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CANTONE
19.12.18 - 12:420
Aggiornamento : 16:18

«Non volevo ammazzare nessuno»

Parla la 38enne accusata di tentato omicidio intenzionale ai danni del consorte, ma in sei occasioni anche dei figli

LUGANO - «Ho sempre amato i miei figli e continuerò a lottare per loro». Sono le parole della donna di 38 anni che, assieme al marito 33enne, si trova davanti a una Corte delle Criminali, presieduta dal giudice Mauro Ermani, a rispondere di diversi maltrattamenti sui suoi quattro figli. Maltrattamenti che, a mente dell’accusa, in sei occasioni avrebbero messo in pericolo la loro vita. Da qui l’imputazione di tentato omicidio intenzionale.

Si parla di pugni, calci in testa, ma anche di mani strette intorno al collo. Una volta pure ai danni di un figlio che allora aveva appena un anno, ma «è stato un gesto involontario» sostiene la 38enne. In corso d’inchiesta aveva però spiegato di aver colpito il bambino per far stare male il marito. Per altri episodi afferma invece di non ricordare l’accaduto. Oppure di aver agito a causa del comportamento dei figli. «Ero arrabbiata, ma non volevo soffocare nessuno» risponde al giudice.

La segnalazione della scuola - I fatti, avvenuti tra l’estate del 2015 e l’inizio del 2017, erano sempre rimasti tra le mura domestiche. Il marito non si è mai rivolto alle autorità, per questo è tra l’altro accusato di ripetuto abbandono. Ma il 16 gennaio 2017 era partita una segnalazione da parte del direttore delle scuole frequentate dai figli.

Le fotografie quale strumento di ritorsione? - Il padre era comunque a conoscenza dei maltrattamenti, come dimostrano pure le fotografie che scattava ai lividi trovati sui bambini. «Erano immagini che tenevo per un’eventuale denuncia, che però non ho mai deciso di sporgere» spiega in aula, senza convincere la Corte. La perizia giudiziaria ritiene, infatti, che quelle fotografie venissero raccolte per mettere in atto delle ritorsioni nei confronti della moglie qualora in un futuro avesse deciso di andarsene.

Il trasferimento in Svizzera - La famiglia risiedeva nel Mendrisiotto. Ma in precedenza viveva in Italia. Il trasferimento in Svizzera sarebbe avvenuto, secondo gli atti, per sottrarsi alle autorità d’oltre confine che stavano indagando sulla situazione. Un’ipotesi che il 33enne nega. In aula la donna si avvale invece della facoltà di non rispondere, ma in corso d’inchiesta aveva dichiarato di aver cominciato ad alzare le mani sui figli nel 2012.

La lite col coltello (poi sparito) - All’epoca dei fatti il clima sarebbe stato teso anche tra moglie e marito. Lei è accusata di tentato omicidio intenzionale pure per aver impugnato un coltello e averlo puntato alla gola del 33enne, come allora era anche stato raccontato al centralino del 144. «Ero molto arrabbiata con lui, ma non volevo ammazzarlo. L’ho graffiato, senza fare apposta» sostiene in aula la donna. La polizia era giunta sul posto «ma non si trattava di niente di che, non c’erano coltelli». E davanti al giudice, il marito parla di legittima difesa: «Abbiamo litigato, l’ho presa per i capelli e lei per allontanarmi ha afferrato il primo oggetto che ha trovato, un coltello».

I fatti da non raccontare - Tra gli accusati c’è anche il nonno paterno, che oggi però non si è presentato in aula (nei suoi confronti si procede in contumacia). Per lui si parla di violazione del dovere d’assistenza o educazione. Ed è lui, in passato condannato per abusi sessuali, che avrebbe trasmesso ai figli - tra cui il 33enne - il valore di non raccontare quanto accade tra le mura domestiche, per quanto possa essere grave.

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