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15.12.21 - 14:280
Aggiornamento : 15:14

«Anche il Ticino, come Ginevra, faccia accordi per garantire gli interventi»

Il Consiglio di Stato sta soppesando un blocco. Per le cliniche private ci sarebbero soluzioni migliori

Giancarlo Dillena, presidente dell'ACPT: «Un accordo pubblico-privato sgraverebbe gli ospedali e non sacrificherebbe i pazienti. Certo occorre mettere da parte pregiudizi ideologici e gelosie personali»

BELLINZONA - È lo spettro che turba il sonno di chi non sta bene. Non potersi curare perché, a causa degli ospedali pieni di pazienti Covid, è scattato il blocco degli interventi chirurgici non urgenti. Era capitato all’inizio della pandemia, potrebbe succedere di nuovo: tanto che il Consiglio di Stato dovrebbe decidere oggi una “risoluzione” che fissa i limiti oltre i quali vengono rimandate a tempi più tranquilli le cosiddette “operazioni elettive”.

Inevitabili strascichi - Una “ricetta” tetragona che già desta parecchia perplessità. «ll blocco degli interventi elettivi non è misura semplice come potrebbe sembrare, perché lascia inevitabilmente degli strascichi» interviene Giancarlo Dillena. «Lo si è visto all’inizio della pandemia - argomenta il presidente dell’Associazione delle Cliniche Private Ticinesi (ACPT) - con quei pazienti che poi hanno risentito di lunghe attese per recuperare le cure».

La ricetta ginevrina - Il caso di Ginevra mostra che esistono alternative al blocco degli interventi. In riva al Lemano le autorità cantonali hanno infatti delegato alle cliniche private le operazioni che gli ospedali pubblici non erano più in grado di garantire. «È la soluzione migliore - afferma il presidente dell’ACPT - perché ottimizza l’uso delle infrastrutture permettendo anche di sviluppare ulteriormente la collaborazione tra il pubblico e il privato».

Accantonare l’ideologia - L’approccio alla questione, continua Dillena, non dovrebbe essere ideologico: «Anche se Ginevra ha una politica sanitaria piuttosto di sinistra, quando si tratta di essere efficienti e di fare l’interesse del paziente le autorità mostrano di ragionare con lucidità. Quest’ultima collaborazione tra pubblico e privato lo dimostra. Anche a Zurigo c’è una formula simile su base bilaterale basata su accordi tra ospedali privati e pubblici».

Regole chiare - La soluzione auspicata dalle cliniche private ticinesi non va intesa come un “liberi tutti”. «Andrebbero fatti degli accordi, chiari e organizzati, per cui le strutture del privato, ed eventualmente anche le capacità e le competenze tecniche dei medici, possano continuare a garantire gli interventi elettivi. Magari non tutti, ma quelli necessari. In questo modo non si aumenterebbe la pressione sul pubblico e al tempo stesso i pazienti non sarebbero sacrificati».

«Accantonare le gelosie» - Occorre essere consapevoli che si sta costruendo su un terreno che muta di giorno in giorno. «Se la pandemia esplodesse - dice Dillena - dovremmo probabilmente inventarci ancora qualcos’altro, ma già questa sarebbe un’ottima soluzione anche per il Ticino. L’esperienza passata, e l’impegno comune sul fronte pandemico, hanno dimostrato che pubblico e privato possono collaborare a beneficio dei pazienti. Certo occorre mettere da parte pregiudizi ideologici e gelosie personali».

Le pendenze finanziarie - Il fatto che questa proposta arrivi sul filo della (eventuale) decisione governativa è secondario. «È possibile accordarsi in qualsiasi momento - sostiene il rappresentante della sanità privata -. Stiamo pianificando per una situazione di emergenza, sperando che non arrivi. Ma se ci si arrivasse, una soluzione “ginevrina” sarebbe la migliore. Non vedo ostacoli particolari». Un approccio, quello di Ginevra, che Dillena promuove anche dal profilo dei costi: «Lo Stato ginevrino è stato molto puntuale anche nel regolare le pendenze finanziarie delle precedenti ondate. Da noi siamo ancora in parte in attesa, ma abbiamo fiducia».

Non più medicina di guerra - Quanto al fatto che ad inizio pandemia un blocco ci sia stato… non significa che debba ripetersi: «L’altra volta si poteva anche capire, come prima misura per timore di venire travolti dall’ondata dei casi. De facto abbiamo avuto delle risorse bloccate con sale operatorie vuote o usate come stanze per gli intubati. Era un po’ uno scenario da medicina di guerra, oggi con l’esperienza maturata dovremmo pianificare meglio».

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