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CANTONE
25.01.21 - 08:000
Aggiornamento : 10:47

«E danno ancora la colpa agli anziani»

Decessi record in Ticino. I numeri fanno arrabbiare l'Associazione della Terza Età

Il presidente Gianpaolo Cereghetti punta il dito contro i «ritardi della politica» e chiede al governo di tirare diritto: «La salute pubblica deve venire prima di tutto».

LUGANO - Da ieri c'è un numero in più, nella cabala delle cifre epidemiologiche, ed è forse il più triste: 522. Tra ottobre e gennaio in Ticino i decessi di anziani sono aumentati del 76 per cento (522 in più, appunto) rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso.

In nessun altro cantone la "seconda ondata" ha colpito così duro eccetto San Gallo (89 per cento) secondo le statistiche dell'Ust. Un dato che «esige delle risposte» per Gianpaolo Cereghetti. Il presidente dell'Atte punta il dito contro «i ritardi nell'attuare le necessarie restrizioni» e il «rimpallo delle responsabilità» tra Bellinzona e Berna.

Come ha reagito alla notizia del "primato" ticinese?
«Sono contento che, finalmente, le statistiche costringano l'opinione pubblica a prendere atto di questa triste verità. In realtà, questo dato era evidente già da tempo, e credo che meriti delle riflessioni e delle risposte»

Quali?

«Io non sono né un infettivologo, né un epidemiologo. Mi sembra evidente però che questi numeri in Ticino non si spieghino, come si ripete spesso, con l'anzianità della popolazione, o con la maggior presenza di persone nelle case anziani. Sono dei fattori, ma non bastano»

Secondo lei non si è fatto abbastanza per tutelare gli anziani in Ticino?
«Ripeto, non sono un epidemiologo. Ma spero che verrà chiarito quale prezzo ci è costato il tempo perso dalla politica, il continuo rimbalzarsi le responsabilità tra il governo cantonale e quello federale. Di sicuro, la colpa di questi numeri non è del nostro sistema sanitario, che è un'eccellenza e ha mostrato una lodevole prontezza e una vicinanza agli anziani». 

La colpa, secondo qualcuno, è anche degli anziani.
«Purtroppo questo è un atteggiamento diffuso. Ho sentito ancora di recente esponenti politici o delle istituzioni colpevolizzare gli anziani, o invitarli a farsi da parte. Credo che sia indegno di un paese civile, pensare di recludere gli anziani da una società che, in fondo, è quello che è grazie al loro lavoro, alla loro fatica». 

Cosa auspica quindi?
«Che si smetta di cercare un colpevole: abbiamo un grossissimo problema da affrontare, e sarebbe bene affrontarlo cercando di tutelare la popolazione nella sua interezza».

I numeri dicono anche, però, che in Ticino c'è un cambio di tendenza...
«Io ho l'impressione che ai numeri ci si sia abituati. Rispetto ad aprile scorso, vedo una risposta collettiva meno decisa. Eppure abbiamo chiuso la primavera con 350 morti, oggi siamo sopra i 900. Settimana scorsa abbiamo superato la trentina di decessi per Covid. Non sono cinquanta come la settimana prima, ma per citare il dottor Denti, è come un pullman pieno di persone che ogni settimana se ne vanno, e non tornano più». 

L'ATTE ha 12mila iscritti nel nostro cantone. Come vivono questa situazione?
«Non posso parlare per tutti. Ma ho visto diversi segni di una resilienza inaspettata, anche da parte di anziani soli - e ce ne sono tanti - che si trovano ad affrontare tutto questo senza il conforto delle vecchie abitudini. I nostri centri diurni sono chiusi da mesi. Abbiamo reagito organizzando corsi e attività online, attivato un numero verde di socializzazione, e incrementato la telemedicina». 

La terza età si è fatta più digitale. 
«Purtroppo una parte di essa, per ragioni anagrafiche, non riesce ad accedere a questi canali. Abbiamo intensificato le pubblicazioni della nostra rivista, realizzato una campagna telefonica sotto le Feste, in cui abbiamo contattato oltre un migliaio di persone. Tutto questo richiede uno sforzo, anche finanziario, non indifferente, in un momento non facile». 

Finanziariamente, non lo è per nessuno. 
«Forse lo Stato avrebbe potuto fare di più, in soccorso all'economia. Certamente, la situazione è critica. Di fronte ai numeri dei decessi, però, dalla politica vorrei un atteggiamento meno super partes: gli interessi economici sono importanti, ma il primo dovere dello Stato è tutelare la salute pubblica». 

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