Cerca e trova immobili

ATEDLeadership tra Intelligenza Emotiva e AI

26.03.24 - 07:59
Intervista con Paola Lazzarini, Consulente e Formatrice, docente del corso in Digital Collaboration Specialist di ated.
Ated
Fonte ated
Leadership tra Intelligenza Emotiva e AI

NEWSBLOG
Rubriche argomentali a pagamento curate da aziende e inserzionisti esterni

Intervista con Paola Lazzarini, Consulente e Formatrice, docente del corso in Digital Collaboration Specialist di ated.

L’intelligenza emotiva è una componente e prerogativa sempre più richiesta ai leader che si trovano a gestire gruppi di lavoro, spesso dislocati su più Paesi e mercati con modalità di lavoro agili e ibride. Ma per capire meglio su quali presupposti si fonda oggi, abbiamo intervistato Paola Lazzarini, docente del modulo di Leadership nell’ambito del Corso in Digital Collaboration Specialist, organizzato da ated e Formati Academy.

Lazzarini, dopo una laurea con il massimo dei voti in Marketing e Business Strategy, ha sviluppato il suo percorso professionale nel training, nella consulenza e nei processi di pianificazione strategica. Oggi è Training Manager e Business Consultant, occupandosi di sviluppare progetti formativi e consulenziali nei settori afferenti a strategia, marketing e digital strategy, sviluppo organizzativo e management, customer care. È in uscita il 5 di aprile un suo nuovo libro dal titolo “La grande D. Come la leadership femminile trasforma le organizzazioni”, con Prefazione di Maurizia Cacciatori, edito da LUISS.

Signora Lazzarini, se dovessimo tracciare l’identikit del leader o della leader di oggi, quali sono le abilità e competenze che devono essere maggiormente presenti?
«Questa è una domanda molto interessante e dalle implicazioni molteplici. Per capire il presente e guardare fiduciosi al futuro, l’apertura mentale e organizzativa, fondata su trasparenza, condivisione di informazioni ed esperienze con gli stakeholder aziendali dovrebbe essere una conditio sine qua non per ogni manager. Ciò significa ripensare l’organizzazione e lo stile gestionale in un’ottica di adattamento continuo ai mutamenti dell’ambiente senza perdere visione strategica e capacità competitiva. Nel contesto attuale, caratterizzato da due grandi transizioni (digitale e sostenibile), l’Open Manager è una figura indispensabile per generare e gestire processi di innovazione. Un manager inclusivo all’interno e aperto verso le novità e le opportunità che arrivano dall’esterno. L’espressione migliore di leadership è quindi quella che favorisce un’osmosi di competenze trasversali e complementari, di esperienze e professionalità, coltivando idee e progettualità e valorizzando le divergenze. In che modo questo è possibile? Favorendo la sperimentazione, valorizzando l’intelligenza (emotiva e non solo) dei collaboratori e promuovendone la self-leadership anche attraverso il diritto all’errore».

In cosa consiste oggi tra smart working e lavoro agile l’intelligenza emotiva? La presenza di donne in posizioni di leadership in che modo può esser utile alle organizzazioni moderne nel dover gestire gruppi di lavoro su più Paesi e con persone di diverse culture?
«Lavorare sull’intelligenza emotiva migliora innanzitutto la tendenza di un leader a ispirare e guidare le prestazioni. L’intelligenza emotiva è infatti quel booster capace di costruire fiducia, rispetto e motivazione. Le emozioni guidano il cambiamento. Ogni decisione, a un certo livello, è una decisone emotiva. Possiamo essere razionali e logici, solo dopo essere stati emotivi. Nelle organizzazioni, più si sale di livello gerarchico, più l’intelligenza emotiva fa la differenza nel creare un buon clima e “far lavorare bene gli altri”. L’85% delle competenze determinanti un vero leader dipende infatti dall’intelligenza emotiva. Un buon leader sa vedere interamente le proprie persone, fa spazio ai loro talenti, sa quanto sia doveroso guidare con l’esempio. Sa che i ruoli non sono cappelli che si mettono e si tolgono ma parti di noi. Sembra che la figura femminile questo lo riesca a presidiare e valorizzare in modo naturale soprattutto in contesti multiculturali. La capacità di prendersi cura degli altri, da area di debolezza per la carriera delle donne, diventa così palestra per far crescere le persone. Non solo, la capacità di valorizzare le diversità e a quella tutta femminile di riconoscere le emozioni (empatia), e sapervi reagire, migliora la qualità del coinvolgimento delle persone».

In questa fase storica ogni conversazione e ragionamento non può non toccare l’AI. In che modo chi si occupa di valorizzare l’intelligenza emotiva nei leader si confronta con l’Intelligenza Artificiale?
«Questa è davvero una questione di grandissima attualità. L'automatizzazione raggiunta dall'AI in molti ambiti consente innegabili guadagni in termini di efficienza: dall’immunità dagli errori alla maggiore velocità. Tuttavia, all’AI manca tutta quella ricchezza cognitiva e comportamentale che un cervello può generare in ogni momento: comprensione delle situazioni e dei propri interlocutori, adattamento alle circostanze e, non ultimo, la generazione di empatia. In sostanza, l'AI è priva delle soft skill che caratterizzano l'EI e che sono spesso decisive per il successo dell'interazione umana. Tuttavia, l'Intelligenza Artificiale e l'Intelligenza Emotiva non lavorano affatto in esclusione o in competizione. Il meglio dell'automazione e la capacità di percepire il momento si dovrebbero intersecare con l'obiettivo di aumentare le performance. 
Una delle grandi sfide che gli "architetti" dell'IA stanno affrontando è proprio quella "importare" un po' di IE nella programmazione delle loro macchine. Mentre la raccolta "scientifica" di dati soggettivi è un valido aiuto all'esercizio delle competenze emotive che, in sostanza, valorizzano la comprensione e la creazione di empatia con i destinatari».


Questo articolo è stato realizzato da ated - Associazione Ticinese Evoluzione Digitale, non fa parte del contenuto redazionale.
POTREBBE INTERESSARTI ANCHE