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LOCARNO
13.10.20 - 08:100
Aggiornamento : 11:31

Espulso dalla cassa malati dopo essere andato dallo psicologo

Guai con la complementare per un 35enne caduto in depressione in seguito al lockdown: «Io, trattato come un numero».

L’uomo, al momento della stipulazione del contratto non aveva dichiarato di avere avuto piccoli problemi in passato. L’esperto Bruno Cereghetti: «Casi frequenti. Mai tralasciare i dettagli».

LOCARNO - Costretto ad andare dallo psicologo, viene espulso dalla sua cassa malati complementare. È accaduto a un 35enne del Locarnese, messo a dura prova dal lockdown della scorsa primavera. L’uomo era scivolato in depressione a causa del Covid-19. «Quando un paio di anni prima avevo stipulato il contratto – dice – mi ero dimenticato di scrivere che nel 2017 avevo fatto ricorso alla psicoterapia in seguito a un periodo ansioso. Mi sembrava una faccenda chiusa. Non avevo più avuto ricadute». 

Pratica chiusa di colpo – E infatti i due eventi non hanno nulla a che fare l’uno con l’altro. Anche perché il lockdown ha portato centinaia di persone, anche le più insospettabili, sul lettino del terapeuta. Ma il fatto di avere omesso, anche se involontariamente, un dettaglio simile al momento della stipulazione del contratto si è rivelato fatale. «Hanno chiuso la pratica di colpo – commenta il 35enne –. Sono stato trattato come un numero».

Giurisprudenza impietosa – «Questi casi sono frequenti – spiega Bruno Cereghetti, ex capo dell’Ufficio cantonale dell’assicurazione malattia e grande esperto in materia –. La giurisprudenza è impietosa. E le assicurazioni ne approfittano».

Ecco dove sta il problema – Cereghetti non parla solo di prestazioni legate alla psicoterapia. Ma va oltre. «Quando si stipula un contratto, è meglio sempre fare uno sforzo per esprimere qualsiasi cosa, qualsiasi cura seguita in passato. Sciaguratamente le complementari sono state collocate sotto l’egida del diritto privato, contrariamente a quelle di base che sottostanno al diritto sociale. Questo dà alle assicurazioni un potere eccessivo. Finché si tratta di incassare i premi, li incassano. Quando devono aprire il borsello, vanno a fare indagini. Nell’ambito del diritto privato, gli assicuratori possono fare ciò che vogliono. Senza dare motivazioni. La legge purtroppo è dalla loro parte. A causa di questo sistema, ci sono persone in là con gli anni che restano senza una copertura complementare».

Psicoterapia discriminata – A questo si aggiunge un apparente reticenza da parte delle assicurazioni malattia nei confronti delle cure psicologiche. Cereghetti, che all’inizio degli anni ’90 ha visto nascere la LAMal, fa una riflessione storica. «Gli psichiatri sono paragonati a medici, le loro prestazioni rientrano nell’assicurazione di base. Psicoterapeuti e psicologi non sono medici. Sono esclusi dall’assicurazione di base. Le relative coperture rientrano nelle complementari, con varie sfumature. Questa è la situazione attuale».

Il treno che se ne va – Ma quando venne varata la LAMal, le cose sarebbero potute andare diversamente. «Ricordo che la consigliera federale Ruth Dreifuss era favorevole a fare entrare la cura psicologica non medica nell’alveo delle prestazioni obbligatorie. All’epoca, però, le società di psicoterapia e di psicologia si misero a litigare tra loro. E così si è perso il treno».  

Difficile un dietrofront – Nell’era del burnout non sarebbe il caso di ridare concretamente una possibilità a questo settore? Cereghetti la vede dura. «Il dibattito è sempre aperto. Ma il fatto è che i costi dell’assicurazione di base sono già troppo alti. Si parla di ridurre le prestazioni. Non di potenziarle. Ben difficilmente sarà possibile fare rientrare nel pacchetto di base nuove prestazioni, seppure importanti».

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