La nostra vita è cambiata l'11 settembre di 20 anni fa

di Redazione
Simona Gautieri

Abbiamo imparato a viaggiare in maniera nuova. A comportarci diversamente negli aeroporti. Ad avere paura dello straniero islamico e vivere con l’ansia degli attentati. La tragedia del World Trade Center di New York ha segnato profondamente le nostre vite, più di quanto immaginiamo.


Non c’è vita che non sia cambiata alle 8:46 dell’11 settembre 2001, quando il volo American Airlines 11, diretto a Los Angeles, si schiantò contro la Torre Nord del World Trade Center di New York. Quando però giunse, alle 9:03 la notizia di un secondo attacco, questa volta alla Torre Sud, l’incredulità si trasformò in paura per poi diventare panico alla notizia di un terzo dirottamento che aveva portato il volo American Airlines 77 a schiantarsi contro la facciata ovest del Pentagono, nella Contea di Arlington in Virginia.


AFP

 


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I morti - Milioni di persone seguirono con orrore, sullo schermo del televisore, gli aerei che, come lame affilate, tagliavano in due le iconiche Torri Gemelle come un panetto di burro. Torri che poi finirono per collassare su loro stesse la mattina stessa di quel maledetto martedì. Le vittime furono 2.977, esclusi i 19 dirottatori. Oltre alle vittime civili, morirono anche 341 vigili del fuoco, 2 paramedici, 72 agenti delle forze dell’ordine e 55 militari. Circa 200 persone si gettarono nel vuoto e trovarono la morte, centinaia di metri più in basso, sulle strade o nei tetti degli edifici vicini. Alcune persone che si trovavano nei piani superiori rispetto al punto d’impatto cercarono di salire sul tetto degli edifici nella speranza di essere tratti in salvo dagli elicotteri ma il fumo e l’eccessivo calore, causato dagli incendi, resero impossibili le operazioni di salvataggio.

Il fumo - Steve Bienkowski, dell’unità aeree del NYPD ricorda che “Lower Manhattan era completamente avvolta da una immensa coltre di polvere bianca. Quando ci siamo avvicinati in elicottero alla Torre Nord si vedevano ancora persone buttarsi e precipitare giù, ma stavolta la scena era meno cruenta perché non li si vedeva rovinare al suolo. C’era quasi un’aura di pace perché sparivano in questa nuvola bianca”. Un totale di 33 mila tra poliziotti, vigili del fuoco, soccorritori e civili furono curati per le ferite e le malattie derivanti dal terribile attacco terroristico. Tra queste possono elencarsi le malattie respiratorie, problemi gastrointestinali, disturbi mentali quali depressione e stress post traumatico e oltre 4 mila casi di cancro dovuti all’inalazione delle polveri tossiche che invasero tutta la punta sud dell’isola di Manhattan dopo il crollo degli edifici.

Quel giorno che conoscemmo la paura


Reuters

Ci sono date che entrano nella storia: la scoperta dell’America, la rivoluzione francese: l’11 settembre 2001 è una di queste. O, per meglio dire, il 12 settembre 2001. Il giorno dopo il mondo ha conosciuto la Paura che, simile ad uno tsunami, ha continuato a propagarsi ad ondate costanti negli anni a venire. Paura di volare, paura del diverso, paura dei migranti, paura degli islamici. La paura ha iniziato a dominare il mondo e a guidare i Capi di Stato in azioni militariste frettolose ed avventate che, a loro volta, hanno causato ulteriori tragedie portando al proliferare di attacchi terroristici nel cuore dell’Europa.


Reuters

La paura di volare - L’ossessione divenne la ‘sicurezza nazionale’. Nello stato di shock che seguì gli attacchi suicidi di New York, la vita sembrò, in un primo momento, continuare come al solito, anche se dei mutamenti erano già in atto. Gli aeroporti, per esempio, divennero un luogo quasi militarizzato. Fu la prima volta che si materializzò lo spettro della paura di volare. I controlli divennero serrati, le regole ferree. Il rafforzamento della sicurezza negli scali aeroportuali portò all’introduzione di una serie di regole che, se ora a distanza di decenni, sembrano ormai totalmente assorbite, all’epoca sembravano al limite del violento. Il mondo era cambiato e coloro che avevano vissuto l’utopia, dopo la caduta del Muro di Berlino, di un mondo unito e fraterno, dovettero prendere coscienza che la propria vita sarebbe stata condizionata dal sospetto e dal timore. Dopo l’11 settembre, per evitare che un passeggero non autorizzato potesse accedere alla cabina di pilotaggio, la stessa fu dotata di una porta  corazzata.

Nuovi divieti - Furono altresì intensificati i controlli sui bagagli a mano. Vennero vietati coltelli, taglierini e forbicine e, nel 2006, venne introdotto un regolamento ancora più restrittivo con il divieto di imbarcare liquidi di capacità superiore ai 100 millilitri. Dopo tale data, vi è l’obbligo di estrarre dal bagaglio tutti i dispositivi elettronici affinché  vengano scansionati singolarmente. Un computer portatile potrebbe, infatti, nascondere, al suo interno, dell’esplosivo oppure un disturbatore di frequenze. E’ fatto obbligo ai passeggeri di liberarsi di tutti gli indumenti, giubbotto, cinte, scarpe, che possano essere utili a nascondere degli oggetti non consentiti e bisogna passare attraverso un body scanner che scansiona letteralmente il corpo del passeggero.


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La paura psicologica - Gli attacchi terroristici del settembre del 2001 hanno messo l’Uomo moderno di fronte alla certezza che la guerra non è più un concetto lontano, eventi drammatici da seguire in televisione ma riguardanti popoli e terre lontane. Dopo l’11 settembre è la nostra stessa vita ad essere messa in pericolo, nelle nostre città e mentre compiano gli atti di tutti i giorni: uscire, lavorare, incontrarsi con gli amici. La reazione immediata è stata quella di volersi chiudere a guscio, escludere chi si poteva avvertire come nemico, rafforzare i propri confini statali nella vana ricerca di una pace che, da oltre 20 anni, è ormai introvabile.

Lo straniero nemico - Come spiegato dal sociologo Zygmunt Bauman, in una intervista rilasciata al canale d’informazione Open Migration, “Per vincere i terroristi fondamentalisti possono tranquillamente contare sulla miope collaborazione dei propri nemici”: collaborazione che, per il noto sociologo, si concretizza “nella sospensione delle regole base della democrazia, nell’inasprimento del risentimento verso gli stranieri, nel circolo vizioso tra la propaganda politica e xenofobia, nell’incapacità degli stati-nazione di affrontare un fenomeno epocale come le grandi migrazioni”. D’altra parte l’aveva detto lo stesso presidente francese Hollande “Se l’obiettivo strategico della guerra dei terroristi è la distruzione di ciò che loro condannano e che invece noi abbiamo a cuore, ossia la civiltà occidentale, non c’è tattica migliore che portare alcuni dei portavoce più importanti di tale civiltà a smantellarla gradualmente con le proprie mani e tra gli applausi, il sostegno o l’indifferenza dei cittadini. Moltiplicando le misure eccezionali e mettendo da parte i valori che si vorrebbero difendere si spiana la strada alle forze anti occidentali”. E ciò è quanto è drammaticamente successo negli Stati Uniti prima ed in Europa poi a seguito degli eventi del ‘Martedì delle Tenebre’.

Paura di perdere la libertà - Le libertà individuali, garantite dalla Costituzione americana, hanno cominciato a diventare bersaglio e cedere davanti alle leggi emanate d’urgenza dal presidente George W. Bush nell’ambito della sua guerra al terrorismo. Se nel novembre del 1995, un sondaggio, lanciato  dall’emittente CNN, rivelava che per il 55% degli americani il Governo “fosse diventato così potente da rappresentare una minaccia per i comuni cittadini”, 3 giorni dopo gli attacchi alle Torri Gemelle, il 71% dei cittadini dichiarava che “gli americani dovranno rinunciare a una parte delle loro libertà personali” e l’86% di loro si diceva concorde nell’adozione di misure di controllo estremamente stringenti in cambio di maggiore sicurezza. Il campo delle libertà individuali è uno di quegli aspetti della vita quotidiana che è risultato particolarmente minato da quanto successo a New York. Non era ancora trascorso un mese dagli attacchi alle Twin Towers che il Congresso americano approvò lo USA Patriot Act, un insieme di provvedimenti che aumentavano a dismisura i poteri di polizia in ogni campo, in special modo in quello del controllo delle comunicazioni. Tale provvedimento permetteva agli organi di polizia di compiere intercettazioni telefoniche ed informatiche, di perquisire le abitazioni o i posti di lavoro dei cittadini a loro insaputa, oltre che di prelevare dalle scuole, ospedali e banche tutti i documenti e le informazioni personali ritenute utili ai fini delle indagini.


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Il Grande Fratello poliziesco - La genericità con cui si doveva motivare tali indagini ai fini terroristici, portarono alla conseguenza che, negli Stati Uniti, qualsiasi agente di polizia che garantiva al giudice la rilevanza di tali informazioni ai fini delle proprie indagini, poteva controllare indiscriminatamente i contenuti delle conversazioni dei privati cittadini. Parimenti non era necessario che gli agenti dessero una concreta dimostrazione dell’utilità delle informazioni ottenute che potevano riguardare qualsiasi aspetto della vita privata della persona spiata. 
Lo USA Patriot Act non solo derogava al requisito della ‘probabile causa’ sancita dal IV Emendamento, che richiedeva indizi gravi, seri e concordanti per procedere a delle indagini ma anche alla libertà di espressione, sancita dal I Emendamento dato che i documenti sequestrati dagli agenti di polizia informavano il Governo su aspetti molto privati del cittadino quali i suoi gusti in fatto di libri, giornali, opinioni politiche e siti internet frequentati.

L'ombra del sospetto


Keystone

La cultura del sospetto si è insinuata nella società occidentale a tal punto da mettere a repentaglio la reputazione di chiunque ed intaccando diritti che ritenevamo come dati per scontati, quali quelli di opinione e movimento.


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Caccia al terrorista di quartiere - Negli Stati Uniti si arrivò ad arruolare gli stessi cittadini, ampliando il progetto finanziato dal Governo americano ‘Neighborhood Watch Program’ per controllare, ed eventualmente individuare, potenziali terroristi nei propri vicini di casa o nelle persone che si incontravano nella vita quotidiana.
Le denunce divennero numerosissime e, secondo un sondaggio compiuto dal New York Times e pubblicato il 18 dicembre 2002, il 57% di oltre settecentomila aziende aveva dichiarato la piena disponibilità a cedere alle autorità di polizia tutti i dati dei clienti presenti nel loro database nonostante il vincolo con i consumatori a rispettare la loro privacy. In pratica, come disse il sociologo Frank Furedi, autore del saggio ‘Le politiche della paura’, si è legittimato il fatto di “rendere terrorista chiunque non ci piaccia”.

L'Europa in allerta - Anche altre nazioni nel mondo adottarono dei provvedimenti simili al USA Patriot Act quali l’Australia, il Canada, la Danimarca, la Gran Bretagna, l’India, Singapore e la Svezia. In Germania, dopo l’11 settembre, venne bocciata la bozza di una legge più liberale nei confronti della immigrazione e, parallelamente, vennero adottati parametri più rigidi con riguardo alla capacità di spostamento dei propri cittadini. In Gran Bretagna e nella stessa Germania furono altresì presi in considerazione nuovi sistemi di identificazione digitale per i propri cittadini. In quasi tutti i Paesi occidentali, inoltre, sono stati adottati degli strumenti legislativi per conservare le comunicazioni e le ricerche compiute su internet dei cittadini con una evidente limitazione del libero utilizzo della Rete. In Cina, Canada, Russia, Pakistan, Germania, Francia, Regno Unito, Giordania e diversi Paesi africani, le legislazioni antiterroristiche portarono a congelare i conti in banca di persone che si sospettava avessero legami con Al Qaeda. Massima espressione della perdita di coscienza è rappresentata dal centro di detenzione di Guantanamo Bay, a Cuba, nel quale sono stati calpestati tutti i diritti stabiliti dalla Convenzione di Ginevra nei confronti dei prigionieri di guerra con la perpetrazione di sistematiche ed inumane torture.


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Un gioco pericoloso - Il circolo vizioso in cui si è caduti dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre è stato quello di reagire facendo lo stesso gioco del nemico, ossia minando gravemente i capisaldi di libertà e giustizia della società occidentale e rafforzando le pericolose politiche stataliste che hanno, a loro volta, reso ancora più evidente il risentimento di una larga parte di popolazione immigrata in Europa che si è sentita colpevolizzata e respinta.

Il terrorista cresciuto in casa - Molti autori delle recenti stragi terroristiche sono infatti persone nate e cresciute negli stessi Paesi  europei in cui poi hanno agito da assassini. Risentimenti razziali, ed emarginazione sociale sono stati il  terreno fertile in cui, tanti giovani, si sono lasciati affascinare dall’ideologia terroristica spinti a compiere missioni suicide che, più che religiose, sapevano quasi di vendetta personale. Dopo gli attentati del 2001, si moltiplicarono i reati di molestia e di crimini d’odio nei confronti dei mediorientali o semplicemente di persone dall’aspetto vagamente mediorientale.


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Il turbante che fa paura - Di tali reati furono frequentemente vittime i Sikh, semplicemente perché gli uomini appartenenti a tale comunità indiana indossano il turbante cosa che, nello stereotipo comune, viene associato all’uomo arabo. Balbir Singh  Sodhi, un indiano Sikh, venne ucciso in Arizona il 15 settembre 2001 per il solo fatto che, indossando il tipico turbante, era stato scambiato con una persona di religione musulmana.

La guerra del terrore - Il clima di guerra si iniziò a respirare pochi giorni dopo la tragedia e già il 16 settembre il presidente George W.Bush parlava di “war of terror”, ossia guerra al terrore dando via, il 7 ottobre 2001, all’offensiva in Afghanistan considerata quale Paese fiancheggiatore di al Qaeda. A questa guerra ritenuta “necessaria” seguì l’invasione dell’Iraq che venne invece definita “una guerra di liberazione” che non fece altro però, così come in Siria, di fomentare l’odio per gli occidentali invasori e portare alla creazione dello Stato Islamico. Sorto nell’area geografica posta tra la Siria nord orientale e l’Iraq occidentale. Per non parlare poi di quanto successo in Libia dove la decisione americana e francese di far cadere Muammar Gheddafi ha dato il via ad una terribile guerra civile con l’effetto devastante di creare continui flussi migratori verso l’Europa.

L'era degli attentati - Con un effetto domino il terrorismo ha portato alla guerra che ha portato al rafforzamento del terrorismo stesso con l’escalation di attentati in Francia, Belgio, Gran Bretagna, Svezia, Germania, Danimarca, solo per citarne alcuni. Il sentimento di paura, radicatosi nel nostro animo in quella mattina di settembre del 2001, è andato amplificandosi e ci si è quasi abituati a questo stato di terrore costante. La paura di andare in luoghi affollati, di avere a che fare con persone straniere, di professare una certa religione, di andare ad un concerto (tutti ricordiamo quanto accaduto al Bataclan a Parigi) o ai mercatini di Natale. Come dimenticare la strage di Berlino del 2016. Per ogni evento della vita quotidiana si possono ormai associare terribili eventi di cronaca che hanno tenuto banco in questi anni. 

Un sogno spezzato - L’insicurezza ci accompagna ovunque da oltre 20 anni ed è probabile che neanche i terroristi dell’11 settembre avessero pensato al raggiungimento di un tale successo. Ci siamo persi nella nebbia della paura e ci ritroviamo un mondo devastato: la situazione in Medio Oriente, dopo decenni di inutili guerre condotte in nome della lotta al terrorismo, è totalmente fuori controllo. I flussi migratori sono inarrestabili e malamente gestiti. La crisi economica, scoppiata nel 2008 e peggiorata dall’attuale emergenza sanitaria, ha incattivito gli animi nei confronti “degli stranieri che ci rubano il lavoro”. Se si prega un Dio diverso si è dei potenziali terroristi. Nel 1989 un mondo unito e pacificato sembrava un progetto possibile e non una semplice utopia, ma il sogno si è schiantato contro la realtà ed è andato in fumo una mattina di settembre.

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