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08.01.21 - 06:000
Aggiornamento : 07:34

«Ci sentiamo come se non fossimo padroni del nostro futuro»

Il Covid devasta la mente. Lo psicologo Nicholas Sacchi ospite di piazzaticino.ch. Guarda il video.

Il vaccino, le mutazioni, le restrizioni sociali... «In questi mesi – dice l'esperto – abbiamo ricevuto circa il 60% di telefonate in più rispetto al solito. La confusione è comprensibile».

LUGANO - «In questi mesi abbiamo ricevuto circa il 60% di telefonate in più rispetto al solito». Basterebbe questo dato per spiegare il disagio sociale che sta causando il Covid-19. A evidenziarlo è Nicholas Sacchi, presidente dell'associazione ticinese degli psicologi, ospite di piazzaticino.ch. Dall'inizio della pandemia, mai come in questo periodo il senso di smarrimento è stato alto. Da una parte la speranza riposta nei vaccini, dall'altra l'arrivo di nuove varianti del virus che stanno rimescolando le carte. Con tanto di consolidamento delle restrizioni.

Il risultato? Un caos totale per la "nostra" mente. Ci troviamo in un limbo...
«Certamente. La confusione è comprensibile. Ci viene magari annunciata una possibile data di riferimento come termine. Ma poi viene smentita dai fatti. Questo non significa che le autorità abbiano sbagliato. Semplicemente, in una condizione simile, bisogna continuamente ad aggiornarsi». 

Quindi?
«Non va persa la fiducia. Gli strumenti stanno evolvendo. La campagna vaccinale è partita. Prima che possa portare a un beneficio ci vuole ancora del tempo però».  

Quali sono i problemi psicologici più ricorrenti al momento?
«Le questioni legate al senso di solitudine, al distacco dall'intreccio sociale, all'umore. Ci sono problemi anche di sonno. Ci sentiamo inoltre meno padroni del nostro futuro. Vedo persone che si trovano confrontate con una situazione in cui progettare diventa complesso. Questo porta a una grande sofferenza. Si arriva a dubitare che le proprie capacità abbiano un valore».   

Nelle ultime settimane è cambiato anche il modo di comunicare da parte delle autorità. 
«È vero. Durante la prima ondata la gente carpiva tutto ciò che accadeva, ma non era ancora confrontata con un lungo periodo in cui le notizie arrivano, vengono confermate, amplificate, smentite. Un periodo in cui cambiano anche le caratteristiche del virus. Oggi si parla a un cittadino che ha un'altra consapevolezza». 

Non manca un po' la "pacca sulla spalla" che arriva dall'alto in questo momento?
«Non dobbiamo confondere la speranza con la data di scadenza di tutto ciò che sta accadendo. Occorre renderci conto che chi prende decisioni a sua volta è confrontato con qualcosa di ignoto. Ha già tante informazioni, ma non quella decisiva, che equivale al "tasto off" di questa situazione. La pacca sulla spalla, seppure consolatoria, dobbiamo anche riuscire a darcela noi».  

La salute mentale è meno importante di quella fisica?
«Assolutamente no. In tanti stanno riportando una condizione di ansia patologica dovuta al fatto che non si ha il controllo su quanto sta succedendo. Percepiamo le nostre rinunce come qualcosa di inutile perché le curve dei contagi non sono a zero».

E come ci si pone di fronte a un simile sentimento di frustrazione?
«Prendendo coscienza che stiamo facendo qualcosa di utile. È proprio grazie ai nostri sforzi che le curve non sono peggiori. Ciascuno di noi è in prima linea contro questo virus, ogni singolo ha un ruolo ben preciso. È un discorso che cerco di fare passare anche coi miei pazienti. La situazione ci impone di essere parte di un disegno collettivo più grande. Il mio consiglio è quello di continuare a vedere fiduciosamente chi sta tracciando la rotta. Ma anche di vedere con più fiducia il nostro contributo a questa causa, ritagliandoci dei piccoli spazi per noi, per trovare attimi di ristoro». 

C'è bisogno di belle notizie...
«E lo dice a me? Sono il primo a cercare le buone notizie sui media. E sono consapevole che da qualche parte la buona notizia arriva. Si sta andando verso delle soluzioni positive. Purtroppo manca ancora la parola fine a questa storia».

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