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15.12.20 - 21:080
Aggiornamento : 16.12.20 - 09:31

L'open space stava male già prima di prendere il virus

La condivisione degli spazi di lavoro ha subito un colpo quasi letale dal coronavirus

Ma la crisi del "gomito a gomito" è precedente, come emerge da alcuni studi.

di Redazione

LUGANO - Il coronavirus ha cambiato la vita di tutti noi. Anche e soprattutto il modo di lavorare. Non solo lo smart working, come soluzione ultima all’impossibilità di essere in sede ma specialmente l’organizzazione tutta del lavoro, compresi gli spazi, da qualche mese a questa parte non sono e non saranno più gli stessi.

Dall’open space al multispace - Da anni il dibattito è aperto sul concetto del lavoro in modalità “condivisa” in ufficio. Pro e contro si sono scontrati fino alla scorsa primavera quando il Covid ha messo tutti d’accordo, ponendo la parola fine sul concetto di “spazio aperto” sul luogo di lavoro, sullo stare “gomito a gomito” con i propri colleghi, la socialità e il fare squadra al tempo stesso all’interno di un’azienda. 

Più giorni di malattia - Uno studio del Parlamento europeo ha analizzato vantaggi e svantaggi post Covid-19 prima ondata ed è arrivato alla conclusione che il futuro dell’open space «è incerto perché le malattie si diffondono più rapidamente in uno spazio per uffici aperti dove le persone sono più vicine l'una all'altra». Una tesi supportata da uno studio danese secondo cui il numero di giorni di malattia dei dipendenti è direttamente proporzionale al fatto che essi lavorino o meno in open space o isolati dagli altri colleghi, a casa o in ufficio singolo: su 2.403 dipendenti è stato rilevato che i lavoratori in area open space con più di 6 persone registravano il 62% di giorni di malattia in più rispetto ai colleghi che avevano un ufficio individuale.

Da Open space a Open stress - Il covid quindi è stata la mazzata finale su un modo di concepire gli spazi di lavoro che però era già andato in crisi negli ultimi anni, soprattutto in relazione al rendimento degli stessi dipendenti. Secondo FastCompany, gli uffici aperti non piacciono più perché distraggono, non proteggono la privacy, investono chi lavora con un sovraccarico sensoriale che mette a dura prova la concentrazione e genera molto più stress del dovuto. Paradossalmente al posto di promuovere la comunicazione tra colleghi, come nell’idea originale del concept, finisce per aumentare la frustrazione, l’astio, la competizione. 

Spazio al sessismo - E non ultimo crea spesso un problema di sessismo da non sottovalutare. I ricercatori dell'Anglia Ruskin University e quelli dell'Università di Bedfordshire hanno condotto uno studio su un campione di oltre mille dipendenti che hanno lavorato in entrambe le modalità, e hanno scoperto come alcune dipendenti di sesso femminile si siano sentite consapevoli di essere costantemente osservate con l’impressione che il loro aspetto venisse costantemente valutato dai loro colleghi uomini. Non proprio quelle che possono essere derubricate come semplici chiacchiere di ufficio. Insomma l’atmosfera da Camera Caffè degli spazi condivisi tanto in voga con il boom economico sembra essere ormai un lontano ricordo. 

Il futuro nelle project room - Si tornerà a lavorare al chiuso negli uffici? In uno scenario in continua evoluzione quello che sappiamo è che al nostro ritorno gli uffici non saranno più gli stessi, specialmente gli open office. Una via di mezzo. Negli Stati Uniti si stanno diffondendo le project room, con al centro uno spazio comune per le riunioni e, lungo il perimetro della stanza, le postazioni singole, così da favorire il team working senza rinunciare agli spazi personali.

 

 

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