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CANTONE
26.05.21 - 06:300
Aggiornamento : 07:52

«La pandemia non ha spento le luci in sala e la magia»

A tu per tu con il direttore artistico del Locarno Film Festival per parlare di cinema e sale post chiusure.

«È davvero ingenuo sostenere che l’avvento di una piattaforma (streaming, ndr.) possa minacciare il cinema. Cambia solo il rapporto con le cose».

LOCARNO - Lo scorso 19 aprile hanno riaperto le sale dei cinema svizzeri, o perlomeno avrebbero potuto. Il numero di spettatori non dev’essere superiore a un terzo dei posti disponibili (per un massimo di 50, i presenti devono stare seduti e indossare sempre la mascherina, tra uno spettatore e l’altro dev’essere mantenuta la distanza di 1,5 metri o lasciato libero un sedile, sono vietate le consumazioni e sconsigliati gli intervalli durante gli spettacoli.

Queste le regole della Confederazione. Troppo restrittive per alcuni, che hanno deciso di attendere a riaprire (o di farlo con orari molto limitati). La pandemia ha spento per lunghi mesi le luci in sala e c’è chi afferma che potrebbero non riaccendersi più, verso un inesorabile cambiamento nel modo di fruizione. Non la pensa allo stesso modo Giona A. Nazzaro, il nuovo direttore artistico del Locarno Film Festival, secondo cui «la luce resta sempre accesa».

Davvero pensa che la gente tornerà in sala?
«Non bisogna mai sottovalutare il pubblico. È molto più imprevedibile di quanto lo immagini l’analisi di mercato. Lunedì 26 aprile il cinema Beltrade di Milano era sold out all’alba per la maratona “L’alba del cinema vivace” che iniziava alle 6 (con “Caro diario” di Nanni Moretti), nel primo giorno di zona gialla per la Lombardia. Una cosa bellissima e una potente dimostrazione di affetto».

Il cinema riuscirà a superare questa prova di forza?
«In un momento in cui all’improvviso il cinema scompare, la gente ha scoperto di amarlo in un modo che non immaginava. È su questo amore del pubblico per la condivisione delle immagini in sala che si fonda la forza del cinema stesso. Non è il film, non è l’industria, è l’entrare in sala, al buio e condividere le immagini. È questo che fa sì che il cinema non muoia. Lo dico ovviamente da persona che ama fortemente la sala e ritiene la sala la sua educazione sentimentale. Ancora oggi io quando varco la soglia di una sala mi emoziono come fosse la prima volta. Per me è il valore primario, non c’è luogo al mondo che sia più bello di una sala cinematografica».

Lo streaming non ha preso il posto della sala, soprattutto quest’anno?
«Io non sono contrario a nessuna delle modalità attraverso le quali si possono oggi fruire le immagini. Ma siamo passati oltre ai tempi in cui “un’invenzione ne sostituiva un’altra”. Oggi viviamo in una prospettiva in cui la tecnologia e le diverse modalità di fruizione - del cinema, della letteratura, della musica - esistono contemporaneamente. Un formato dato definitivamente per “morto” come il disco in vinile, ad esempio, oggi è diventato un oggetto ricercatissimo e c’è tutta un’industria che si è rivitalizzata. È davvero ingenuo sostenere che l’avvento di una piattaforma possa minacciare il cinema. Il punto è che la modalità di fruizione e l’esperienza del film si modificano in base alla tipologia di tempo che possiamo dedicare al film. Se devo fare una breve recensione, ad esempio, la prima fruizione può avvenire online. Se voglio godermi l’ultimo “Godzilla” preferisco farlo all’Imax piuttosto che sul divano di casa con il mio impianto audio. Mentre per la retrospettiva su Bergman sarà meglio una sala diversa. Il piacere rispetto alle immagini resta immutato, ma cambia il modo di vivere l’esperienza del film. La sala è fatta per durare, è una di quelle magnifiche invenzioni del ventunesimo secolo che sopravviverà. Cambia il rapporto con le cose». 

Cosa risponderebbe a chi dice che il cinema è morto?
«A volte ci si trincera dietro parole d’ordine troppo facili. In realtà nella prospettiva storica dietro la quale siamo calati, le cose non muoiono. È il senso critico a fare la differenza. Bisogna essere fiduciosi ma critici, critici ma fiduciosi. E non banalmente: guardare, valutare, operare delle scelte».

Tutto molto bello e romantico… ma le sale cinematografiche hanno delle spese da sostenere e in questo momento non ci sono grandi produzioni da proporre.
«Il discorso legato a una serie di articolazioni economiche è un po’ più complicato. Se la sala può accogliere 700 persone abituate a un certo tipo di film, far fronte a una serie di costi di gestione in questo momento è difficile, diventa davvero problematico».

Tutto questo ha fatto emergere la dipendenza dalle grandi produzioni e dal doppiaggio italiano. Potrebbe essere un’idea “istruire” il pubblico al cinema indipendente?
«Non si può pensare di proiettare un film indipendenti in una sala attrezzata per i “big” americani. Sono le leggi dell’economia che non si possono stravolgere da un giorno all’altro. Il punto è tentare di intercettare in maniera creativa un gusto che cambia. Le persone guardano sempre più spesso le serie in lingua originale o in inglese. Un’idea potrebbe essere quella di acquistare il film e proiettarlo sottotitolato, acquistando il doppiaggio in caso di eventuale vendita successiva. Io, però, non sono un esercente né un distributore e non mi permetterei mai di indicare agli alti come fare. Ad esempio io adoro il doppiaggio italiano classico, ma venero i film in lingua originale. Oggi, comunque, le sale si trovano in difficoltà. Ogni film deve essere protetto da un sistema di pubblico e di sale e di conversazione. Bisogna fare ragionamenti diversificati per oggetti diversificati».

Non è tutto bianco o nero, quindi…
«La situazione è complessa, ma offre sorprese interessanti. Io per cinque anni ho lavorato alla sezione della critica di Venezia e alcuni di quei film sono stati acquistati da Netflix. Lì hanno raggiunto un pubblico molto più ampio di quello che avrebbero raggiunto attraverso una distribuzione tradizionale. Le situazioni sono complesse. Da parte mia, quindi, tento di conservare un atteggiamento che mi consenta di verificare quello che accade intorno a me, evitando di lasciarmi guidare da quelli che sono i miei gusti e le mie convinzioni».

Quando, mercoledì 29 aprile, il Consiglio federale ha annunciato la volontà di offrire una prospettiva di pianificazione agli organizzatori di grandi manifestazioni con fino a 3'000 partecipanti dal 1. luglio 2021, a Locarno si è esultato. «Piazza Grande è più vicina», è stato il commento postato anche sui social. «Nel pieno rispetto delle norme e dei parametri che verranno definiti, Locarno74 sarà un’edizione di rinascita. Per il pubblico, che vogliamo tornare ad accogliere, in piena sicurezza. Per il cinema, magia antica che senza la collettività perderebbe la propria ragion d’essere. E per noi, che di voi, del cinema e della sua magia non possiamo proprio fare a meno».

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