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A sinistra Giorgio Fonio, a destra Stefano Modenini
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27.08.21 - 12:400
Aggiornamento : 15:12

Settimana da quattro giorni: «Ci vuole un cambio di mentalità»

Per Giorgio Fonio, sindacalista OCST, «come abbiamo diminuito le ore di lavoro in passato, possiamo farlo in futuro».

Secondo il direttore delle Aziende industriali ticinesi Stefano Modenini «è un modello poco realistico per le piccole imprese, e quindi per il Ticino».

BELLINZONA - È un dibattito molto attuale quello sulla settimana lavorativa "corta". In primis perché recentemente l'Islanda ha mostrato in uno studio come la sua applicazione nel Paese negli ultimi due anni abbia portato a degli eccellenti risultati, sia dal punto di vista della produttività, che del benessere dei dipendenti. In secondo luogo perché il mese scorso un'azienda solettese ha annunciato di voler fare da apripista nel nostro Paese, lanciando un progetto pilota che avrà il via ad ottobre. La pandemia ha inoltre imposto nuove riflessioni sulla relazione tra sfera lavorativa e privata. Ma non mancano i pro e i contro da soppesare. Ne abbiamo parlato con Giorgio Fonio, sindacalista dell'OCST, e con il direttore delle Aziende industriali ticinesi Stefano Modenini in diretta live su PiazzaTicino.   

Passato e futuro - «Negli anni c'è sempre stata una tendenza alla diminuzione degli orari di lavoro», ha spiegato Fonio. «Una volta si lavorava regolarmente 50 ore. Oggi nella maggior parte delle aziende lo si fa tra le 40 e le 42, con alcune eccezioni che arrivano fino alle 45. Questo ci dimostra che in passato si è cercato di ridurre il tempo di lavoro per mettere al centro della vita delle persone altri fattori, come la famiglia e la salute». Per quanto riguarda l'aspetto della redditività, Fonio si dice ottimista: «Ci sono dei casi concreti di aziende che hanno applicato questo modello, che non solo non hanno osservato un peggioramento della produttività, ma hanno visto un miglioramento. Ci vuole soprattutto un cambio di mentalità, che è molto difficile fare. Sono cosciente che per arrivare a questo ci vorranno anni».

Un no per le piccole imprese - Di diversa opinione Stefano Modenini: «Se ci siamo potuti permettere di ridurre l'orario negli scorsi decenni è solo perché c'è stato, attraverso il progresso tecnologico, un aumento della produttività. Lo si potrà fare ulteriormente solo se ce lo potremo permettere». E, riguardo al caso islandese: «L'Islanda non può rappresentare un modello per tutti. Dobbiamo contestualizzare il tutto alla nostra realtà, quella ticinese, fatta al 90% di imprese fino a dieci dipendenti. Bisogna innanzitutto capire se questi modelli, realisticamente, potrebbero avere successo in aziende più grandi». Per Modenini un paradigma simile deve essere una scelta: «Non sono contrario al modello in sè, sono contrario a una sua imposizione a tutti, in maniera indistinta, di questi sistemi. Sono per la flessibilità». 

In alcuni casi, non può funzionare - Il direttore dell'AITI ha poi ricordato che ci sono delle tipologie di lavoro per le quali pensare di applicare la settimana corta sarebbe irrealistico: «Mi riesce difficile immaginare che un medico possa passare da 60 ore o più alla settimana a magari 36. Va tutto discusso, ma onestamente c'è chi ha delle responsabilità e deve avere uno sguardo complessivo su tutto il funzionamento di un'azienda, di un ospedale eccetera». 

Stare bene - Si è infine messo l'accento sulla questione della salute: «Una persona su cinque in Ticino assume psicofarmaci. La riduzione della durata del lavoro settimanale sarebbe un elemento che andrebbe a migliorare lo stato di benessere e la felicità delle persone. Perché non dimentichiamo che la maggior parte del nostro tempo lo passiamo sul posto di lavoro», ha sottolineato Fonio. «Il fatto che numerose aziende stiano introducendo la settimana da quattro giorni senza che nessuno gliel'abbia imposto va a confermare che fondamentalmente è un'idea interessante. Io credo che anche la Svizzera possa fungere da apripista». 

I più lavoratori - Anche per Modenini c'è margine di miglioramento: «Siamo uno dei Paesi in cui si lavora di più al mondo. Quindi è chiaro che uno spazio di manovra c'è. Però penso che dobbiamo trovare una nostra soluzione, non adottare quella degli altri. L'Islanda, con tutto il rispetto, è un Paese da un certo punto di vista un po' marginale. Il loro modello va bene per loro». Queste nuove forme di lavoro, ha concluso Modenini, «si stanno però imponendo in modo naturale, dobbiamo solo trovare una via che va bene per noi. Io ho fiducia nel mercato perché sarà lui stesso che imporrà delle condizioni differenti rispetto al passato».

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