Andrea, 22 anni. Segni particolari: neonazista

È nemico dei neri. È negazionista. Diffondeva via web documenti in cui incitava l'eliminazione degli ebrei

di Redazione
Gabriele Cruciata

Lo scorso 23 gennaio le forze di polizia italiane hanno arrestato un giovane della provincia di Savona di nome Andrea Cavalleri per aver creato delle chat in cui si istigava alla violenza contro gli ebrei, i neri e le donne. Cavalleri - 22 anni e una lunga passione per le armi - aveva creato un network di suprematisti e minacciava di compiere stragi a danno di ebrei e femministe. Aveva anche scritto e pubblicato manifesti per incitare alla rivoluzione armata contro lo Stato. Tra i riferimenti principali di Cavalleri c’era il gruppo suprematista statunitense AtomWaffen Division le Waffen-SS naziste, cioè il braccio militare delle SS che negli anni della Seconda Guerra Mondiale si macchiò di numerosi ed efferatissimi crimini di guerra.


Andrea Cavalleri

Cavalleri è accusato di associazione con finalità di terrorismo e propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale aggravata dal negazionismo. Insieme a lui sono state colpite dall’operazione di polizia altre dodici persone residenti in varie città italiane e le cui abitazioni sono state perquisite.

Nemico degli ebrei - L’organizzazione creata da Cavalleri si chiamava Nuovo Ordine Sociale. Il suo scopo era il reclutamento di altri volontari e la pianificazione di atti estremi e violenti a scopo eversivo. Secondo gli investigatori, Cavalleri usava le piattaforme di messaggistica online per tenere i contatti con persone che avevano le sue stesse posizioni ideologiche. Nelle chat si sosteneva che lo Stato fosse “occupato dagli ebrei” e che gli ebrei dovessero essere eliminati fisicamente. Nelle intercettazioni si legge di Cavalleri che dice che «Gli ebrei sono il male primo da eliminare. Gli ebrei sono nati per distruggere l'umanità» e che «Voglio fare una strage a una manifestazione di femministe. Donne ebree e comuniste sono i nostri nemici. Le donne moderne sono senza sentimenti, bambole di carne da sterminare».

Il gruppo Sole Nero - Insieme a un minorenne anch'egli indagato, Cavalleri aveva inoltre dato vita a Sole Nero, un noto canale Telegram di estrema destra che contava varie centinaia di iscritti e per entrare nel quale era necessario sostenere un quiz per capire l'effettivo grado di radicalizzazione di chi si candidava ad entrare. L’operazione della Digos ha squarciato un velo su un problema strutturale spesso sottovalutato in Europa. Le organizzazioni di estrema destra, che nell'ultimo decennio sono state caratterizzate dalla fusione tra il retaggio storico fascista o nazista e l’ideologia suprematista d’ispirazione americana, negli ultimi anni sono state infatti oggetto di numerose operazioni di polizia che hanno reso possibile lo smantellamento di progetti eversivi di estrema destra. Nonostante l’attenzione degli inquirenti, alcuni estremisti sono riusciti a sfuggire al controllo e hanno portato a termine stragi in vari paesi tra cui Germania, Norvegia e Svezia.

 Il precedente italiano

 


Reuters
L'arresto di Luca Traini il 3 febbraio del 2018 a Macerata


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Luca Traini

Secondo gli inquirenti italiani, Andrea Cavalleri scriveva che è «Meglio morire con onore in uno school shooting che vivere una vita di merda» e che si dichiarava pronto a commettere una strage: «Io una strage la faccio davvero. L'unica cosa da fare è morire combattendo. Ho le armi. Farò Traini 2.0».

Sulla strada per sparare ai neri - Il riferimento di Cavalleri è a Luca Traini, l’uomo che il 3 febbraio del 2018 a Macerata uscì da casa propria e sparò alle persone di colore che trovava per strada. Traini colpì sei persone di origine subsahariana, fortunatamente senza ucciderne nessuna. Per questo è stato condannato in primo grado e in appello a dodici anni per strage aggravata da motivazioni razziali e sta ancora aspettando la sentenza della Cassazione.

Traini si era avvicinato già anni prima a movimenti di estrema destra e si era candidato con la Lega Nord. Il giorno della strage si arrese ai carabinieri ammantato in una bandiera italiana, facendo il braccio teso e gridando “Viva l’Italia!”. Gli inquirenti gli trovarono in casa vari simboli e libri di propaganda neofascista e neonazista.

Uccidere per vendicarsi - In una recente intervista apparsa nel podcast d’inchiesta Buco Nero, vincitore della IX edizione del Premio Roberto Morrione e pubblicato da Storytel, la prima piattaforma europea di audiolibri e podcast, Luca Traini ha ribadito che il suo gesto fu pensato come vendetta dell’omicidio di Pamela Mastropietro, una giovane romana uccisa proprio a Macerata pochi giorni prima della strage di Traini.

Il podcast Buco Nero svela però che la tesi della vendetta regge poco, in quanto i due non si conoscevano e la rappresaglia sia stata dunque un atto molto più politico di una semplice vendetta personale. Tanto che gli stessi inquirenti intervistati nel podcast hanno spiegato che molto probabilmente Traini avrebbe comunque agito anche se non ci fosse stato l’omicidio di Pamela Mastropietro.

Un simbolo di riferimento


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Brenton Tarrant autore di due attacchi terroristici islamofobi in Nuova Zelanda nel 2019

Descritto come un eroe - Luca Traini non ha ispirato solamente Andrea Cavalleri, ma rappresenta ancora oggi un punto di riferimento per molti suprematisti bianchi in tutto il mondo. Sui gruppi Telegram o altri tipi di chat ci sono molti meme e immagini a sostegno di Traini, spesso rappresentato come un gladiatore o un combattente coraggioso. Come raccontato anche da Simone Fontana su Wired, su internet Traini viene presentato come un eroe o un prescelto, come l’uomo che si è ribellato all’ordine delle cose e ha difeso la razza bianca.

Il caso più eclatante si è verificato il 15 marzo del 2019, quando Brenton Tarrant ha mandato in diretta Facebook le immagini catturate da una telecamera posta sul proprio elmetto e che mostrano il suo fucile aprire il fuoco e uccidere 51 persone all’interno della moschea di Christchurch, in Nuova Zelanda. Le immagini mostrano con chiarezza l’arma da fuoco, sul cui caricatore è scritto il nome di Traini a mo’ di santino.

Italia, terra di neofascisti - Ma c’è di più. I suprematisti bianchi di tutto il mondo riconoscono infatti nell’Italia il posto migliore al mondo da cui far partire la loro tanto agognata guerra razziale. Il motivo - dicono - è che gli intensi flussi migratori hanno creato una base di sostegno popolare all’ideologia di estrema destra e hanno fatto sì che negli anni si creassero formazioni neofasciste ormai ben affermate sul territorio.

Dall'inchiesta pubblicata nel podcast Buco Nero emerge con chiarezza che l’ambiente internazionale dei suprematisti bianchi ha riconosciuto Luca Traini come uno dei propri, mentre la stampa ha fortemente contribuito a sostenere la tesi della vendetta. Secondo il giornalista di Valigia Blu, Matteo Pascoletti, i media hanno parlato con insistenza della “povera Pamela” e hanno fatto passare Traini per colui che ha vendicato un crimine orribile, mentre invece si sarebbe dovuto mettere in evidenza che si è trattato di un uomo che ha volontariamente sparato a persone casualmente trovate per strada, basandosi solo sul colore della pelle delle vittime. 

La tesi della vendetta è stata peraltro funzionale alla retorica politica. “Quando c’è un attentatore che urla Allah Akbar il giorno dopo tutti chiedono che l’Islam moderato si dissoci. Invece dopo l’attentato di Macerata Forza Nuova si è offerta di pagare a Traini le spese legali” ha spiegato Matteo Pascoletti. Anche Giorgia Meloni e Matteo Salvini hanno utilizzato l’attentato di Macerata per attaccare i propri rivali di sinistra e la gestione inaccurata dei flussi migratori.

Il contesto internazionale


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Ad ogni modo, Luca Traini non è certo l’unico suprematista bianco ad aver organizzato un attacco. Il terrorismo suprematista è una piaga molto seria già da vari anni negli Stati Uniti, dove è nato il movimento ideologico del cosiddetto “White Power”, secondo cui gli uomini bianchi sarebbero migliori e più puri di quelli di altre etnie.


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Dagli Stati Uniti all'Europa - Negli scorsi anni il White Power e l’ideologia suprematista hanno raggiunto anche l’Europa, dove il contesto culturale è però differente. Come spiegano molti sociologi, infatti, l’Europa è tradizionalmente meno multietnica degli Stati Uniti e in alcuni paesi esiste una letteratura e una cultura quasi secolare legata al fascismo e al nazismo. Succede così che il Vecchio Continente abbia dato avvio ad una fusione tra il retaggio storico fascista o nazista e l’ideologia suprematista di ispirazione statunitense.

Questo non ha attenuato la violenza degli attacchi, nonostante in Europa sia mediamente più difficile procurarsi armi rispetto agli Stati Uniti. Ad esempio nel febbraio del 2020 l’allora 43enne Tobias Rathien si è avvicinato con la propria auto a due shisha bar della città tedesca di Hanau e ha aperto il fuoco, uccidendo nove persone e ferendone altre quattro. Rathien si è poi recato a casa propria, uccidendo la madre e suicidandosi.

Così come successo in molti casi precedenti, anche Rathien aveva utilizzato internet per diffondere le proprie idee e alcuni testi di propaganda redatti da lui stesso. Come riportato da Bild, prima di suicidarsi l'attentatore ha lasciato una lettera-confessione in cui esprimeva opinioni di estrema destra e affermava che è necessario sterminare le popolazioni che non è più possibile espellere dalla Germania. Sempre in Germania, a Monaco, nel 2016 David Ali Sonboly aprì il fuoco contro gli avventori di un fast food, uccidendo nove persone.


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Anton Lundin Pettersson, lo studente che aprì il fuoco a scuola

Lo studente che uccise tre persone a scuola - Ancora prima di Rathien e Sonboly, nell’ottobre del 2015, ci fu un attentato simile perpetrato da Anton Lundin Pettersson a Trollhättan, in Svezia. L’attentatore era uno studente 21enne che - mosso da ideali profondamente razzisti - entrò in una scuola con una spada e uccise tre persone prima di morire per mano delle forze di polizia intervenute sul posto. La scuola di Trollhättan - una località che già in precedenza era stata teatro di alcuni crimini d’odio per via della forte presenza di immigrati - era stata scelta dall’attentatore in quanto posizionata in un quartiere con una percentuale di residenti stranieri particolarmente alta.


Reuters
Anders Behring Breivik

Breivik fu il primo - Il primo attentato suprematista su suolo europeo avvenne però il 22 luglio del 2011, quando Anders Behring Breivik uccise 77 in Norvegia. Breivik quel giorno organizzò due diversi attentati: il primo fu l’esplosione di una bomba piazzata all’interno di un furgone parcheggiato nelle vicinanze dell’ufficio del Primo Ministro. La bomba uccise otto persone e ne ferì altre 209. Due ore dopo Breivik, vestito da poliziotto, prese un’imbarcazione e raggiunse l’isola di Utoya, dove era in corso un campo della sezione giovanile del maggior partito di centrosinistra del paese. Lì Breivik uccise indiscriminatamente chiunque incontrasse. Il bilancio fu di altre 69 vittime e 110 feriti, di cui molti giovanissimi.

Ad oggi Breivik è l’attentatore solitario ad aver mietuto il maggior numero di vittime, ed è tuttora un punto di riferimento per i suprematisti bianchi di tutto il mondo. Infatti Breivik è autore di un testo di più di 1500 pagine intitolato “2083: una dichiarazione europea di indipendenza” che fu inviato da Breivik stesso a circa mille persone via mail poco prima dell’attentato. Il testo è impregnato di islamofobia e fa emergere una visione che l’autore ha di se stesso come di un cavaliere al servizio di una crociata anti islamica in Europa. Il compendio cita moltissimi autori e blogger di estrema destra e si augura un ritorno del patriarcato, oltre a contenere numerosi riferimenti alla vita militare.

Dopo l’arresto Breivik ha continuato a scrivere. I suoi testi e le sue lettere dal carcere vengono ancora oggi tradotte in molte lingue e pubblicate su varie piattaforme popolate da estremisti bianchi, affascinati dalle visioni estremiste dell’attentatore norvegese. Un’inchiesta del New York Times ha mostrato come l’attentato di Breivik abbia ispirato numerosi attacchi di matrice suprematista.

Il ruolo di Internet


Imago

L’operazione della Digos dello scorso gennaio ha sottolineato ancora una volta il ruolo dirimente assunto da Internet nella diffusione dell’ideologia suprematista. Cavalleri infatti aveva organizzato ogni attività estrema intorno all’utilizzo di Telegram e altre piattaforme digitali, così come molti terroristi europei o statunitensi hanno utilizzato chat anonime o social media per diffondere le proprie ideologie o - in alternativa - per proiettare le immagini delle proprie stragi.

Dalle chat ai videogiochi - Come spiega la ricercatrice statunitense Leela McClintock, esistono quattro principali canali digitali utilizzati dai suprematisti per radicalizzarsi online: le chat di messaggistica come Telegram, i videogiochi online, YouTube e siti come gli imageboard.


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Imageboard - Gli imageboard sono siti in cui gli utenti possono postare ciò che vogliono con la certezza di non essere identificati grazie alla politica sulla privacy molto forte che caratterizza i gestori di questi siti. Per questo motivo imageboard come 4chan o 8chan sono diventati rapidamente un ritrovo sicuro per i suprematisti bianchi di mezzo mondo. In particolare 8chan fu fondato nel 2013 da Fredrick Brennan per ovviare al fatto che gli amministratori di 4chan tendessero a censurare alcuni contenuti razzisti e violenti.

Ma nell’arco di sei mesi 8chan è stata scelta da ben 4 attentatori suprematisti (Christchurch in Nuova Zelanda, Powey in California, El Paso in Texas e Dayton, in Ohio) per divulgare i propri manifesti, ed è stato quindi chiuso dalle autorità. Poco dopo sono nati degli eredi di 8chan, anch’essi con legami sospetti con l’estrema destra, come dimostrato anche da una recente inchiesta di Bellingcat.

Un gruppo di suprematisti bianchi italiani infiltrato dai giornalisti ha utilizzato proprio un imageboard per creare una vera e propria comunità che si ispirava alla Melevisione - una nota trasmissione televisiva per bambini - per radicalizzarsi online, fino a rendere alcuni membri pronti a passare all’azione.

La rete come luogo di reclutamento - Gli stessi agenti della Polizia di prevenzione italiana hanno spiegato che in quasi la totalità delle operazioni portate a termine Internet svolgeva un ruolo cruciale nella fase di reclutamento o addestramento degli estremisti. Ad esempio l’operazione Ombre Nere ha consentito alle autorità di sgominare una rete di suprematisti presenti in tutta Italia e che non solo volevano rifondare il partito fascista, ma avevano anche nelle proprie disponibilità un arsenale pronto all’uso.

In modo simile, nel 2012 l’operazione Stormfront ha portato all’arresto dei principali utenti italiani dell’omonimo sito, noto per essere il più grande sito di incitamento all'odio presente su Internet.

Il profilo psicologico


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Una forte frustrazione - I sociologi e gli investigatori che in tutto il mondo studiano e approfondiscono il tema del terrorismo suprematismo sono concordi nel tracciare un profilo psicologico e sociale di chi si radicalizza fino ad armarsi e uccidere. Gli esperti credono che la maggior parte degli estremisti abbia problemi di natura familiare, sociale o anche relazionale. “Spesso si tratta di giovani che tendono all’isolamento e si rifugiano su Internet per sfogare la propria frustrazione” ha spiegato Eugenio Spina, il direttore della Polizia di Prevenzione italiana.

I sociologi che studiano il fenomeno spiegano che la digitalizzazione della società ha modificato profondamente il cosiddetto percorso di radicalizzazione, cioè il percorso che porta individui ordinari ad avvicinarsi a idee sempre più estreme e violente. Oggi questo percorso è favorito dagli algoritmi dei social network, che spingono gli utenti a fruire di contenuti che sono progressivamente più violenti. In questo modo si passa rapidamente da video o immagini assolutamente accettabili a vero e proprio materiale di propaganda neonazista.


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Christian Picciolini

Christian Picciolini, lo skinhead italo-americano - Una dinamica simile finisce col fare presa soprattutto su persone che vivono disagi familiari o personali, perché spesso chi fomenta l’odio online riesce a far individuare le minoranze sociali come la causa della frustrazione di chi fruisce di quei contenuti violenti. Lo spiega molto bene Christian Picciolini, un ex Skinhead italo-americano che oggi aiuta i suprematisti bianchi a uscire dai gruppi dentro cui sono entrati. Picciolini - che fu arruolato nel 1987 da un suprematista che aveva intuito il suo disagio derivante dall’essere in parte italiano e in parte statunitense - racconta che la maggior parte delle persone che si rivolgono a lui sono persone fragili che sono state manipolate.

Per questo motivo nella quasi totalità degli attentatori suprematisti si parla di lupo solitario, cioè di attentatore che si è radicalizzato in autonomia, senza esser parte di alcuna organizzazione riconosciuta come terroristica. Ma - come evidenziato ormai da molti esperti - si tratta di una definizione fuorviante.

Lo stesso Picciolini, citando un attentato suprematista dinamitardo ad Oklahoma City, spiega che l’attentatore ha agito da solo e si è radicalizzato davanti a un pc in camera propria, ma era comunque mosso da ideali promossi con forza da movimenti e persone ben precise. Un discorso simile è stato avviato in Italia per Luca Traini. Come ha spiegato il giornalista di Fanpage Valerio Renzi, Traini ha agito da solo senza essere affiliato ad alcuna organizzazione terroristica, ma proviene da un retroterra culturale e politico ben preciso che non può essere ignorato. Con lui concorda anche il giornalista di Valigia Blu Matteo Pascoletti, che nel podcast Buco Nero spiega che l’espressione “lupo solitario” è anche una forma di prevenzione psicologica perché depoliticizza l’azione violenta: “se quello che spara è un lupo solitario significa che è un pazzo, cioè che la sua esistenza non riguarda né me né la società in cui vivo. Mi fa pensare che è solo un caso isolato anziché un problema strutturale”.

Il mito del lupo solitario - Nel marzo del 2017 il Guardian ha pubblicato un lungo articolo in cui si spiega che quello del lupo solitario è un mito, un “termine pigro” più che un fatto. Il motivo principale - secondo l’autore Jason Burke - è che con l’espressione “Lupo solitario” si perde la connessione dell’attentatore con circoli di estremisti con cui spesso entra in contatto, pur non facendone formalmente parte. In sostanza, dice Burke, oggi si può far parte attivamente di un’organizzazione senza esserne formalmente membri. 

Ma il problema principale rimane di natura giuridica. Infatti l’Unione Europea non ha ancora inserito nella lista di organizzazioni riconosciute come terroristiche alcun gruppo suprematista, né di estrema destra, nonostante un recente rapporto dell’Europol abbia sottolineato il rischio rappresentato dai terroristi di estrema destra.

E dunque chi attacca e uccide in nome dell’odio razziale, della guerra etnica e della purezza della razza viene ancora etichettato come un folle lupo solitario anziché come un vero e proprio terrorista.

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