprese tra tre e otto mesi da espiare nei confronti degli imputati a processo per la rissa avvenuta lo scorso 23 giugno tra le mura del penitenziario cantonale.

La prima scintilla è stata, a mente dell’accusa, «una discussione senza senso»: uno di loro era intervenuto per riprendere un detenuto che si era messo a gridare al mattino presto. Un rimprovero che, secondo quanto riferito da un agente di custodia, sarebbe avvenuto senza aggressività. Ma che dall’altro - albanese di 31 anni - sarebbe stato percepito come un affronto. «E quindi per lui non era finita lì, voleva fare capire all’altro che in carcere non comanda lui» afferma la procuratrice. Ed è per i due protagonisti del diverbio che chiede la pena più alta di otto mesi da espiare.

La questione è degenerata un’ora dopo, quando il 31enne «è andato a prendere rinforzi». E - lo dice ancora l’accusa - «fortunatamente la rissa non ha avuto conseguenze più gravi». Nel fatto, lo ricordiamo, era rimasto ferito un trentenne di origine ucraina. «È grave anche la colpa di chi fa proprio un litigio che non lo riguarda» sottolinea, chiedendo sei mesi da espiare per cinque degli imputati. E tre per l’ucraino: «Ha avuto la peggio, ma non è esente da colpa».

Due imputati si trovano in carcere per il delitto di via Odescalchi a Chiasso, gli altri sei per spaccio di droga. «Non ci aspettavamo di ritrovarli tanto presto in un aula di tribunale» afferma Pedretti. «Sembra che non abbiano tratto nessun insegnamento dai processi precedenti».

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