LUGANO
06.05.19 - 08:300
Aggiornamento : 15:00

Noi che vogliamo sognare: e in classe ci portiamo i robot

La rivoluzione di Paola Mattioli e Valeria Cagnina, donne anticonformiste sul palco del Visionary day: la tecnologia ovunque, e in aula anzitutto, perché «il miglior modo d’imparare è divertendosi»

 

LUGANO - Il primo robot, Valeria se l’è costruito a 11 anni. Giura che «passavo ogni momento libero con Arduino, la sera non volevo mai andare a dormire».

Paola invece aveva già due lauree e un lavoro, docente di cinese per bambini. Ne comprò uno piccolo, lo assemblò nelle ore libere; il giorno dopo era lì che ci giocava per i corridoi con i suoi alunni. «Perché imparare piangendo ciò che si può imparare ridendo», ripete come non ci fosse punto di domanda.

Sarà per questo che non si trova una fotografia in cui sia seria, compassata; “maestra” nel modo in cui ci si aspetta. Anche lei, al pari di Valeria, segue un obiettivo: trasformare i metodi di insegnamento, rendere l’apprendimento divertente e creativo. Sfruttare la tecnologia per catturare l’interesse degli alunni nativi digitali, senza supponenza e il pregiudizio che sia solo uno sciocco passatempo.

Visionarie in due modi differenti e audaci, precursori: l’una dei tempi, l’altra dell’età che la vorrebbe sui banchi invece che in cattedra. E infatti, a ben vedere, non è lì che sta. Piuttosto sul palco, tra un premio da ricevere e un invito a raccontare di se stessa. «Dove mi chiamano, io vado».

Come quello di Palazzo dei Congressi a Lugano, che il 18 settembre vedrà entrambe ospiti del primo Visionary Day del Canton Ticino. C’è da scommettere che sarà un incontro di spiriti, fra donne senza preconcetti; refrattarie ai ruoli e alle divisioni di genere, dove scienza e innovazione sono tutto fuorché femmine. A separarle, se mai, ci sono le generazioni. Per il resto, coltivano comuni ideali: Paola Mattioli da anni a Roma, Valeria Cagnina ad Alessandria nella scuola che ha fondato con Francesco Baldassarre. Aveva sedici anni, l’anno prima era stata ammessa ai corsi di robotica del Mit di Boston.

Oggi ne ha 18 ed è già una delle cinquanta donne italiane più influenti nel mondo del tech, la più giovane nella classifica Ispiring Fifty, una delle cento Under 30 che rivoluzioneranno il Paese secondo Forbes. «Nulla è impossibile». Non fa lezioni, ma incontri; non ha studenti, ma dreamer; non è insegnante, ma mentor e in classe, per così dire, si entra tutti senza scarpe, si tratti di ragazzi o di gente in carriera ai team building aziendali.

Una rivoluzione, come quella avviata da Paola, quando però tentare di cambiar le cose era una battaglia. Cominciò a rifuggire i banchi anzitutto: troppo immobili, troppo ordinati per chi ha bisogno di sentirsi libero. Piano piano ha scardinato un sistema, con la semplicità di chi non inventa nulla, ma elimina, seleziona, sostituisce. Toglie le sedie, porta gli iPad; usa le app per un apprendimento interattivo e costruttivo, celebrando ciò che dalle istituzioni è considerato, ancora troppo spesso, poco serio.

Lei lo sa, lo ribadisce: «Il miglior modo di imparare è divertendosi». Basta barriere, rigidità controproducenti. Lo si intuisce già da come parla. Tre anni fa, speaker ai TedX, disse testuale, senza scegliere parole più finte e raffinate: «La tecnologia mi piace uno sproposito».

Non ha buttato tutto, del passato troppo inutile. È rimasta «50% carta 50% robot»; ha preso il buono di quello che c’era e di ciò che non ancora e ha trovato un trait d’union. Ha offerto la sua interpretazione di “gamification”: solo una definizione di quelle necessarie a rendere più comprensibile, magari accettabile, ciò che è guardato con sospetto. Intanto, però, si guadagna le platee.

Nella pagina dell’evento sono già presentati alcuni dei relatori che interverranno.

Fino al 31 maggio è possibile acquistare il biglietto “Early Bird”.

È possibile seguire anche l’evento anche attraverso la pagina Facebook

Paola Mattioli
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