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11.02.21 - 11:260

Precedenza alle prime dosi? «Così si rischiano nuove varianti»

Anche in Italia si fa strada l'idea di seguire il modello vaccinale inglese. Soluzione ai ritardi o rischio?

Secondo il professor Massimo Galli, dell'ospedale Sacco di Milano, un'immunizzazione parziale potrebbe «esprimere nei confronti del virus una pressione selettiva».

BRUXELLES - Dopo una partenza quasi coreografica, con l'etichetta del "V-day" appiccicata al 27 dicembre (il momento simbolico in cui l'Unione europea ha iniziato a voltare pagina nella pandemia), nelle settimane successive le campagne vaccinali in tutto il Vecchio continente hanno iniziato a rallentare. Autorizzazioni tardive. Forniture che non arrivano. E così alcuni Paesi hanno iniziato a ridisegnare i propri piani per la campagna vaccinale.

Ieri, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha recitato il proprio "mea culpa" di fronte al Parlamento dell'Unione. «Siamo arrivati in ritardo con le autorizzazioni» e «siamo stati troppo ottimisti sulla produzione di massa», ha detto l'ex ministra tedesca.

Questi ritardi - in parte dovuti a questione logistiche, come nel caso dei vaccini prodotti da Pfizer e Moderna, e in parte al nugolo di polemiche e incertezze sorto attorno al preparato di AstraZeneca - mettono a rischio i richiami per chi ha già ricevuto una prima dose, rallentano il processo d'immunizzazione generale e, di conseguenza, il ritorno alla normalità, che già rispettando le tabelle di marcia ideali non si annunciava così immediato.

E così il modello "inglese", che si basa sul somministrare la prima dose di vaccino al numero più alto possibile di cittadini (con il richiamo entro 12 settimane invece di sole 3 o 4), potrebbe trovare applicazione anche altrove. Ad aggiungersi alla lista potrebbe, secondo le indiscrezioni trapelate dalle consultazioni in corso, esserci anche l'Italia. La strategia del Regno Unito sarebbe infatti particolarmente caldeggiata dal "premier" incaricato, Mario Draghi.

Precedenza alle prime dosi: soluzione o rischio?
L'idea però non fa l'unanimità all'interno della comunità scientifica. Da un lato ci sono i risultati preliminari di studi che parlano di un'alta efficacia dei vaccini sin dalla prima dose. Dall'altro la paura che un'immunizzazione solo parziale possa contribuire a selezionare ulteriormente il coronavirus circolante. «I vaccinati a metà potrebbero facilitare la comparsa di un’ulteriore variante», ha detto a Open Massimo Galli, direttore del dipartimento Malattie infettive dell'ospedale Sacco di Milano.

Secondo Galli, prima di procedere su un sentiero di questo tipo è necessario avere garanzie di sicurezza, in quanto una persona che non è stata immunizzata in modo completo potrebbe essere infettata con «una specifica frequenza» e quindi «esprimere nei confronti del virus una pressione selettiva che, se da una parte non è sufficiente a eliminare l’infezione, dall’altra potrebbe contribuire al sorgere di un’ulteriore mutazione del virus».

Commenti
 
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Heinz 1 anno fa su tio
Come fa il giornalista ad affermare qualcosa sulle intenzioni di Draghi, visto che non ne ha mai parlato finora di questo? Mistero. A proposito di ritardi, gli Svizzeri comincino a pensare a cosa succede a casa propria prima di pensare a casa degli altri: la campagna di vaccinazione svizzera va piu lenta di quella italiana.
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