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16.12.21 - 06:000
Aggiornamento : 08:08

Rovinati dall'infortunio: «Ticinesi penalizzati»

Pro Infirmis e Inclusione Andicap puntano il dito contro i parametri federali «scandalosi». Le storie di cinque disabili

BELLINZONA - C'è l'imprenditore forestale che ha avuto un infarto, la commessa con problemi alle articolazioni, un camionista con una protesi alla mano. I "non abbastanza" disabili in fila per gli aiuti statali hanno storie e professioni diverse, ma con un minimo comune denominatore. Non possono più lavorare come prima, e si vedono rimbalzare dall'Ai. 

Verso l'assistenza - Un limbo che degrada, piano piano, verso la povertà e l'assistenza sociale. Sono oltre 1500 ogni anno le persone a cui viene rifiutata una prestazione d'invalidità, in Ticino. Esclusi da qualsiasi rendita e dal reinserimento professionale, sono spesso vittima di un algoritmo che, applicando standard federali di salario, penalizza fortemente il Ticino. 

Parametri restrittivi - Le associazioni a favore dei diritti dei disabili concordano nel denunciare «una forte penalizzazione» del nostro cantone rispetto al resto della Svizzera, nella concessione delle rendite Ai. «Le persone disabili in Ticino rischiano più facilmente di scivolare sotto la soglia della povertà» avverte Marzio Proietti di Inclusione Andicap. «Da una parte il mercato del lavoro offre oggettivamente meno possibilità di reinserimento, specie nei momenti di crisi. Dall'altra, vengono utilizzati parametri molto restrittivi nel computo della percentuale d'invalidità». 

Come funziona il calcolo? - Il caso di una 49enne del Locarnese, esclusa dagli aiuti con un'invalidità del 15 per cento dopo un infortunio al piede, è uno fra tanti (lo abbiamo raccontato il 25 novembre). Un altro esempio, proposto dall'associazione Pro Infirmis, è quello di un idraulico di Locarno. Salario di 64mila franchi annui, a 27 anni gli viene diagnosticata una malattia reumatologica rara e non può più lavorare in cantiere. I periti dell'assicurazione valutano l'incapacità al lavoro, attraverso la possibilità "residua" di guadagno. 

E qui scatta l'inghippo. Secondo i parametri in vigore - identici - in tutta la Svizzera, i periti stimano che il 27enne possa svolgere in futuro un lavoro generico da operaio non qualificato, con una riduzione del 5 per cento per lavori leggeri e un salario conseguente calcolato - anche qui - su standard federali e non ticinesi. Retribuzione annuale stimata: 65mila franchi (5400 al mese) con una riduzione del 5 per cento per lavori leggeri. 

«Scandaloso» - Una valutazione «scandalosa» per il direttore cantonale di Pro Infirmis Danilo Forini. «Queste scale sono completamente avulse dalla realtà del mercato del lavoro in Ticino, dove il salario minimo arriva a malapena a 40-42mila franchi annui». Il salario più basso usato come riferimento statistico dall'Ai (Rss Ta1) è di 68 924 franchi, per rendere l'idea. 

Parametri "zurighesi" che a chi lavora in Ticino vanno stretti, anzi larghissimi. Con il risultato che «migliaia di persone vengono penalizzate e si vedono rifiutare anche la possibilità di una riqualifica, soprattutto in Ticino» incalza Forini. «Queste persone sono costretta a fare fronte a seri problemi di salute, a una situazione di disabilità, e devono arrangiarsi da sole nel trovare una soluzione. Si indebitano e poi chiedono l'assistenza». 

L'ex imprenditore forestale - Gli esempi si sprecano. C'è Franco*, 48 anni, titolare di un'azienda forestale a conduzione familiare. Ha un infarto, che gli lascia una funzionalità cardiaca ridotta al 30 per cento. L'Ai gli riconosce un'inabilità al 100 per cento all'attività abituale. Tuttavia la differenza tra il salario precedente di Franco (59mila franchi) e quello ipotetico calcolato dall'Ai (circa 67mila franchi) con un nuovo lavoro "leggero" e "non qualificato" fa sì che il grado d’invalidità – dopo i vari calcoli - sia solo del 15 per cento. 

Franco non ha quindi beneficiato di alcuna prestazione. Dopo aver dato fondo ai risparmi ha attivato il diritto agli assegni familiari e di prima infanzia (a ha due figli piccoli) e chiederà l'assistenza. Nel frattempo, ha presentato ricorso con una consulenza di Pro Infirmis per provare a far riconsiderare alcuni aspetti medici. 

Il camionista - Giovanni, 42 anni, un incidente in moto nel 2019. Ne esce con diverse fratture e una protesi al polso. Anche lui è inabile a svolgere il suo lavoro precedente - camionista professionista, autista di mezzi pesanti - e dopo due anni di infortunio viene licenziato. Ma l'Ai gli riconosce una perdita di guadagno del 10 per cento, e nessuna rendita. «Non posso più fare il mestiere per cui ero formato, ho subito quattro interventi, e non ho ricevuto alcun aiuto» lamenta. «I calcoli sono complicati, ma questa è la mera realtà dei fatti». 

La segretaria - Francesca, 40enne del Mendrisiotto, ha avuto due ictus: il primo nel 2012 - a seguito del quale ha perso il suo lavoro di segretaria - e il secondo nel 2016. Anche se non ha riportato danni fisici permanenti, dopo l'ultimo ricovero presenta «accertati problemi cognitivi e in particolare perdite di memoria e difficoltà di concentrazione». Ha beneficiato di un programma di reinserimento professionale come assistente in un centro-benessere «ma non è andata bene» racconta. Anche a lei non è rimasto altro che affidarsi all'assistenza.  

La commessa - Emma, 30 anni, anche lei del Mendrisiotto, ha un'articolazione compromessa a seguito di un'operazione medica. Non può più fare la commessa e non ha diritto alla rendita ma - vista anche la giovane età - potrà accedere al reinserimento professionale. Nei momenti più difficili si è rivolta a un'associazione religiosa «che mi ha aiutato con le spese per i dispositivi medici» racconta. Per bollette e fatture ha dovuto rivolgersi al Soccorso d'Inverno. «Per fortuna in Ticino ci sono diverse realtà che aiutano chi ha bisogno, ma trovo ingiusto che lo Stato non faccia niente». 

«Resistenze culturali» - In realtà lo Stato qualcosa fa, come anche i tanti enti, associazioni, fondazioni che lavorano nell'ambito dell'inclusione. «Le misure più efficaci sono quelle che mirano a mantenere il lavoratore nella stessa azienda, con nuove funzioni» spiega Marzio Proietti. «L'accompagnamento e le misure tecniche servono, ma una volta perso l'impiego il disabile purtroppo incontra ancora grosse resistenze, anche di tipo culturale, da parte dei datori di lavoro». La decisione della Confederazione di affidarsi a parametri fissi, a prescindere dalle differenze regionali, non facilita le cose. Sulla questione dovrebbe esprimersi nelle prossime settimane il Tribunale federale. 

* nomi di fantasia

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