Torture. Scosse elettriche. Appesi al soffitto. Frustati, gridavano pietà

Benvenuti a Coblenza, nel primo processo della storia per crimini contro l’umanità in Siria

di Redazione
Maria Elena Gottarelli


Maria Elena Gottarelli

Tutto è iniziato il 23 aprile scorso, quando a Coblenza (Koblenz, Germania) è cominciato il primo processo della Storia per crimini contro l’umanità in Siria. Gli imputati sono due ex agenti di Bashar al-Assad: Anwar Raslan e Eyad al-Gharib esponenti dei servizi di intelligence di Damasco, attivi fra il 2011 e il 2012 all’interno della famigerata Sezione 251 del centro di Intelligence di Damasco, anche detta Al-Khatib, dove secondo l’accusa sono state perpetrate violenze di ogni genere nei confronti dei manifestanti scesi in piazza per protestare contro il regime. Anwar Raslan, che in quegli anni era a capo dei servizi investigativi del centro situato vicino a via Baghdad, è accusato di 4mila torture e 58 omicidi, presumibilmente commessi sotto il suo patrocinio e con il suo beneplacito.

Le presunte vittime pronte a testimoniare sono 26, e in molti hanno già definito questo processo come un possibile Norimberga-bis: essendo i due imputati ex agenti del Presidente siriano Bashar al-Assad, si mira infatti a mettere sotto accusa l’intera macchina del regime, svelando un metodo di funzionamento “fondato sulla violenza sistematica e sulla tortura come modus operandi”. Si tratta di un "jamais-vu nella Storia", che avviene in un momento particolarmente delicato per Assad, che si ritrova da una parte ad avere riacquistato potere in Siria e dall’altra a dover far fronte alle durissime sanzioni imposte dagli Stati Uniti con il Caesar Act a partire dal 17 giugno 2020.


Keystone
Il presidente siriano Bashar al-Assad

Il processo è stato reso possibile dalla Universal Jurisdiction, di cui si avvale la Germania, che permette di processare, in taluni casi eccezionali fra cui il sospetto fondato di crimini contro l’umanità, qualsiasi individuo a prescindere dai criteri classici della giurisdizione internazionale (nazionalità dell’imputato, nazionalità della vittima, luogo del crimine).

La posta in gioco è altissima. “Dopo nove anni di guerra civile, centinaia di migliaia di morti, sparizioni e un numero inquantificabile di violenze, il popolo siriano intravede una possibilità di giustizia”: così Patrick Kroker, avvocato di 8 presunte vittime e membro dell’ECCHR (European Center for Constitutional and Human Rights). Certo, si prospetta un processo particolarmente lungo e complesso visto l’alto numero di testimoni chiamato a deporre e la negazione, da parte della difesa, di tutte le accuse a carico degli imputati.

Secondo Anwar al-Bounni, avvocato siriano per i diritti umani chiamato a testimoniare a Coblenza il 3 giugno, l’interesse di quello che sta accadendo in Germania va addirittura al di là della dimostrazione di colpevolezza dei due imputati: “Qui non si tratta solo di Raslan e Gharib, che non sono altro che due anelli di una catena infinitamente più grande. Quel che si punta a fare a Coblenza è gettare luce sulle violenze sistematiche perpetrate dal regime di Bashar al-Assad, che è intrinsecamente criminale. Le testimonianze delle vittime sono preziose perché mettono in evidenza un sistema spietato, fondato sulla violenza come strumento per mantenere il potere. Ciò non riguarda solo il popolo siriano, che chiede giustizia, ma l’umanità intera”.

Coblenza, nel vivo del processo: dal 23 aprile ad oggi


Keystone
I due imputati a processo si nascondono ai flash dei fotografi

Le testimonianze - Dal 23 aprile scorso si sono succeduti diverse testimonianze, fra quella della prima presunta vittima, di un avvocato siriano per i diritti umani, alcuni agenti federali tedeschi responsabili degli interrogatori preliminari e alcuni ex colleghi degli imputati che hanno disertato per non rendersi complici dei crimini contro l’umanità commessi dai loro superiori. Un susseguirsi di racconti strazianti, alternati alle controargomentazioni di una difesa particolarmente agguerrita. L’avvocato di Raslan Michael Böcker ha sostenuto la sua completa innocenza, dichiarando che il suo cliente non era né responsabile di ciò che accadeva all’interno della prigione al-Khatib, né in grado di opporvisi. Ma cosa sarebbe accaduto in quella prigione governativa, schermata da un sistema di massima sicurezza?


Keystone
Feras Fayyad, regista siriano

Le torture - “Sono stato torturato in tutti i modi possibili, picchiato, appeso al soffitto per i polsi per giorni e ho subito diverse scariche elettriche in tutto il corpo” racconta il 2 giugno la prima presunta vittima, Feras Fayyad, noto regista siriano vincitore di diversi premi internazionali per i suoi docufilm sulla guerra in Siria, The Cave e Last Men in Aleppo. “Sono stato arrestato per avere filmato le manifestazioni del 2011. - Precisa - Appena arrivato in prigione non sapevo dove mi trovavo perché ero stato bendato. Mi hanno fatto denudare e poi ho ricevuto subito il Welcome Party (così viene soprannominata dalle guardie la scarica di violenza che si riserva ai nuovi arrivati nel centro di detenzione, ndr.). Dopo essere stato pestato per più di un’ora, mi hanno fatto sdraiare, versato addosso acqua gelida, poi mi hanno praticato scariche elettriche in tutto il corpo”, continua Feras Fayyad.

Il testimone afferma di aver scoperto dove si trovava solo dopo essere stato portato in cella, grazie agli altri prigionieri. “Di notte, ci parlavamo sussurrando. I veterani consigliavano ai nuovi arrivati come parare i colpi delle guardie e come evitare le torture. Ad esempio, mai guardare negli occhi e mai rispondere. Spesso ci consolavamo parlando delle nostre famiglie o di qualche periodo felice delle nostre vite”.

Feras Fayyad oggi vive tra Berlino, gli Stati Uniti e l’Olanda, ma i traumi del suo passato lo perseguitano. “Ho pensato diverse volte al suicidio” confida davanti alla Corte. Interrogato dai giudici sulla sua capacità di identificare Anwar Raslan, Fayyad risponde di non poterlo confermare con assoluta certezza perché durante le torture e gli interrogatori è sempre rimasto bendato. “Ritiene possibile che l’imputato non fosse a conoscenza delle torture che avvenivano all’interno della prigione?” ha chiesto uno dei giudici. “No - ha risposto il regista con fermezza - “tutti sapevano quello che accadeva ai detenuti e le urla di dolore si sentivano il tutto l’edificio”.


Fonte Twitter
Anwar al-Bounn

Anwar al-Bounn, l'avvocato imprigionato tre volte - Fra le figure chiave di questo processo spicca quella di Anwar al-Bounni, considerato da molti siriani come un simbolo della resistenza anti-Assad. Nel 2011 fu il difensore di Feras Fayyad, motivo per cui è stato chiamato a testimoniare durante lo stesso ciclo di udienze di quest’ultimo. Fra i due la complicità è palpabile, in aula come fuori. Instancabile oppositore del regime di Assad, al-Bounni è stato imprigionato ben 3 volte fra il 1978 e il 2011, scontando più di cinque anni di detenzione a causa della sua attività di dissidente.

L’attivista siriano 61enne sostiene di conoscere a fondo il modus operandi del regime di Bashar al-Assad. Tutti i suoi familiari sono stati imprigionati e uno dei suoi fratelli è rimasto paralizzato dopo essere stato appeso al soffitto per i polsi per 15 giorni consecutivi, spiega Al-Bounni racconta di essere stato portato nella Sezione 251 solo una volta, ma di conoscerne bene le dinamiche grazie ai resoconti di moltissimi suoi clienti, fra cui lo stesso Feras Fayyad. “Ho difeso centinaia di siriani brutalmente torturati per crimini di opinione. Dopo il 2011, il numero di arresti è salito considerevolmente. Molti dei miei clienti hanno perso la vita durante le torture. In soli 27 giorni, 17 persone mi sono morte fra le braccia”.

E continua: “Ho visto fantasmi, non uomini. Nessuno dei presenti in questa stanza può immaginare la violenza perpetrata in quella prigione. In Siria, i metodi di tortura sono praticati dagli anni ‘70. Ma dopo il 2011, a causa delle manifestazioni, la repressione si è intensificata e la violenza è diventata sistematica”. Fra le torture descritte da Anwar al-Bounni, vi è quella di rinchiudere almeno cinquanta prigionieri in celle da cinque metri quadrati, completamente nudi e ammassati gli uni sugli altri. “Stanno talmente stretti che c’è posto solo per stare in piedi ed è impossibile sedersi. In molti collassano, alcuni muoiono. Spesso, i corpi dei deceduti non vengono recuperati per qualche giorno, in modo che il tanfo si diffonda tra i vivi. Non esiste pietà: i prigionieri sono trattati peggio degli animali”.

Un elemento controverso nelle dichiarazioni dell’avvocato e attivista consiste in una contraddizione presente in una delle sue deposizioni alla polizia federale prima dell’inizio delle udienze. Nel 2017, Al-Bounni non era stato in grado di riconoscere in foto l’imputato, scambiandolo per un altro. La difesa si è servita di questo episodio per screditare il resoconto del testimone e dimostrarne la non attendibilità.

Colpo di scena in aula - Mercoledì 24 giugno è avvenuto un evento inaspettato. Un testimone ha cambiato improvvisamente versione cogliendo di sorpresa il procuratore generale, che ha dichiarato di valutare l’apertura di una nuova inchiesta per via di una sospetta falsa testimonianza. Il testimone in questione è un ex collega dei due imputati, che alla polizia federale aveva dichiarato di essere in possesso di prove schiaccianti contro Eyad al-Gharib. Il testimone, che ha chiesto che il suo nome non venisse divulgato per motivi di sicurezza personale, ha detto di non ricordare più nulla e di non riconoscere l’imputato. Secondo i giudici è possibile che questo repentino cambio di versione sia dovuto a minacce rivolte alla famiglia del testimone, che attualmente vive a Kiel, nel nord della Germania.

Il 2 luglio la Corte ha ascoltato una ex guardia della Sezione 251, che ha raccontato di avere disertato nel 2012 per non rendersi complice delle violenze e dei crimini commessi all’interno della prigione. “Non volevo più collaborare con un regime che applica quel tipo di repressione. Non potendo fare nulla per cambiare le cose, ho disertato” dice ai giudici il testimone, che avrebbe subìto torture in prima persona a causa della sua disobbedienza. “I prigionieri venivano picchiati brutalmente e senza pietà, soprattutto dopo il 2011” prosegue.


Deposit

Le urla dei prigionieri - Nel processo è stata data una descrizione dettagliata dell’architettura della Sezione, progettata su quattro piani. Il luogo adibito alle torture, ha spiegato il testimone, era una piazza circolare al centro dell’edificio sulla quale affacciavano le finestre delle celle. Qui, i prigionieri venivano torturati - spesso tramite scosse elettriche - per circa un’ora, poi venivano portati in isolamento. “Ricordo ancora le urla che echeggiavano in tutto l’edificio sia di giorno che di notte”. “Ricorda cosa dicevano i prigionieri?” chiede uno dei giudici. “Non ricordo tutto quanto, ma principalmente gridavano di non avere fatto niente e imploravano pietà”. Il testimone ha confermato di riconoscere Anwar Raslan e ha dichiarato inoltre che, quando l’imputato era presente, le torture non avvenivano. “Fu proprio Anwar Raslan a ordinare, diverse volte, di non picchiare i prigionieri, e gli agenti gli obbedivano”. Questa testimonianza è rilevante perché, se da una parte sembra scagionare l’imputato, dall’altra dimostra che quest’ultimo aveva potere decisionale all’interno della prigione e che, se avesse voluto, sarebbe stato in grado di evitare le torture inflitte ai detenuti. Uno degli argomenti della difesa di Raslan consiste infatti nell’affermazione che egli non aveva alcun potere all’interno della prigione e che quindi sarebbe innocente.

Che Raslan fosse privo di potere decisionale è però messo in dubbio da un’altra testimonianza, quella del 3 luglio deposta dall’avvocato di un ex prigioniero della Sezione 251, l’imam Muhammad Beshesh, attualmente residente in Turchia. Il testimone ha raccontato che fra il 2011 e il 2012 il suo cliente venne arrestato per ordine diretto di Anwar Raslan, a causa delle sue idee progressiste. “Per placare quell’improvvisa nuova ondata di proteste e per evitare che si espandesse, il governo si trovò costretto a ordinare la liberazione dell’imam Beshesh”, afferma il testimone. A quel punto Beshesh sarebbe stato condotto nell’ufficio di Ali Mamlouk, uno degli uomini più influenti in Siria, consigliere speciale di Bashar al-Assad e capo del National Security Bureau del partito di Ba’ath fra il 2012 e il 2016. Di fronte all’imam appena liberato, Ali Mamlouk avrebbe schiaffeggiato Anwar Raslan, rimproverandolo per aver dato l’ordine di arrestare Beshesh. Questo racconto, se fosse vero, potrebbe dimostrare che Anwar Raslan era nel pieno esercizio dei suoi poteri fra il 2011 e il 2012. L’avvocato di Beshesh ha chiesto alla Corte di chiamare il suo cliente a deporre.

 Fuori dalla Corte: l’appello dei familiari delle vittime

 


Maria Elena Gottarelli
Una donna mostra la foto di un familiare vittima delle torture

Mentre, settimana dopo settimana, in Aula si susseguono le testimonianze, fuori dalla Corte si radunano attivisti e parenti di alcune vittime giunti a Coblenza da ogni angolo della Germania. Il piazzale di fronte alla Corte federale si riempie di cornici contenenti le foto di uomini e donne uccisi durante nel corso della guerra civile o scomparsi. I loro familiari reclamano giustizia e chiedono di non essere dimenticati.

"Mio padre portato via 7 anni fa" - Fra loro, Wafa Moustafa, giovane attivista dell’organizzazione Family for Freedom, racconta di non vedere suo padre da 7 anni e di non avere sue notizie da quando, nel luglio del 2013, degli uomini armati fecero irruzione in casa e lo portarono via senza spiegazioni. “E’ giunto il momento che la comunità internazionale ascolti il nostro grido di dolore. Chiediamo l’immediato rilascio di tutti i prigionieri di opinione in Siria. Le loro famiglie li stanno ancora aspettando.” afferma la giovane, tenendo fra le braccia la fotografia di suo padre.


https://syrianfamilies.org/en/

 

Madri dai volti disperati - Storie come quella di Wafa non sono un’eccezione. Fra i militanti arrivati a Coblenza in occasione del processo ci sono anche due anziane madri di famiglia, Fadwa e Maryam. Fadwa, capelli grigi e un volto segnato da rughe profonde, afferma di non sapere da diversi anni dove si trovino suo figlio e suo marito, catturati durante una delle manifestazioni del 2011. Racconta che l’ironia della sorte ha voluto che fosse arrestata anche lei, proprio da suo fratello, al servizio di Assad. Maryam, invece, brandisce la foto di suo figlio, che racconta di avere riconosciuto in una delle famigerate foto di Caesar, il report tristemente noto del fotografo della polizia militare siriana incaricato di immortalare i prigionieri dopo la loro morte. Il report, che ritrae 11 mila corpi brutalmente massacrati, è stato divulgato nel 2014 suscitando un forte scalpore in tutto il mondo.

Le foto di Caesar sono state giudicate attendibili da un gruppo di procuratori legali ed esperti di medicina legale specializzati in crimini di guerra, oltre che da Human Rights Watch, ma hanno suscitato le perplessità di alcune associazioni siriane come Syria Solidarity Movement e Sibialiria.

 


Keystone
Le foto della mostra “Inside Syria's Secret Prisons* esposte a Ginevra nel marzo del 2016. Immagini atroci che mostrano le torture commesse dal regime di Assad contro il suo popolo. Le foto fotografie sono state scattate da un ex poliziotto dell'esercito siriano, noto con il nome di Caesar, scappato dalla Siria nel 2013.

 La Universal Jurisdiction e casi simili a Coblenza


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Le foto della mostra “Inside Syria's Secret Prisons* esposte a Ginevra nel marzo del 2016. Immagini atroci che mostrano le torture commesse dal regime di Assad contro il suo popolo. Le foto fotografie sono state scattate da un ex poliziotto dell'esercito siriano, noto con il nome di Caesar, scappato dalla Siria nel 2013.

Il potente alleato della Siria, la Russia - Dall’inizio della guerra civile, nel 2011, in Siria sono morte tra le 250mila e le 500mila persone, mentre i rifugiati sparsi in tutto il mondo si aggirano intorno ai 6 milioni. Cifre che permettono di parlare di diaspora e di un vero e proprio sterminio di una parte della popolazione. Eppure, malgrado i sospetti della comunità internazionale sulle responsabilità del Presidente della Siria Bashar al-Assad, un processo per crimini contro l’umanità nei confronti di esponenti del regime è sempre sembrato impossibile. Non solo perché la legge internazionale assicura ai capi di Stato l’immunità giuridica, ma anche perché all’interno dell’ONU Assad gode di almeno un potente alleato, la Russia, che ha sempre posto il suo veto a qualsiasi procedimento legale per crimini contro l’umanità in Siria (il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite richiede infatti l’unanimità).

Questo vicolo cieco è stato aggirato per la prima volta lo scorso 23 aprile, quando - grazie all’iniziativa di una serie di avvocati dell’ECCHR, attivisti e presunte vittime - ci si è avvalsi di uno strumento giuridico alternativo: la Universal Jurisdiction, appunto. Attiva in 13 Paesi del mondo fra cui la Germania (ma non la Svizzera e l’Italia), essa consente di processare qualsiasi persona, indipendentemente dai criteri giuridici classici, sulla base di crimini gravi fra cui quelli contro l’umanità.

Se si guarda alla Storia, è possibile reperire almeno 3 casi simili, in cui situazioni di gravità eccezionale hanno permesso la messa sotto accusa di uomini di Stato: si tratta dell’istituzione di Tribunali Speciali per la Jugoslavia e del Rwanda e del processo di Norimberga. La Corte di Giustizia internazionale ha stabilito che in circostanze eccezionali è possibile processare i capi di Stato e i loro ufficiali per mezzo di Tribunali etero imposti. In questi casi, quindi, l’immunità decade, bypassando il voto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Simili precedenti sono utili per comprendere la portata del processo di Coblenza, che tuttavia, secondo gli stessi avvocati delle vittime, “è da considerarsi come un punto di partenza, non di arrivo”. In questa antica città tedesca, che deve il suo nome al latino “Confluentes” (perché sorge proprio dove si incontrano il Reno e la Mosella) qualcosa è senza alcun dubbio iniziato, ma solo la Storia ne stabilirà la reale portata.

 


Keystone

 

 

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