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LOCARNO
02.02.21 - 06:000
Aggiornamento : 08:06

«Non me la sentivo di farmi traumatizzare una seconda volta»

Processo contro il funzionario del DSS accusato di molestie: la testimonianza di una vittima che non è andata in aula.

«Ci ho messo 12 anni a riprendere in mano la mia vita – ammette –. A lungo non mi sono lasciata toccare da altri uomini». E aggiunge: «È assurdo che ci siano tempi di prescrizione per queste cose».

LOCARNO -  «Ho fatto uno stage di sei mesi da lui nel 2007. E ci ho messo 12 anni per riprendere in mano la mia vita. Non me la sono sentita di andare al processo. Sarebbe stato un secondo trauma per me. E da quanto ho visto finora, mi rendo conto che i miei timori erano fondati». Lei è una giovane donna, classe 1983. E anche lei sarebbe stata molestata sessualmente dal funzionario del Dipartimento della Sanità e della Socialità, il cui processo d’appello si è svolto di recente a Locarno. A breve è attesa la sentenza. «Io conosco la ragazza che ha parlato in aula. L’ho conosciuta di recente. Dopo tutti gli accertamenti fatti dagli inquirenti. Mi fa venire i brividi il modo in cui è stata umiliata al processo. La ammiro». 

I ruoli che si capovolgono – Già negli scorsi giorni, con tanto di manifestazione davanti alla Corte d'appello e revisione penale, era sceso in campo il collettivo femminista “Io l’8 ogni giorno”, puntando il dito contro la strategia adottata dalla difesa dell’ex funzionario. A fare discutere sarebbe la maniera con cui la vittima verrebbe quasi colpevolizzata e resa poco credibile.

«Quella “sbagliata” ero io» – La ragazza con cui ha parlato Tio/20 Minuti ha denunciato l’uomo nel 2018, dopo che lo scandalo è diventato pubblico. Perché così tardi? «Nel 2007 avevo comunque fatto una segnalazione ai miei superiori. Ci fu un confronto col capo ufficio dell’epoca. Non mi fu proposto di fare una denuncia. Sembrava che l’unica cosa importante fosse non fare sapere alla gente che presso il Cantone lavorava una persona così. Mi sono subito resa conto che mi stavano facendo sentire “quella sbagliata”. Venivo giudicata per i modi con cui mi vestivo. Lui era super protetto». 

Mani che si allungavano spesso – La giovane donna racconta alcuni episodi che l’hanno coinvolta in prima persona. «Una volta lui mi portò al cinema. Siccome io mi occupavo di Infogiovani, in quel modo "avrei capito meglio il suo lavoro". E invece ne approfittò per toccarmi. Le mani le allungava anche in ufficio. E mi diceva che se non facevo quello che voleva lui, non mi avrebbe fatto fare la maturità. Io in tutto questo tempo non mi sono mai sentita sostenuta da nessuno. Tranne che dalla mia famiglia, dal mio ex ragazzo e dalla mia psichiatra». 

«Giocava sulle mie fragilità» – Proprio la psichiatra a un certo punto si rende conto che per la vittima affrontare un processo sarebbe stato eccessivo. «Non me la sono sentita di andare in aula e di farmi mangiare viva. Lui sapeva che ero una ragazza fragile. E giocava sulle mie fragilità. Lo ha fatto anche con altre. Ma il fatto di avere di fronte una ragazza fragile non significa avere il via libera per fare "altro", usando la tua posizione di potere. In ufficio mi impediva di essere autonoma, in modo da farmi avere contatti con lui. Mi manipolava. E così sembra avere fatto anche con le altre».

Quel limite temporale – La nostra interlocutrice si dice profondamente ferita per un altro aspetto. Forse il più importante, a suo dire. «Cosa vuol dire che dopo 15 anni determinati reati cadono in prescrizione? Ogni persona ha i suoi tempi per elaborare certe cose. Io sono stata a lungo senza più riuscire a farmi toccare dal mio ex ragazzo. Non sopportavo che un uomo mi sfiorasse. C’è chi ha bisogno anche di 20 o 30 anni per elaborare episodi simili. Perché all’inizio la tua mente li rifiuta, li vuole dimenticare. E poi hai paura. Sai che se ti esponi, vieni giudicata. Immancabilmente. Non devono esserci tempi di prescrizione per queste cose».

Sulla bocca di tutti – Delusione anche per un altro aspetto della vicenda. «Vedere quell'uomo negare praticamente ogni sua azione mi fa rabbrividire. Sono molto dispiaciuta per la sua famiglia. Nessuno si merita una situazione del genere in casa. Però nessuna delle vittime, me compresa, aveva motivo di inventarsi qualcosa del genere. Se più persone dicono più o meno la stessa cosa su un uomo, qualcosa di vero ci sarà. E io mi ricordo che all’epoca del mio stage, il modo di fare di questo signore era sulla bocca di tutti. Ma tutti tacevano». 

Messa a nudo – La giovane donna è in lacrime. «Non li giudico. Però mi domando: ora che è uscita la cosa, perché nessuno parla? Noi vittime siamo sole. Gli inquirenti fanno il loro lavoro. Ma le nostre vite vengono messe a nudo. Interrogano noi, i nostri famigliari. E poi vai in aula e sembri tu quella che ha sbagliato, solo perché magari indossavi una maglietta da ragazzina. Tutto questo è mostruoso».  

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