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«Non costruisco campioni, regalo sorrisi e divertimento»
GLAMILLA
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PONTE CAPRIASCA
12.10.20 - 07:060
Aggiornamento : 11:35

«Non costruisco campioni, regalo sorrisi e divertimento»

Simona Gennari, “first lady” del calcio svizzero, anima quasi 400 ragazzi che si divertono senza l'assillo del risultato

PONTE CAPRIASCA - Il Raggruppamento San Bernardo, che comprende anche una squadra di bambini con disabilità, è il progetto che affascina le famiglie per la sua filosofia e Simona Gennari, in veste di direttore sportivo, conquista il cuore dei ragazzi.

Da dove nasce questa sua vocazione per il football?
«Da piccola seguivo mio papà Lino che giocava a calcio e la sua bravura ha alimentato la mia passione. Mi piaceva l'ambiente che c'era in campo e sugli spalti».

Oggi dirige un raggruppamento che comprende 350 ragazzi e 35 allenatori.
«È un onore per me. Gianni Facchini, presidente del Canobbio, mi aveva proposto nel 2007 di realizzare questo progetto per la regione che comprende anche Origlio, Ponte Capriasca, Comano, Porza e Cureglia. Mi sento a mio agio nel ruolo di formatrice e dirigente».

Quali sono i suoi principi?
«Lo sport ha lo scopo di creare benessere, sia a livello fisico sia sul piano mentale. Il ruolo degli allenatori è basilare. Sono importanti le qualità tecniche, ma per me fanno la differenza le doti umane. Se un bambino di 10 anni vive un disagio all'interno della squadra, non è un capriccio. C'è un problema da approfondire al più presto. Non cambio un allenatore per un risultato negativo, ma per un cattivo comportamento. Nella fase di formazione, i genitori ci affidano i loro figli con l'unico scopo di farli giocare e divertire».

Lei ha recentemente elogiato i suoi ragazzi di 17/18 anni dopo l'eliminazione dalla Coppa Ticino. Per quale motivo?
«Tutti i nostri tesserati firmano una carta etica quando entrano a far parte del Raggruppamento San Bernardo. La squadra degli Allievi A ha avuto un doppio confronto con un avversario un po' focoso, ma pur perdendo ha “vinto” questa partita a rischio perché ha rispettato le regole del fair play. Chi provoca è un debole, chi reagisce si mette sullo stesso piano. Sono fiera dei miei ragazzi e dei miei allenatori».

La “Berny School”, che lei ha ideato nel 2012 per i bambini di 10 anni, fa dunque scuola.
«A questa età i piccoli calciatori sono estasiati dai campioni, sognano ad occhi aperti. Il rispetto, l'attaccamento alla maglia e il piacere di giocare con i propri compagni restano un sano percorso perché lo sport sia prima di tutto divertimento. “Berny School” ha introdotto delle lezioni didattiche e gli allenamenti si trasformano anche in approfondimenti con ospiti e specialisti, a disposizione dei bambini per le loro domande».

Poi è arrivato il progetto “Tutti in gioco”.
«La richiesta di Special Olympics, che desiderava integrare una squadra di bambini disabili all'interno del nostro raggruppamento, mi ha conquistata. Con i nostri allenatori abbiamo seguito una formazione specifica e la generosità della gente ci ha aiutato a sostenere i costi con un finanziamento collettivo che ha superato ogni previsione. Le emozioni sul campo sono forti, i bimbi di “Tutti in gioco” ci coinvolgono con le loro esternazioni di affetto e gli altri ragazzi del San Bernardo gradiscono giocare con loro appena ne hanno l'occasione».

I valori di Simona Gennari - «Il più bel riconoscimento che ho ottenuto in tutta la mia carriera sportiva è il premio etico che la “Berny School” ha ricevuto nel 2015». Simona Gennari, calciatrice per 15 anni, ha deciso di mettere la sua esperienza e soprattutto i suoi valori a favore dei ragazzi. Dal Raggruppamento San Bernardo è nata la “Berny School”, che insegna i fondamenti del fair play grazie ad una sana filosofia basata sul rispetto. «L'allenamento del mercoledì prevede la testimonianza di vari protagonisti del calcio. Costruttiva la recente di un arbitro, che i bimbi hanno potuto conoscere prima come un uomo che ha anche il diritto di sbagliare».

Simona Gennari, responsabile di un gruppo di 350 allievi e 35 allenatori, ha ideato pure la squadra “Tutti in gioco”, aperta a ragazzi con disabilità tra gli 8 e i 14 anni. «Il coronavirus ne ha frenato il debutto – conclude l'ex attaccante del Lugano e della nazionale rossocrociata – ma ora siamo ripartiti con entusiasmo».

Tio.ch/20minuti
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Commenti
 
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lollo68 1 anno fa su tio
Ci sono tanti genitori che preferiscono che i loro figli non giochino a calcio perché spesso l'ambiente non è sano (bullismo, parolacce e "scherzi" pesanti). Per fortuna si trovano ancora società dove il benessere e il divertimento del bambino è primordiale!
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