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18.08.19 - 17:300
Aggiornamento : 21:04

«Eccome se il Bruce Lee del film di Tarantino è razzista»

Lo sostiene la leggenda del basket, e allievo dell'artista marziale, Kareem Abdul-Jabbar: «Non era uno sbruffone, la sua prima regola era: non combattere»

LOS ANGELES - Arrogante, manesco, dall'accento cinese macchiettistico e - in generale - decisamente ridicolo. Bruce Lee dall'ultima pellicola di Quentin Tarantino “C'era una volta a... Hollywood" non ne esce proprio benissimo. 

Se n'è accorta per prima la figlia del compianto artista marziale Laura Lee che ha scelto il canale dei media per lamentarsi del fatto che, suo papà, in realtà non era affatto così. Accuse rispedite alla mittente dallo stesso Tarantino che ha difeso a spada tratta la sua rappresentazione.

L'ultima parola sulla vicenda è quella della leggenda del basket e dei Lakers, Kareem Abdul-Jabbar che era amico e allievo di Lee e con lui aveva recitato anche nel suo ultimissimo film, il postumo "L'ultimo combattimento di Chen" del 1978.

«Non è facile per me prendere posizione sull'argomento», ha scritto Abdul-Jabbar in un editoriale sul Hollywood Reporter, «sono un fan tarantiniano di lunga data ma per me Bruce è stato un insegnante e un amico. Grazie a quello che ho imparato da lui ho potuto giocare per 20 anni in NBA senza infortunarmi praticamente mai».

Secondo lui il ritratto di Lee del film «mostra una chiara incomprensione culturale», aggiungendo: «Se un regista vuole rappresentare una figura realmente esistita dovrebbe almeno tentare di essere il più veritiero possibile. Qui invece Bruce viene dipinto come un pessimo professionista e un pessimo essere umano, oltre che una macchietta razzista: lui che ha dedicato la vita tentando di cambiare l'immagine stereotipata che Hollywood dà degli asiatici».

E per quanto riguarda la spacconaggine e il fatto di essere un manesco? «Andavo in giro costantemente con Bruce e non avete idea di quanta gente veniva a sfidarlo, lui declinava sempre in maniera educata. La regola del suo "Fight Club" era: non combattere. Sapeva chi era e non aveva nessun motivo di dimostrarlo a nessuno. La vera lotta, lui ne era cosciente, non era sul ring ma passava per l'accettazione socio-culturale».

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