Lo sfruttamento dei raccoglitori avviene alla luce del sole

Vicino a Foggia sorge una baraccopoli che ospita settemila migranti, la maggior parte lavorano nei campi di pomodori.

di Redazione
Alessia Manzi e Giacomo Sini


Giacomo Sini

Sono le tre e mezza di un pomeriggio di fine luglio e la colonnina di mercurio segna quarantadue gradi. Ai bordi della superstrada tra Bari e Foggia, tre giovani africani raccolgono pomodori. Non c’è neanche un po’ di ombra in mezzo a questa infinita distesa verde, punteggiata di rosso, che pare quasi perdersi verso il Gargano e i monti dell’Irpinia. Dopo qualche chilometro, il paesaggio cambia. Tra strade sterrate, campi tinti dal colore dell’oro e case diroccate si intravedono le prime baracche del ghetto di Borgo Mezzanone.


Giacomo Sini

Situazione stagnante - «Ho forti dolori addominali da anni. Ogni tre giorni finisco in ospedale. Ho un’ernia, ma i dottori mi curano con un antidolorifico» racconta Benjamin, ghanese, scappato dalla Libia nel 2011. «Non riesco ad alzare pesi. Come posso lavorare, trovare una casa e ottenere i documenti? Ho bisogno di aiuto», mormora stringendo tra le mani uno dei tanti referti medici sparsi sul tavolo del container che condivide insieme ad altri connazionali. Sul piazzale davanti alla baracca di Benjamin, un gruppo di donne ascolta musica e un ragazzo prepara il pranzo. «Nel 2009 ho trascorso qualche mese al CARA», dice indicando la recinzione accanto alle casupole della baraccopoli. «Poi sono finito qui. Costa D’Avorio, Libia, il mare. Da quando mi trovo in Italia non sono cambiate molte cose nella mia vita. Guadagno trenta euro al giorno e tutte le mattine mi alzo alle quattro per raggiungere le piantagioni di pomodoro. Il padrone? Buono, cattivo. Dipende chi è», conclude alzando le spalle.


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Condizioni precarie - Nella baraccopoli vivono almeno tremila persone. Le condizioni igieniche sono precarie, mentre manca l’elettricità e l’acqua è presa all’esterno del campo. «Lo so. Non c’è più acqua potabile nei silos. Cerchiamo di risolvere in serata» rassicura Yussef, rappresentante in Puglia dell’Associazione Ghanesi in Italia, mentre parla con due ragazzi che gli vengono incontro. «Nonostante si parli da tempo di caporalato, le cose non sono quasi cambiate. Se alla scadenza di un progetto durato sei mesi non hai più alternative, che fai? Torni qua. Il caporale diventa la persona a cui rivolgerti per avere un riparo e racimolare qualche soldo. E’ così che aumenta lo sfruttamento. Ci vogliono soluzioni che offrano un minimo di prospettiva futura». Accanto a piccole costruzioni in sabbia e mattoni, c’è un rogo. «Fino a due mesi fa lì c’era la baracca di Mohamed Ben Ali, per tutti Bayfull. Poi c’è stato un incendio. Aveva solo 37 anni», ricorda Yussef. Percorrendo quelle vie dissestate sotto al sole cocente, non è possibile dimenticare Moussa, Amadou e gli altri quattordici migranti che, a causa di un incidente, nel 2018 hanno abbandonato i propri sogni sull’asfalto. La “pista”- altro nome con cui questo luogo desolante è conosciuto perché fino agli anni ’90 è stato usato come aeroporto militare- è terra di nessuno. Aggressioni e sassaiole verso i migranti di ritorno dai campi, a piedi o in bicicletta, da queste parti non sono una novità. Perché qui, nonostante lo sfruttamento dei braccianti vada avanti da oltre vent’anni, per migliaia di persone, il tempo resta sospeso.


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Magdalena Jarczak, segretaria provinciale della Flai Cgil Foggia davanti al suo ufficio nella sede del sindacato della città pugliese.

Dalla Polonia senza ritorno - «Un amico di famiglia mi aveva proposto un lavoro stagionale ben pagato. Tre, quattro mesi e sarei tornata in Polonia. Così ho deciso di partire con mia sorella. Quando sono arrivata in Italia, la situazione era ben diversa dai racconti che avevo ascoltato. Che qualcosa non andasse bene, lo avevo capito fin da subito». Magdalena Jarczak, segretaria provinciale della Flai Cgil Foggia, seduta nel suo ufficio alla sede del sindacato, in un attimo torna indietro all’estate del 2001 quando, su un bus carico di uomini e donne dell'Europa dell’est, arriva in Puglia. Cerignola, Carapelle, Incoronata sono alcuni dei comuni dove i braccianti finiscono a lavorare sopravvivendo agli stenti a cui sono costretti. «A gruppi di quattro persone siamo stati portati in vari casolari. Non so dire dove mi trovassi, forse Ortanova. Si lavorava per dieci, dodici ore al giorno e da mangiare c’era un tozzo di pane e pomodori. Lì dentro non c’era né luce, né acqua. Si poteva fare la doccia fuori, usando una pompa. Dicevano fosse una soluzione temporanea, ma non ci permettevano di telefonare alle nostre famiglie e cercavano di sottrarci i passaporti», continua. «Un giorno ho sentito il ragazzo che ci aveva portate qui discutere con altri uomini. Parlavano di ragazze. Le donne, una volta finita la raccolta, sarebbero state vendute in strada. Dovevamo lasciare quel posto subito». Dopo qualche giorno, i timori di Magda trovano conferma quando il proprietario del terreno su cui lavorava tenta di trascinare la sorella in macchina. «L’ho difesa in tutti i modi, finché lui è andato via. Siamo scappate quella sera stessa». Le due ragazze si rifugiano in un casale vicino, dove tutti i weekend si reca una famiglia, che trovandole decide di aiutarle. Le donne vengono nascoste a Orta Nova per una settimana. Quando escono dal riparo, Magda e la sorella provano a sporgere denuncia. Non ci sono elementi sufficienti, e tutto cade nel vuoto. «Dopo anni ho capito quanto il sistema fosse marcio. Le volanti delle forze dell’ordine passavano vicino ai campi. Le istituzioni sapevano cosa stesse succedendo vicino Foggia. Nessuno ha fatto niente».


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Magdalena mentre parla con un giovane ragazzo del Ghana nel suo ufficio.

Sindacato di strada - Solo tra il 2000 e il 2006, nella Capitanata spariscono 119 polacchi. Uomini e donne di cui ancora si cercano le tracce. E proprio nel 2006, dopo vari lavori e un tirocinio in CGIL, Magda avvia l’ufficio immigrazione che poi si trasforma anche in sindacato di strada. «In un anno abbiamo avuto mille richieste. Le persone, vedendo una ragazza straniera, si fidavano di più. Quell’idea ha funzionato e continua ancora a supportare i braccianti che provengono soprattutto dall’Africa», commenta la sindacalista. «Se attraverso assemblee e riunioni gli uomini hanno cominciato ad alzare la testa chiedendo maggiori tutele, ci sono molte difficoltà a dialogare con le donne. Romene e bulgare abitano nei paesi qui vicino. Sono sempre sorvegliate, ed essendo stagionali non hanno molto interesse a rivendicare i propri diritti. Accettano paghe molto basse per guadagnare qualche soldo da portare a casa, e questo crea forti dislivelli. Al ghetto, invece, ci sono tante ragazze nigeriane destinate a tutt’altro mercato». Le donne restano una delle realtà più nascoste di questo mondo sommerso, dove minacce e soprusi diventano una drammatica situazione quotidiana.


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Adham, giovane nigeriano e abitante di Bari mentre attende altre persone che lo aiutino a caricare i pomodori per la salsa “Sfruttazero”, appena raccolti presso i campi gestiti di Solidaria ed Ortocircuito a Japigia, Bari.

Alzare la testa - Tra luglio e settembre, settemila persone trovano riparo nelle baraccopoli di Borgo Mezzanone, il gran ghetto di Rignano Garganico, di Tre Titoli a Cerignola e negli insediamenti informali disseminati per tutto il territorio foggiano. Nonostante le alte presenze però, la Flai CGIL evidenzia come al 31 luglio 2020 siano state presentate solo 797 domande di regolarizzazione. Un dato che sottolinea il buco nell’acqua fatto dalla recente sanatoria. Per avere un contratto regolare di lavoro, i migranti devono dimostrare di essere stati presenti in Italia già prima dell’8 marzo di quest’anno, senza essersi allontanati in un periodo successivo; o avere un permesso di soggiorno scaduto al 31 ottobre 2019. Ma come si rispettano questi parametri se buona parte delle persone sfruttate nei campi non riesce a ottenere i documenti da anni? «Lo scorso anno abbiamo stipulato un accordo con aziende e istituzioni, così da poter offrire un lavoro regolare ad alcuni braccianti di Borgo Mezzanone. Il progetto è andato bene, e i migranti ci chiedono di ripetere quell’esperienza», riferisce Magda. «Non hanno bisogno di assistenzialismo. I braccianti sono protagonisti della loro vita e devono avere fiducia che se 50, 200 persone alzano la testa, allora le cose cambiano». Spesso le risposte vengono fornite anche dal mutuo soccorso e da progetti nati dal basso; come accade a Bari con Sfruttazero, dove migranti e precari producono una salsa senza caporali. Perché le idee possono prendere forma e trasformarsi in riscatto per migliaia di vite. Il movimento bracciantile che nella prima metà del ‘900 insorge contro i grandi proprietari terrieri chiedendo terra e libertà, ci mostra come uscire dal ghetto sia possibile. Perché le baraccopoli sono posti che non devono esistere.

 

 

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