«Ecco Brescia, la mia città senza più nonni»

È una delle città lombarde, insieme a Bergamo, tra le più colpite dai contagi e dalle morti del Covid-19

di Redazione
da Brescia, Irene Panighetti

Le carezze ai gatti di casa sono l’unico gesto di affetto che mi concedo da quasi due mesi, ma niente di più: basta strette di mano, abbracci, baci della buona notte a mia madre, con la quale vivo in una casa grande, con un po’ di verde attorno tutto per noi, in una zona di Brescia vicina all’Ospedale civile e a diverse strutture sanitarie private. Professoressa di Italiano in pensione, mia madre è per me oggi l’unica presenza fisica e perciò ancor più essenziale: non solo (in questo momento più che mai) dal punto di vista economico, ma anche, soprattutto, da quello psicologico e culturale.


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Un'immagine deserta di Brescia


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Il parroco don Marco Mori benedice un commerciante in viaggio durante il Venerdì Santo a Brescia.

La vita che cambia all'improvviso - Insieme abbiamo rispolverato rituali da tempo trascurati, come una partita a carte, e dato nuova veste ed intensità ad altri consueti, come le parole crociate di sera sedute sul divano, dove la distanza di un metro spesso vien me. Insieme abbiamo rivitalizzato la comune passione per la letteratura, che oggi decliniamo in forme a noi inedite, modellate sulle rispettive competenze: io le leggo "L’amore ai tempi del colera" dallo schermo dello smartphone e lei "La Divina Commedia" dal volume cartaceo dei miei anni al liceo. Il ritmo è scandito dai nostri desideri, non da appuntamenti di lavoro o incombenze di routine. Diversa è la percezione del tempo, degli spazi domestici, perfino dei suoni: ai rumori di motori e macchinari che erano consueti nei giorni feriali si sono sostituite le urla, incessanti, lancinanti, delle sirene delle ambulanze e delle eliche degli elicotteri del trasporto sanitario, che sovrastano, messaggeri di sventure, il canto di merli e passeri che imboccano i loro piccoli nei nidi costruiti sulle fronde degli alberi del nostro giardino.


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I clienti indossano maschere protettive in fila davanti a un supermercato a Brescia

Quelle relazioni mancate che fanno soffrire - Abitudini e contesti familiari sono cambiati, probabilmente in meglio dato il nostro, personalissimo, benessere privato di famiglia privilegiata, perché gode di uno spazio verde  e di un’armonia che non tutti hanno. Non l’hanno molte donne che sono vittime di violenza domestica ma non l’hanno nemmeno tutte le mie conoscenze: molti amici non abitano in case confortevoli, qualcuno ha figli da intrattenere in spazi ristretti e non adatti ai loro giochi, o figli da condividere con il coniuge separato. Altri amici sono vicini ma oggi lontani e con loro resto in contatto telefonico o virtuale, con frequenti messaggi, scambi di fotografie e di incoraggiamenti. Altro non si può e questa mancanza di relazione diretta fa soffrire molto, chi ha sempre privilegiato i rapporti vis-à-vis, gli incontri davanti ad una tavola imbandita o ad un aperitivo al bar. Penso con rimpianto ai caffè annullati, alle cene non organizzate perché «oggi proprio non riesco, sai il lavoro, la casa...». Ma mi rendo conto che sono sacrifici essenziali, anzi di più, sono l’unica arma che abbiamo, almeno per ora, di contrastare la diffusione del coronavirus. Lo dico in mille modi agli amici che vivono in città non ancora duramente colpite come la nostra, con il rischio di passare per funesta Cassandra: «ciò che conta ora è vivere, restate a casa».Così cerco di non perdere la razionalità, anche se sono molti i momenti di debolezza: la nostalgia mi prende quando penso all’ultima volta che ho visto il mio amico gelataio per consegnargli in anticipo il regalo di compleanno perché «chissà se il 14 marzo riusciremo ad incontrarci», gli ho detto, evitando di tirargli le orecchie, come faccio sempre in queste occasioni. Lui quel regalo lo ha conservato impacchettato fino al suo compleanno «guardandolo ogni giorno nella trepida attesa della sorpresa, come un bambino quando aspetta santa Lucia» mi ha confessato nella data precisa, quando finalmente, con gli occhi lucidi, ha aperto quello che è stato per lui l’unico dono ricevuto quest'anno.


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Un'unità di terapia intensiva creata apposta per il Covid-19 nella palestra di assistenza fisioterapica dell'ospedale di Brescia.

Quando arriva il tuo turno con coronavirus - Lo stesso amico, qualche giorno dopo, mi ha comunicato tra le lacrime non più di commozione ma di disperazione: «forse è arrivato il mio turno» perché sua madre, ospite in una residenza per anziani, era stata colpita dal coronavirus. Come lui altre amiche e amici hanno tremato per i loro genitori ricoverati, altri hanno proprio pianto per la morte di padri o madri. Ciò che più colpisce è non essere stati presenti al momento del trapasso, perché non è permessa alcuna visita nelle residenze. Ci si affida al buon cuore del personale sanitario, che effettuata l’ultima (video) telefonata quando ogni speranza vien meno. A questi amici non ho potuto essere vicina, non come la morte dei cari richiede.


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Una foto che ha fatto il giro del mondo. Siamo a Ponte San Pietro, in provincia di Bergamo. Il prete benedice decine di bare.

 

 

Brescia, quanti anziani andati via... - Brescia, così come Bergamo, nostra sorella di sventura, sta diventando una città senza più nonni. Le bare sono trasportate solo dagli addetti ai lavori: l’immagine della carovana di mezzi dell’esercito che lasciava Bergamo è diventata un emblema di questa tragedia, così come lo è diventata quella del vescovo di Brescia che benedice, in solitario colloquio con Dio e con le anime, le bare riunite al cimitero monumentale.

Ma Brescia ha anche visto altre immagini, quelle che immortalano aspetti propri della Leonessa, peculiari della sua storia, della sua identità passata e presente, del suo carattere… aspetti che l’hanno resa famosa, nel bene e nel male. Come l’inquinamento, per il quale è in testa alla classifica delle zone più nocive d’Europa: ebbene, nel mese di marzo l’aria si è ripulita, per la diminuzione dei livelli di benzene, biossido e ossido di azoto, sostanze tossiche legate direttamente al traffico dei veicoli drasticamente ridottosi grazie alla limitazione degli spostamenti. Personalmente non l’ho ancora percepito granché, dato che mi rendo conto del veleno che respiro soprattutto quando mi sposto per la città in sella alla mia bicicletta, che oggi giace abbandonata in garage, con mio grande disappunto. Ma non ho il diritto di lamentarmi per questo.


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Don Marco Mori benedice la bara di un defunto durante una cerimonia funebre, nella piazza fuori da un obitorio, a Brescia.


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Bottiglie di latte donate alla Protezione civile italiana da un caseificio a Lograte, in provincia di Brescia.

Lavorare sfiorando il virus - Lo hanno molto di più quegli amici che sono costretti a lavorare, per necessità economica o perché la loro attività non si è fermata: come il giovane rider, che consegna cibo a domicilio e che mi ha raccontato della sua condizione di estrema precarietà aggravata dal rischio per la salute «Dai datori di lavoro la mascherina è arrivata solo dopo settimane di emergenza ma io sin dall’inizio ho messo in atto mie misure di prevenzione: per esempio lascio il cibo fuori dalla porta invece di porgerlo al cliente, come normalmente facevo prima». Non posso far altro che augurargli buona fortuna e ammonire duramente gli amici di facebook che condividono le inserzioni delle piattaforme di food delivery che si arricchiscono grazie all’impiego dei riders. Non sono tanti, per la verità, forse perché questa emergenza ha influito pure sulle abitudini culinarie di tutti: c’è più tempo per mettersi ai fornelli, ritrovare ricette delle tradizioni familiari e sperimentarsi cuochi.

E poi scatta la solidarietà - Da Brescia arrivano però anche tante storie belle che raccontano di una città storicamente caratterizzata dalla solidarietà popolare e dal volontariato. Ho conosciuto giovani e meno giovani che si sono messi a disposizione del Comune e, coordinati da quelle istituzioni di democrazia partecipata che sono i Consigli di quartiere, portano la spesa alimentare o farmaceutica a chi, per età o patologia, è impossibilitato ad uscire di casa. Oltre la mascherina c’è sempre un sorriso, che si rivela un vero e proprio balsamo psicologico, potenziato dall'attenzione ai dettagli che questi volontari ripongono negli acquisti per cercare di soddisfare anche vizi e ghiottonerie personali. Rinunciarvi è certo possibile, a volte inevitabile, ma quando si può è bene concedersi, e lasciarsi concedere, una coccola. Coccole anche ai bambini, ai quali l’ottimo sistema bibliotecario bresciano ha dedicato una miriade di nuove iniziative culturali on line: video letture di favole e filastrocche, suggerimenti e dimostrazioni di giochi indoor e stimoli per la fantasia, che non escludono gli adulti, per i quali sono state inventate pure rubriche letterarie o visite virtuali a mostre d’arte... nella città che ha sottoscritto il Patto nazionale per la lettura, le istituzioni culturali, e, quindi, le donne e gli uomini che le incarnano, ci sono. E i bresciani lo percepiscono, anche chi, come me, patisce per la mancanza di volumi cartacei da annusare e sfogliare inumidendosi le dita.


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Le sartine che fabbricano mascherine - Anche andare al supermercato è diventato un arduo impegno; non più di una volta a settimana affronto lo stress dovuto non solo al timore di nuocere a me e agli altri, ma anche ad aspetti apparentemente banali, come le mascherine: al di là degli obblighi regionali che ormai le impongono ad ogni passo fuori casa, le pezze di vario genere davanti a naso e bocca fanno appannare gli occhiali, rendono difficili le parole e nascondono i sorrisi che vorrei regalare a tutte le persone che incontro. Legati al tema mascherine però ci sono, ancora una volta, i gesti anonimi e generosi di persone che le fabbricano in casa e le donano a chi ne ha bisogno: in tutto il bresciano si è attivato una specie di «movimento delle sartine», che ad oggi ha prodotto oltre 8mila mascherine di stoffa lavabile e consegnate a strutture sanitarie, istituzioni, cittadini, senza tetto…. Non è eroismo, no: è umanità. Oggi la parola eroe è abusata, ma rifiutata dalle stesse persone che con questa vengono definite: la respingono i medici di base, gli ausiliari che puliscono ogni giorno gli ospedali, gli infermieri. Non si vede come un’eroina la mia amica ostetrica, che si è ammalata lavorando e che, dalla sua quarantena, è stata un prezioso aiuto per la mia ricerca di donne gravide o puerpere da intervistare. Queste neo o prossime mamme mi hanno raccontato le loro esperienze nelle sale parto di ospedali che traboccano di malati di coronavirus, ma dove, nonostante ciò, hanno potuto affrontare il lieto evento con serenità. E se ad ogni nascita si rinnova la fiducia nel futuro, allora Brescia può ancora sperare perché in tutta la sua provincia si continua a nascere: sono stati oltre 680 i bambini venuti al mondo dal primo marzo, 238 nel solo ospedale Civile cittadino. Nuovi soffi vitali, che ci invitano a credere che prima o poi, anche noi, usciremo a riveder le stelle.

 

 

 

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