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STABIO
06.12.21 - 18:050
Aggiornamento : 20:00

L'unica a non firmare il discusso contratto collettivo, la sola a essere licenziata

Alle dipendenze della sua azienda da cinque anni, la donna è stata messa alla porta.

Ufficialmente per ristrutturazione aziendale e calo del lavoro, ma il motivo reale sarebbe l’essersi rifiutata di accettare un salario inferiore al minimo legale. L’OCST: «Licenziamento palesemente abusivo, lo contesteremo».

STABIO - Una trentina di dipendenti, ma l’unica a essere stata licenziata è stata lei. Il motivo? È stata la sola a non accettare l’ormai noto contratto collettivo di lavoro di Ticino Manufacturing, sottoscritto dalla sua azienda (la Tecnomatic di Stabio) e dal sedicente sindacato Tisin.

«Non ho aderito a questo contratto collettivo semplicemente perché prevedeva un peggioramento delle mie condizioni di lavoro. Di conseguenza mi è stata presentata una lettera di licenziamento con disdetta di due mesi. Ma sinceramente non so quanto durerò, visto che attorno a me si è creato un brutto clima. I miei capi evidentemente non sono contenti di “avermi tra i piedi” e me l’hanno anche fatto capire», racconta la donna, alle dipendenze dell’azienda momò da circa cinque anni.

I motivi contenuti nella lettera di licenziamento - consegnata un giorno prima dell’entrata in vigore della Legge sul salario minimo - sono una «ristrutturazione aziendale» e un «calo della mole di lavoro». Ma le ragioni reali sarebbero altre. La mancata firma, appunto. Per questo la donna ora si è rivolta al sindacato OCST che, da noi contattato, ha assicurato che contesterà il licenziamento attraverso le vie legali, «perché palesemente abusivo». Quanto all'azienda, non ha voluto prendere posizione.

«Insomma, quello che dovrebbe essere un sindacato che tutela i lavoratori (Tisin) ha al contrario causato il mio licenziamento», prosegue la donna. L’unica fra tutti i dipendenti a non essere disposta ad accettare una remunerazione inferiore ai 19 franchi all’ora: «In realtà eravamo in due. Ma la mia collega in un secondo tempo ci ha ripensato, secondo me perché “comprata” dalla direzione con una paga oraria migliore. Cosa che con me non hanno fatto perché ormai mi sono esposta e quindi mi schifano». Pure dagli altri colleghi la solidarietà è stata poca: «Tutti hanno paura di perdere il lavoro».

Già, perché benché il salario contenuto nel Ccl sia al di sotto del minimo legale svizzero, rappresenta comunque una buona paga se paragonata a quella che gli stessi dipendenti prenderebbero nella vicina Italia, da cui molti provengono. «Io stessa, non lo nego mica, ho deciso di attraversare il confine per guadagnare un po’ di più. Ma se la Svizzera è questa… ora ho molte più riserve. Le persone non vanno trattate in questo modo», conclude amareggiata la donna.

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