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Detenuti che vogliono rimanere in carcere: «Fuori, un baratro»
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FOCUS
25.01.22 - 06:420
Aggiornamento : 10:47

Detenuti che vogliono rimanere in carcere: «Fuori, un baratro»

Il reinserimento sociale è un problema, per chi è dietro le sbarre. Tanto che molti preferiscono rimanerci

LUGANO - «Dentro il carcere sono al caldo. Ho un letto, posso lavarmi. Ma appena fuori? Quando questi cancelli si apriranno mi troverò davanti ad un baratro. Non ho un lavoro, una famiglia, non ho né soldi né una casa, niente».

Così scriveva, nel novembre di 9 anni fa, un detenuto nel carcere di Enna al giornale italiano "Il Manifesto": un doloroso grido d’aiuto di chi viveva con terrore il giorno della propria scarcerazione. Anche se può sembrare incomprensibile, sono moltissimi i detenuti che vivono con angoscia la prospettiva di abbandonare la struttura carceraria che li ospita, e affrontare la vita che gli attende fuori.

«In carcere ho ricominciato a sorridere, ma fuori non so cosa accadrà»

Situazioni di abbandono e povertà, di disoccupazione e degrado che di vita hanno ben poco. Una lotta alla sopravvivenza che non merita il sacrificio di dover lasciare una struttura in cui ci si sente accolti, protetti e rieducati.

«Mentre scrivo - continua la lettera - sorrido, tra poco sarò scarcerato. Un momento che sogno da anni, ma ogni giorno che passa si trasforma in un incubo. Fuori di qua sono solo e non so dove andare (...). Al carcere di Enna ho ricominciato a sorridere e vorrei farlo pure fuori, in quella società che oltre che civile dovrebbe essere anche responsabile, dando realmente corso a quel reinserimento di cui tanto si parla».


wiki commons (foto di Torosan1)
Nel film "Le ali della libertà" (1994) è famosa la scena in cui il detenuto Brooks (James Whitmore) si toglie la vita dopo essere uscito dal carcere. Anche il detenuto Red Redding (Morgan Freeman) è a un passo dal compiere lo stesso gesto. Ma alla fine sceglie la vita

Un momento di crisi

Chi esce dal carcere ha pagato il proprio debito con la giustizia, e il ritorno alla libertà dovrebbe coincidere con l’inizio di una nuova vita quale membro attivo della società. Eppure, nella maggior parte dei casi, la scarcerazione rappresenta un momento di forte disorientamento, dovuto alla mancanza di mezzi di sostentamento e di strumenti che possano rendere effettivo il percorso di reinserimento sociale. La paura del dover affrontare la vita fuori dal carcere può indurre molti detenuti a pensare che lo stare dentro la struttura carceraria sia meglio che il venir scarcerati. Il senso di angoscia si amplifica con l’avvicinarsi della data della liberazione e viene avvertita sia da coloro che, all’esterno, hanno una famiglia ed un lavoro che li aspetti sia da coloro che non hanno alcuna prospettiva famigliare o lavorativa.

La mancanza di un sostegno economico e psicologico, ad affrontare la vita fuori dal carcere sono tra i motivi, così come evidenziato da diversi studi in materia, del frequente ritorno in carcere da parte di chi è già stato precedentemente incarcerato. I problemi che un ex detenuto deve affrontare fuori dal carcere non sono, infatti, solo di ordine materiale ed economico ma anche psicologico. Vi sono affetti e legami famigliari da ricostruire: ci si ritrova, dopo anni, alla presenza di mogli e figli per i quali si può essere diventati come degli estranei o che hanno tagliato definitivamente i ponti con il familiare in carcere.

Il 38 per cento torna a delinquere in Svizzera

È stato dimostrato, infatti, che il tasso di recidive in nessun Paese scende sotto la soglia del 20%, e se in Svizzera si attesta intorno al 38 per cento negli Stati Uniti la frequenza è addirittura del 50%. L’acquisizione di una posizione lavorativa rappresenta un primo e fondamentale passo verso il reinserimento sociale, ma troppi fattori concorrono al fallimento di tale impresa. In primo luogo, la sopravvivenza dello stigma sociale che colui che è stato in carcere deve portarsi addosso anche se ha scontato la propria pena. L’incapacità di reinserirsi nella vita sociale può nascere dall’idea di inadeguatezza che il detenuto si porta dietro, come se il senso di colpa e di inferiorità lo rendesse indegno di una nuova vita sociale.

In secondo luogo, la scarsa scolarizzazione o le limitate esperienze lavorative accumulate in epoca precedente alla propria detenzione in carcere, limitano l’inserimento dell’ex detenuto nel mondo del lavoro. Spesso, chi delinque non ha conosciuto una vita diversa rispetto a quella che l’ha condotto in carcere e, una volta riabilitato agli occhi della Giustizia, non viene accompagnato in un percorso graduale di reinserimento sociale che gli permetta di costruirsi una vita diversa.

«Gli anziani senza legami hanno più problemi»

E la Svizzera è un'isola felice. Nella vicina Italia - senza andare lontano - il problema è amplificato dalla mancanza di strutture e di misure d'accompagnamento. Gabriella Stramaccioni, Garante delle persone private della libertà per il Comune di Roma, ha dichiarato di recente alla stampa italiana che «sono moltissimi detenuti ultrasettantenni che preferiscono rimanere in carcere» perché mancano le strutture esterne dove possano scontare l’ultimo periodo della propria pena o vivere ciò che resta della propria vita. Il loro reinserimento, secondo la Stramaccioni, rappresenta un vero e proprio problema sociale. «Spesso sono persone che non hanno più legami, molti provengono dalla strada - spiega la Garante - potrebbero accedere alle misure alternative che la legge prevede per loro ma non ci sono posti. Il carcere rimane l’unica accoglienza possibile, si trasforma in un deposito inevitabile».


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Non come deposito ma quale rifugio sicuro veniva percepito, invece, il carcere da Branka Virant, una detenuta di 41 anni di Lubiana che, nel 2017, fece clamore per aver chiesto con insistenza al giudice Mladenka Paro Rudić di non essere scarcerata, ma di poter restare nel carcere di Fiume ancora qualche mese. «Qui sto benone - aveva dichiarato Branka - le carceri fiumane mi hanno ridato un fisico tirato a lucido. Sono dimagrita di ben 5 chilogrammi. Ancora 30 giorni di reclusione e arriverei al mio peso forma».

Se il desiderio della Virant di vivere il carcere come una sorta di clinica di bellezza rappresenta un eccesso, sono tantissimi i casi di ex detenuti che, come detto, non desiderano affatto la propria scarcerazione. Pensare a delle persone che vogliono vivere in carcere risulta quasi incomprensibile se ci si sofferma sui tanti problemi che affliggono le strutture carcerarie, non solo in Europa ma nel mondo. Il sovraffollamento è sicuramente uno dei più drammatici.

Secondo l’ultimo rapporto del Consiglio d’Europa, denominato ‘Space’, per 100 posti letto in Turchia vi sono 127 carcerati, in Italia 120, in Belgio 117, in Francia e a Cipro 116, in Ungheria e Romania 113, in Grecia e Slovenia 103. Le cose non vanno meglio in Russia, Cina, Sudamerica o nel continente africano dove vi sono carceri, come la prigione di Gitarama in Rwanda che, a fronte di una capienza di 500 persone ne ospita più di 7 mila.


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La sezione aperta (detto Stampino) del carcere di Cadro

Il modello scandinavo

Al confronto la Svizzera se la passa decisamente bene. Su 92 istituti di pena (7397 posti) il tasso di occupazione è dell'85 per cento, secondo un'indagine pubblicata l'anno scorso dall'Ust. In Ticino i problemi di capienza riguardano soprattutto la Stampa, dove su 150 posti disponibili «il tasso di occupazione è attualmente e abitualmente del 100 per cento» spiega il direttore delle strutture carcerarie ticinesi Stefano Laffranchini. Al carcere giudiziario della Farera il tasso di occupazione è invece del 75 per cento (su 80 posti).

Il sistema carcerario ha fatto proprio il "modello scandinavo" basato su strutture confortevoli e una qualità di vita la più alta possibile. Come in Svezia e Norvegia, negli ultimi decenni anche nella Confederazione si sono diffuse le cosiddette carceri aperte (in Ticino è il caso ad esempio dello Stampino di Cadro). Prive di sbarre alle finestre, le celle somigliano più alle stanze di un campus universitario, dove i detenuti indossano i propri vestiti ed escono per recarsi al lavoro. Oltre ad attività di studio o di svago, infatti, svolgono un lavoro retribuito a seconda del valore economico dell’attività svolta; ciò permette di coltivare una propria autodisciplina oltre che di apprendere una professionalità che possa essere utile nel loro percorso di reinserimento sociale. Pensare che la vita in carcere sia migliore di quella fuori rappresenta, senza dubbio, un chiaro fallimento per la società civile e deve indurre a riformare, con urgenza, il sistema carcerario in un’ottica di totale recupero e reinserimento sociale della persona.

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