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SVIZZERAIn conflitto con loro stessi: gli allevatori che sono stanchi di uccidere

04.03.24 - 10:22
La missione di Sarah Heliligtag, aiutare gli allevamenti a trasformarsi in fattorie. E in Svizzera in diversi chiedono di farlo.
Sarah Heiligtag
In conflitto con loro stessi: gli allevatori che sono stanchi di uccidere
La missione di Sarah Heliligtag, aiutare gli allevamenti a trasformarsi in fattorie. E in Svizzera in diversi chiedono di farlo.

ZURIGO - Sfidare la tradizione. Non solo per l’ambiente. Ma anche per il proprio benessere mentale. È ciò che hanno già fatto 135 imprenditrici e imprenditori e imprenditrici del settore dell’allevamento che hanno riconvertito le proprie aziende verso l'agricoltura con l’aiuto dell’associazione d’Oltralpe Hof Narr di Sarah Heiligtag.

«Abbiamo fondato la nostra fattoria circa dieci anni fa», ci racconta Heiligtag. «La nostra idea era quella di creare un santuario per gli animali, insegnare etica e produrre del cibo per farne un guadagno».

Il suo obiettivo non era quindi solo quello di parlare «di ciò che non funziona in questo settore», ma anche di dare un esempio diverso da seguire. «Volevamo anche far vedere chi sono gli animali di cui parliamo quando diciamo che non va bene ciò che facciamo loro. Volevamo educare le persone e soprattutto i consumatori su chi consumano realmente, quali sono le opzioni e cos’altro possono fare».

E a un certo punto, dopo circa due anni, degli allevatori hanno cominciato a prendere contatto «chiedendoci se anche loro potessero fare come noi». Siamo all’inizio del 2018, Sarah Heiligtag ha appena avviato il suo primo progetto di “TransFarmation”. «Non eravamo effettivamente sicuri di essere in grado di aiutare davvero queste persone, ma nello spazio di due mesi siamo riusciti a cambiare completamente quella fattoria in uno spazio dedito all’agricoltura e in cui gli animali non vengono più uccisi».

Questa prima storia di successo aveva attirato all’epoca un grande interesse da parte dei media in Svizzera tedesca e in Germania «e molti allevatori sono venuti a conoscenza del nostro progetto e ci hanno contattati. A oggi abbiamo lavorato con 135 realtà. Collaboriamo con davvero tanti tipi di fattorie, dalle piccole alle grandi, a quelle che allevano esclusivamente mucche, maiali o polli, a quelle che si trovano nelle valli o in montagna».

Il lavoro parte soprattutto dai proprietari delle fattorie, ma, nel suo percorso, Heiligtag ha anche avuto occasione di conoscere due dipendenti di allevamenti intensivi. «Ci hanno raccontato la crudeltà che accade giornalmente nei mattatoi. Ma non avevamo i mezzi per intervenire. Perciò abbiamo preferito aiutarli a trovare un altro lavoro. Sono molto spesso persone molto povere e che si trovano in situazioni particolarmente precarie».

Nel 2022 sono stati censiti 32’581 allevatori solo della specie bovina (una cifra in calo dell’1,1% stando al Rapporto agricolo 2023). Sempre due anni fa è stata riscontrata una diminuzione di 94 unità (-1,7%) di aziende detentrici di suini.

Ancora nel Rapporto si legge che queste diminuzione si inseriscono in un fenomeno ben più grande: «Confrontando il numero medio dei detentori di animali negli anni 2020-2022 con la media degli anni 2000-2002, si evince che c’è stato un calo dei detentori di suini e di pollame rispettivamente del 62 e del 29%. Anche il numero dei detentori di bovini e di ovini in questo periodo ha segnato una flessione rispettivamente del 33 e del 34%». Se diminuiscono le aziende però, gli effettivi di animali restano quasi invariati.

Ma cosa spinge alcuni allevatori a fare una transizione verso l’agricoltura? Il motivo è soprattutto legato all’etica. «Si sentono in conflitto con loro stessi nel separare i cuccioli dalle proprie madri per produrre il latte o uccidere degli animali ancora molto giovani. Non riescono più a sopportare il peso di ciò che fanno». Quando perciò vedono che esiste un’alternativa che non farà perdere loro i guadagni e che allo stesso tempo gioverà alla loro salute mentale, «sono molto propensi al cambiamento».

E come funziona concretamente la transizione?
«Il mio collega e io ci rechiamo in fattoria, cerchiamo di capire quali sono le sue potenzialità, come sono fatti campi, cosa c’è intorno, che tipo di fornitori ci sono nelle vicinanze e come possiamo connetterli al mercato plant based. Scriviamo un documento, annotando qual è la situazione economica attuale della fattoria e i vari aspetti finanziari, ma anche sociali. Magari proviamo anche a contattare dei possibili investitori. Una volta che abbiamo delle idee, ne discutiamo con i proprietari».

Cosa ne è degli animali?
«Alcuni cercano di tenerne quanti più ne possono perché sentono di essere in debito con loro e di avere un obbligo nei loro confronti perché abbiano d’ora innanzi una bella vita. Ad alcuni piace anche presentarli alle persone e raccontare la loro storia e dire magari “questa mucca si chiama Emma ed è colei che mi ha fatto riflettere”. Altri invece portano gli animali nei santuari. Ma, com’è normale che sia, se hai un allevamento con mille maiali non puoi credere di poterli salvare tutti. Può anche capitare che questi siano in pessime condizioni fisiche e che quindi per questo motivo vengano mandati nei mattatoi. Ma non verranno inseminati e quindi non ci saranno più cuccioli».

Gli impiegati come reagiscono al cambiamento?
«Normalmente lo accolgono. I problemi si hanno in realtà in seno alla famiglia magari. Ci sono situazioni in cui ci sono due fratelli che dirigono l’azienda e uno vuole cambiare, ma l’altro no. Oppure l’ambiente in sé può essere pressante perché magari è un allevamento che si trova in un piccolo villaggio e quindi la transizione può non essere ben vista. Ogni volta che una fattoria cambia qualcosa, verrà giudicata. Gli allevatori sono normalmente molto conservatori e guardano sempre cosa fa il vicino e lo criticano e magari smettono di parlarsi. Quando ti decidi per la transizione è come fare outing, se vogliamo».

Il vostro lavoro è sovvenzionato?
«Non riceviamo fondi di alcun tipo. Solo nel caso in cui magari una fattoria cominci per esempio a produrre dell’avena può ricevere delle sovvenzioni. I costi di transizione possono variare molto. Dipende da quanto e come vuoi trasformare l’azienda e anche dalla sua grandezza. Può essere poco costoso o richiedere una spesa piuttosto rilevante».

Recentemente Migros ha deciso di chiudere uno dei suoi allevamenti Micarna. Cosa ne pensa?
«Sono sorpresa, ma non ci credo. Immagino che sposteranno la loro produzione altrove».

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