LUGANO
14.09.19 - 14:070
Aggiornamento : 15.09.19 - 17:23

Puigdemont a Lugano: «Siamo delusi dalla vigliaccheria dell’Unione europea»

Il leader indipendentista catalano spera tuttavia di sedere all’Europarlamento «entro Natale». Il modello federalista? «Ci abbiamo già provato»

LUGANO - Il suo ruolo nel referendum indipendentista catalano due anni or sono e la sua fuga per evitare l’arresto gli hanno guadagnato la notorietà internazionale. Oggi il leader indipendentista catalano Carles Puigdemont è a Lugano, dove tiene una conferenza al Padiglione Conza nell’ambito del Festival Endorfine dal titolo “Conversazione con un leader europeo. L’identità catalana”. Lo abbiamo incontrato.

A due anni dal referendum sull’indipendenza, lei è ancora in esilio, il fronte indipendentista è abbastanza diviso e, prima del 16 ottobre prossimo, dodici leader indipendentisti potrebbero essere condannati per ribellione: la via dello scontro con Madrid che avete scelto è ancora quella giusta?
«Prima di tutto devo dire che non siamo stati noi a scegliere la via dello scontro. È stato lo Stato spagnolo che ha riposto con lo scontro a una richiesta di dialogo. Un richiesta che avanzavamo da dieci anni e alla quale ci ha sempre risposto con un no. E questo perché credeva che, essendo più forte, avrebbe potuto vincere e impedire ai catalani di diventare quello che volevano. Ma si è sbagliato. Anche se lo Stato ci propone uno scontro, però, noi dobbiamo rispondere in maniera democratica e non violenta. Se lo Stato ci avesse proposto un dialogo, è lì che saremmo ora».

L’Unione europea non ha dimostrato molta empatia verso la causa catalana finora: nutre speranze riguardo alla nuova Commissione e al nuovo Parlamento?
«No davvero, perché sappiamo che l’Unione europea si comporta come un club di Stati. Siamo delusi da questa vigliaccheria e dalla mancata difesa dei diritti fondamentali, che la Spagna ha violato. Capisco che l’UE non condivida l’idea dell’indipendenza della Catalogna, ma avrebbe dovuto sostenere il diritto dei cittadini europei ad esprimersi. Quindi non ripongo molte speranze in questa Unione europea che, tra i suoi membri, conta Stati come la Spagna che non vogliono una vera unione né supportare i diritti umani fondamentali. Vorrei dire, però, che ora c’è una parte dell’opinione pubblica europea che capisce meglio quanto accade in Catalogna, prova vergogna per questo silenzio complice sulla violazione di diritti fondamentali e lo trova inaccettabile».

Siederà al Parlamento europeo prima della fine della legislatura?
«Sono convinto di sì. E spero di occupare il mio seggio prima di Natale. Ho ricevuto un mandato di più di un milione di voti e questi elettori hanno diritto di essere rappresentati al Parlamento europeo. E ogni settimana, ogni giorno in cui non vengono rappresentati e non si prende una decisione a riguardo, i loro diritti vengono violati in maniera irreparabile. L’Unione europea non ha il diritto di prendersi troppo tempo per arrivare a una decisione.

All’europarlamento sarà comunque un rappresentante spagnolo, questo non le pone dei problemi?
«Non sarà affatto così. La legge europea è cambiata. I deputati del Parlamento europeo non sono più i rappresentanti degli Stati in cui sono stati eletti, ma sono i rappresentanti di tutti i cittadini europei, compresi i catalani, gli spagnoli, i belgi o i francesi».

Lei vive in Belgio, qui siamo in Svizzera, entrambi sono Paesi plurilingui e federali: una Catalogna parte di una Spagna veramente plurilingue e federale non potrebbe essere un obiettivo per lei?
«Lo è stato. Abbiamo provato a percorrere questa strada. Abbiamo 40 anni di esperienza a riguardo. L’indipendenza non era la prima opzione, ma l’ultima. Le abbiamo provate tutte per aiutare a trasformare la Spagna in un vero Stato federale, in cui ci sia rispetto per le diverse lingue. Ma abbiamo ottenuto esattamente il contrario: continuiamo a non poter parlare catalano nel parlamento “federale” spagnolo, la Spagna non vuole che il catalano sia utilizzato dall’Unione europea, i nostri diritti storici di nazione non sono riconosciuti. È un
fallimento, cui si somma la sentenza della Corte costituzionale del 2010 contro il nostro statuto di autonomia. Non c’è modo per i catalani di essere catalani all’interno dello Stato spagnolo. Noi non avremmo problemi con la cittadinanza spagnola. La Spagna avrebbe potuto essere lo Stato dei catalani, ma hanno continuato a centralizzare, non rispettano per niente le lingue diverse dal castigliano e il re non rispetta affatto le diversità. Non possiamo continuare a vivere in uno Stato così».

Se i leader indipendentisti se la cavassero con un’assoluzione, lei rientrerebbe in Catalogna?
«Mi piacerebbe molto avere questo problema perché vorrebbe dire che i miei colleghi saranno stati trattati con giustizia. E l’unica forma di giustizia è l’assoluzione. Quindi in caso di assoluzione ritornerei perché saprei di poter confidare in una giustizia indipendente dalla politica. Sfortunatamente, però, questo non è stato il caso finora».

La sua pena, tuttavia, potrebbe essere diversa…
«Se si tratta dello stesso crimine sarebbe abbastanza strano».

E se i suoi compagni ricevessero una pena lieve? Tornerebbe in patria?
«Anche una pena lieve sarebbe ingiusta perché non sussiste alcun crimine. Nemmeno nell’ordinamento spagnolo organizzare un referendum sull’indipendenza costituisce un crimine. Hanno tirato fuori questa interpretazione qualche anno fa dal codice penale. Non si può accettare una condanna per un crimine che non si è commesso. Noi abbiamo voluto esercitare il nostro diritto all’indipendenza e la responsabilità dello Stato non avrebbe dovuto essere reprimerlo, ma permettere alla società catalana di esprimersi, a prescindere dal risultato».

Ma non dovrebbe essere il popolo spagnolo tutto a esprimersi a riguardo?
«No perché tutti i referendum di autodeterminazione riguardano la specifica minoranza nazionale. L’obiettivo è proteggere la minoranza nazionale ed è per questo che è stato impiegato lo strumento dell’autodeterminazione. È in ogni caso una questione interessante perché, anche nel caso in cui si presentasse lo scenario di un referendum esteso a tutta la Spagna, vorrebbe dire che la Spagna avrebbe quantomeno accettato che la Catalogna è un soggetto politico a pieno titolo e ha diritto a divenire indipendente. E questo benché ottenere
l’indipendenza per questa via sia impossibile. E sarei contento anche se la Spagna permettesse di organizzare un nuovo referendum sull’indipendenza in Catalogna e i catalani decidessero di rimanere in Spagna perché vorrebbe dire che la Catalogna sarebbe stata riconosciuta come un soggetto politico».

Come vede la Catalogna tra dieci anni?
«Come membro a pieno titolo dell’Unione europea, membro delle Nazioni unite e partner per le sfide che il mondo si trova ad affrontare: il cambiamento climatico, le crisi migratorie, la contrazione industriale, i diritti fondamentali».

Non è troppo ottimista?
«Se come popolo, dopo la caduta di Barcellona dell’11 settembre 1714, non fossimo stati ottimisti, oggi non parleremmo catalano, non avremmo recuperato alcune istituzioni come il Parlamento e il Governo catalani. È l’essere ottimisti nel momento della disfatta che ci ha permesso di costruire la Catalogna. Questo è lo spirito catalano. Non arrendersi mai. Siamo tra due grandi potenze, la Francia e la Spagna, sappiamo di essere una minoranza, ma vogliamo sopravvivere».

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