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CANTONE
07.05.21 - 20:040
Aggiornamento : 21:48

«Caro Job Mentor, ti racconto come si diventa un fantasma»

Un ex impiegato di banca finito in assistenza spiega cosa dirà alla nuova figura chiamata ad aiutare gli over 50

«Nel periodo in cui ero iscritto alla disoccupazione ho mandato oltre 550 curriculum vitae e non mi hanno proposto nemmeno un impiego»

LUGANO - Sono in tanti, ma in pochissimi hanno voglia di raccontarsi. Anche lui, che ha quasi 54 anni, è cittadino svizzero e quattro anni fa è stato licenziato dopo trent’anni di lavoro in banca, ne avrebbe fatto volentieri a meno. «Perché di quelli come me non frega niente a nessuno o quasi» dice. 

L'ingiustizia sulla pelle - Ma poi è arrivata ieri la notizia del “job mentor” e allora Luca (il cui vero nome è noto alla redazione) ci ha scritto per anticiparci cosa racconterà a questa nuova figura voluta dalla Segreteria di Stato dell’economia (Seco) e dal Cantone per aiutare gli over 50 senza più un lavoro. «Sono stato licenziato a 50 anni. Dopo tanti anni passati in un’azienda lo vivi come un lutto - dice ripensando a quel giorno -. Senti l'ingiustizia sulla pelle e questo è molto doloroso anche perché sai che il mercato del lavoro non accetta più quelli come te, non più giovanissimi. Sai che farai molta fatica a rientrare in gioco e chissà se ci riuscirai».

Una vita lastricata di curricula - Dopo un anno e mezzo Luca consuma il diritto alla disoccupazione. «Ti senti completamente abbandonato, ora ti devi arrangiare, a mantenere te stesso e la famiglia. Ora sei solo». Al “job mentor” direbbe anche che non è rimasto come le mani in mano. Anzi. «Nel periodo in cui ero iscritto alla disoccupazione ho mandato più di 550 curriculum vitae, ma non è stato sufficiente a trovare un impiego. L'Ufficio regionale di collocamento in questo periodo non mi ha proposto neanche un impiego, la mia vecchia attività non esiste più dicevano. Ho subito pensato che collocare degli ultracinquantenni dovesse essere complicato anche per loro! Figurarsi per me».

Obbligati a rintanarsi - Reinventarsi, riqualificarsi, rifarsi una vita. Rigeneranti parole, sulla carta. «Non tutti i disoccupati sono in grado di farlo da un giorno all'altro, non è facile ideare una nuova attività finanziandola da zero e resta difficile acquisire certe competenze in questo contesto. E aggiungo anche che non sono tutti Steve Jobs capaci di inventarsi un'attività nel garage di casa». E allora, prosegue il 54enne, si è costretti ad andare in letargo come marmotte con poco grasso. «Così molti "dimenticati" vivono consumando i risparmi di una vita e pensando ogni giorno a quando finiranno. Non è un bel vivere, passi le giornate sempre preoccupato e senza prospettive future. Sempre più spesso ti senti triste e depresso. Vedi gli altri che vanno al lavoro ed hai vergogna perfino verso la tua famiglia, perché hai perso un ruolo».

Piove sul bagnato - Poi è arrivata la pandemia che ha dato il colpo di grazia finale. L'impossibilità totale di fare qualsiasi attività. «Immagini - racconterebbe Luca al job mentor - persone come me, senza alcun reddito, chiuse in casa a consumare i risparmi, senza prospettive, dimenticati dalle istituzioni e senza alcun aiuto. Tutti ricevono invece questi aiuti, aziende, lavoratori, perfino i disoccupati, ma tu no, perché non esisti. Sei come un fantasma».

Il marchio dell'assistenza - Il job mentor avrà un bel daffare per far cambiare a Luca «l’idea che in Svizzera nessuno aiuterà mai le persone come me». L’assistenza, prosegue, «è profondamente ingiusta in quanto ha una connotazione sociale che fa sentire chi vi ricorre, uno sconfitto. Chi è costretto a farne richiesta si sente marchiato dalla riprovazione sociale e passa da mantenuto, da scansafatiche, anche chi ha lavorato una vita e che per motivi di risparmio viene espulso dal mondo del lavoro, magari da ultracinquantenne».

Il bisogno di sentirsi utile - Più che consigli, Luca chiede un reinserimento e un aiuto economico che non sia visto come un’elemosina: «In assenza di altri redditi, dovrebbe esserci un sussidio a fondo perso mensile di almeno 1'500 franchi. Ma la cifra esatta la lascio valutare agli esperti». Nel frattempo anche Comuni e Cantone «dovrebbero avere un piano occupazionale con assunzioni preferenziali per queste persone, dei collocamenti anche solo per una parte dell'anno. Lavori di carattere sociale, manutenzioni varie, volontariato retribuito eccetera. Le persone in difficoltà non devono sentirsi abbandonate, devono invece ritrovare la propria dignità, rendendosi utili alla collettività, sentendo di farne parte». Perché in conclusione, ricorderà Luca al suo job mentor, «prima o poi tutti compiamo 50 anni. Prima o poi tutti potremo trovarci con le spalle al muro!».

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