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CANTONE
13.07.20 - 21:540
Aggiornamento : 14.07.20 - 00:03

«Quando il lavoro ridotto finirà è possibile che ci sia un contraccolpo»

In un sondaggio di UBS le ditte prevedono di tornare nel 2022 allo stesso livello di fatturato pre-crisi.

Per il direttore di AITI il futuro non è così roseo.

LUGANO - «L'80 percento delle aziende ticinesi prevede per il 2022 un fatturato equivalente se non superiore a quello del 2019», si legge in un rapporto di UBS. L'87% si aspetta inoltre di assumere lo stesso numero di dipendenti se non addirittura di più.

Non è dello stesso avviso il direttore dell'Associazione delle industrie ticinesi (AITI) Stefano Modenini: «La situazione attuale è particolarmente critica e un deciso cambiamento non è ancora all'orizzonte». Molta attenzione per la fine del lavoro ridotto: «Quando questo strumento non sarà più disponibile è possibile che avvenga un contraccolpo con una conseguente fase di ristrutturazioni e licenziamenti», spiega Modenini.

Nel breve termine le imprese ticinesi sono invece più scettiche. Come mostra UBS, il 18% dubita della propria sopravvivenza nei prossimi dodici mesi, l'8% in più rispetto alla media svizzera. Inoltre durante la crisi «il 44% delle aziende intervistate si è ulteriormente indebitato, 18 punti percentuali in più rispetto alla media nazionale», riporta UBS. 

«Molte aziende faticano a ricevere le materie prime e sono addirittura bloccate nella produzione per questo motivo», aggiunge Modenini e ricorda che i settori industriali a soffrire particolarmente sono la meccanica di precisione, la fabbricazione di automobili e relativa componentistica, l'aviazione, ma anche il settore del lusso, in primo luogo l'abbigliamento di alta gamma e l'orologeria.

UBS riporta che le ditte ticinesi nei settori della sanità, delle attività autonome, finanziarie e IT si sentono più ottimiste rispetto alle loro controparti nelle altre regioni. La prospettiva non è peggiore nemmeno nel settore edile, sebbene abbiano dovuto ricorrere a misure ancora più radicali.

Alcuni cambiamenti in arrivo per il metodo di lavoro. «Nell'80 percento delle aziende ticinesi, durante il lockdown, i collaboratori hanno prestato la loro attività principalmente in home office. Dopo la crisi, tutte queste ditte vorrebbero continuare ad avvalersi di questo strumento», riporta l'istituto bancario.

 

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