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REGNO UNITO
23.01.20 - 19:280

Per la Brexit c'è la firma della regina

L'accordo che il primo ministro Boris Johnson ha raggiunto con Bruxelles è diventato legge

di Redazione
ATS

LONDRA - Il matrimonio fra la Gran Bretagna e l'Ue non arriverà alle nozze d'oro: l'accordo sulla Brexit raggiunto da Boris Johnson con Bruxelles è da oggi legge nel Regno e il divorzio - dopo 47 anni - viene dunque sancito nero su bianco per le 23 esatte del 31 gennaio, ora del meridiano di Greenwich. L'ultimo tassello ha fatto clic con l'atto dovuto della firma della regina, o Royal Assent, al testo dello European Union Withdrawal Agreement Act, che ieri aveva concluso il suo contrastato iter di ratifica parlamentare a tre anni e sette mesi dall'esito pro Leave del referendum del giugno 2016.

Il Royal Assent è stato comunicato alla Camera dei Comuni nel pomeriggio e annunciato fra gli applausi fragorosi di una parte dei banchi Tory e del presidente di turno dell'assemblea: il vice speaker Nigel Evans, esponente brexiteer del partito di Johnson. Una reazione che rispecchia quella del premier, il quale - in attesa di parlare solennemente alla nazione a fine mese - aveva salutato la svolta già nelle ore precedenti sulla scia dell'approvazione finale del Withdrawal Agreement Act a Westminster.

Questo passaggio «significa che il 31 gennaio lasceremo l'Ue e volteremo pagina come un Regno Unito», aveva dichiarato BoJo, inneggiando alla vittoria. «Talora si era pensato che non avremmo mai tagliato il traguardo della Brexit, ma ce l'abbiamo fatta. E adesso possiamo lasciarci alle spalle tre anni di divisioni e di recriminazioni e concentrarci per attuare un futuro esaltante, con scuole e ospedali migliori, strade più sicure e opportunità estese a ogni angolo del nostro Paese».

Proclami a parte, la strada da fare è in effetti ancora parecchia. A iniziare dai negoziati sulle relazioni future con i 27, commerciali in primis, che scatteranno dal primo febbraio e dovranno consumarsi in soli undici mesi di transizione, data l'intenzione dell'esecutivo britannico - suggellata nella stessa legge appena varata - di non chiedere alcuna proroga oltre il 31 dicembre 2020. Sullo sfondo restano intanto tutte da attenuare, al di là degli auspici, le lacerazioni che hanno segnato sia il Parlamento sia il Paese in questi anni. In un dibattito attraversato da scontri aspri, da cambiamenti di governo, dal passaggio di consegne fra la premiership di Theresa May e quella di Johnson. E da due successive elezioni anticipate, prima dell'approdo al responso delle urne di dicembre, coronato dal successo dei Conservatori all'insegna dello slogan “Get Brexit done”, che ha garantito infine a BoJo il controllo dei Comuni.

Lacerazioni che il capogruppo degli indipendentisti scozzesi dell'Snp a Westminster Ian Blackford ha richiamato in aula pure stasera, liquidando il via libera all'addio all'Ue come l'inizio di «una crisi costituzionale» fra Londra e quelle nazioni del Regno, Scozia in testa, pubblicamente contrarie alla Brexit.

Mentre da Bruxelles si guarda già al dopo, oltre la scontata ratifica parallela dell'accordo di recesso all'Europarlamento avviata oggi in commissione e destinata a giungere al voto finale il 29 gennaio. Nella consapevolezza di essere «pronti», stando alla numero uno della Bce, Christine Lagarde; ma anche di dover affrontare i tempi stretti dei prossimi passi negoziali con Londra sul libero scambio e sul resto, come sottolineato fra gli altri a Davos dal ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri.

E con gli Usa in agguato sulla riva del fiume per cogliere la chance d'un patto commerciale favorevole post Brexit con Boris: che secondo il segretario al Tesoro, Steven Mnuchin, e i voleri di Donald Trump, potrebbe essere chiuso già «quest'anno».

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