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26.12.20 - 08:040

«Il 30% dei nostri posti di lavoro è a rischio»

Il Covid-19 non fa dormire Lorenzo Pianezzi, presidente di hotelleriesuisse Ticino: «Troppa paura».

«Una situazione del genere potrebbe ricapitare – sostiene –. E allora cosa faremmo? Chiuderemmo di nuovo ogni attività? Ora servono aiuti a fondo perso dalla Confederazione. Per tutti».

LUGANO - «Il 30% della forza lavoro nei nostri alberghi potrebbe essere licenziato. E forse sono ancora ottimista». Sono festività amare per Lorenzo Pianezzi, presidente di hotelleriesuisse Ticino. La pandemia ha svuotato gli alberghi di tutto il Paese. E ora Hotelleriesuisse chiede a Berna aiuti a fondo perso. «Il Consiglio Federale ci ha detto che possiamo stare aperti. Era meglio farci chiudere e aiutarci. Così non ha senso. Nessuno vuole fare vacanze. E nessuno vuole venire in Ticino dove non si può neanche andare al bar».

Hotelleriesuisse spinge per aiuti a fondo perso per chi ha avuto almeno il 40% delle perdite. Non è una pretesa esagerata visto che in fondo l’estate vi è andata bene?
«Quello che abbiamo guadagnato in estate l’abbiamo speso per coprire i buchi della primavera. In Ticino ci sono circa 350 alberghi, di cui circa la metà aperta tutto l’anno. Questo perché si lavora molto con la clientela business e si spinge verso un turismo spalmato sui 12 mesi. Ma almeno fino a febbraio sappiamo che resteremo aperti per niente. Non stiamo guadagnando».   

Quindi?
«Non dovrebbe nemmeno esserci una soglia minima per essere aiutati. In questa circostanza andrebbero aiutati tutti senza pretendere di riavere il denaro indietro».

Qualcuno potrebbe etichettarvi come egoisti in un momento in cui la gente muore…
«Abbiamo il massimo rispetto per la malattia. E non vorremmo farci aiutare in alcun modo dallo Stato. Ma siamo in questa condizione. Vogliamo lavorare e ci viene impedito di farlo. Tra qualche mese, come detto, potremmo dovere licenziare». 

Davvero non si può fare altrimenti?
«Il lavoro cala. E poi gli oneri sociali restano completamente a carico del datore di lavoro anche quando c'è di mezzo il lavoro ridotto. Sì, dovremo licenziare purtroppo. E allora a quel punto ci saranno altri problemi seri. Durante la prima ondata, a primavera, abbiamo ricevuto dei crediti che ci hanno aiutati. Ora no. In ogni caso credo che a livello sociale si stia perdendo la sfida contro il Covid».

In che senso?
«Non stiamo vivendo per paura di morire. E non è una frase fatta. Non parlo solo della Svizzera. In generale. Questo genere di situazione, a causa della globalizzazione, potrebbe ricapitare anche in futuro, magari con un altro virus. Se ricapita, che facciamo? Scappiamo di nuovo tutti e chiudiamo ancora ogni attività professionale e sociale? Non mi sembra razionale. Andrebbero potenziate le strutture sanitarie, così come andrebbe fatta una vera sensibilizzazione su come avere un sistema immunitario sano. La Svizzera ha ancora il numero chiuso per i medici. Anche questo non ha senso. Mi auguro che chi si occupa di salute prenda seriamente in considerazione questi aspetti».   

Torniamo al presente e alla Svizzera italiana. Teleticino di recente ha sollevato il tema dei cenoni. Gli hotel saranno gli unici a poterli organizzare. E c’è chi svenderà le camere a tal proposito…
«L’idea di proporre una stanza a prezzo modico per attirare la gente a cena non è nuova. La si proponeva anche gli scorsi anni per evitare incidenti stradali dovuti all’alcol. La legge al momento ci permette di organizzare delle cene in sicurezza. Non stiamo aggirando le regole».

Non temete che uno dei vostri hotel si trasformi in un focolaio?
«No. Rispettiamo ogni norma. Dal punto di vista teorico è tutto sotto controllo. Sono le stesse norme che le autorità ci hanno fatto apprendere in questo 2020».

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