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LOCARNO
17.07.19 - 21:140
Aggiornamento : 22:29

«Ho lavorato notte e giorno, ma sono felice di presentarvi il mio Festival»

Oggi sono stati svelati i nomi degli ospiti della 72esima edizione del Locarno Film Festival. La neo direttrice artistica racconta il "suo" primo Pardo

LOCARNO - Alla sua prima edizione in qualità di direttrice artistica della Festival del Film di Locarno, Lili Hinstin ha presentato oggi la rassegna cinematografica in Piazza Grande. L'abbiamo sentita e ci siamo fatti raccontare il "suo" Festival. 

Quale impronta intende dare a questo Festival?

Vorrei proporre un Festival molto aperto, eclettico, dove si possono trovare tutti i gusti del cinema.

E cosa ci dice dello spirito con cui affronterà questa sua prima edizione?

Da un lato sono molto fiduciosa, perché i film che abbiamo selezionato ci sono piaciuti tantissimo. Dall’altro sono ansiosa, perché non vedo l’ora di vedere come saremo recepiti dal pubblico. Certo, spero che i film piaceranno tanto quanto sono piaciuti a noi, ma è chiaro che non possono piacere a tutti.

Timori particolari?

Sì, ce ne sono. Perché dicono tutti che Piazza Grande sia difficile. Noi abbiamo trovato un piacere immenso a programmare il Festival. Abbiamo selezionato film che a nostro avviso sono tutti molto forti, caratterizzati da gesti d’autore davvero decisi, forti, e allo stesso tempo molto accessibili. Mi spiego. Sono film aperti a un grande pubblico, non pellicole destinate esclusivamente agli addetti ai lavori: possono essere visti da chiunque, perché portano una certa nozione, senza però tralasciare l’idea che si tratta del gesto di un regista o di una regista. 

Obiettivo principale?

Interessare il pubblico, coinvolgendo anche i giovani, per i quali abbiamo anche allestito un certo numero di dispositivi.

C'è stato un NO che le è pesato in particolar modo?

Per i concorsi devo dire che, in linea di massima, siamo riusciti a convincere al 95 % i registi e i produttori dei film che volevamo fossero presenti al Festival. Di questo siamo molto orgogliosi. La cosa complicata é stata confermare la presenza degli omaggiati e delle star, questo perché il periodo del mese di agosto è un periodo molto difficile, soprattutto per gli attori. Molti di loro stanno girando, o sono in vacanza dopo mesi di lavoro intensissimo. E poi quest’anno il Festival tocca Ferragosto, rendendo ancora più difficili le presenze.

Quindi non vedremo Tarantino a presentare il suo ultimo film a Locarno?

Vorrei tanto che venisse, stiamo cercando di capire con i suoi assistenti se vi sia la possibilità. Però non credo che sarà in Europa nel periodo del Festival. 

Un tentativo è però in atto?

Oh là là, tanti. (ride) 

Come ha vissuto l’anno di preparazione e produzione del Festival?

Devo dire che senza il team meraviglioso del Festival non ce l’avrei mai fatta. Mi hanno sostenuta e aiutata in tutti i modi possibili: e non sempre é stato facile, perché per diverse settimane ero dall’altra parte del mondo, e quindi non era semplice per nessuno. Tra un fuso orario e un altro, ho dovuto lavorare notte e giorno per stare in contatto con loro. Sono stati davvero molto generosi e molto competenti.

Lei ha parlato di un Festival «fuori norma»: cosa intende?

Intendo dire che il Festival di Locarno ha come compito quello di spiazzare le norme e le regole del gioco. Noi, per esempio, selezionando giovani registi, magari potremo vederli in concorso a Cannes fra due o tre anni, chissà. Il nostro l’obiettivo principale é quello di guardare al futuro, e assumere il rischio di percorrere una direzione del futuro. Questo non è facile: perché si rischia anche di sbagliare, però è interessante. Sono esperienze e tentativi, non c'è un vero o un falso. 

Ha parlato recentemente di proporre al pubblico «gli incerti ma pulsanti interrogativi della contemporaneità»: se dovesse indicare uno di questi interrogativi contemporanei, a quale penserebbe con più urgenza?

Una delle risposte è contenuta in ciò che stiamo cercando di fare con la Retrospettiva di quest’anno, e cioè la rappresentazione delle minoranze sociali. Attualmente, negli Usa quello delle minoranze è un campo del pensiero particolarmente affrontato, anche in ambito universitario. Pure in Europa, certo, ma negli Stati Uniti é una questione collettiva e sociale di maggior portata. Io sono del parere che un artista ha il diritto totale e la libertà assoluta di rappresentare e di impegnarsi in una questione politica che gli sembra di rilievo o che comunque gli interessa. 

Qual è allora la sua idea di arte?

Per me l’arte non deve essere comunitarista, mai. Per me sarebbe di una tristezza assoluta pensare che occorre essere omosessuale per parlare dell’omosessualità, donna per parlare delle donne, e nero per parlare di neri. Io difendo molto il fatto che un artista possa parlare di qualsiasi cosa. Questo é un pensiero molto europeo, negli Usa la gente non la pensa così. Ad esempio molti afroamericani rivendicano la legittimità della propria rappresentanza. Io ho un parere su questo, ma é il mio, e quindi sono apertissima a capire come la si possa pensare altrimenti. Non mi vieto di cambiare idea. Ecco, questo mi pare un interrogativo vero. Se un borghese bianco dipinge la vita di un operaio nero, lo fa da un’altra prospettiva. Questa è l’essenza del nostro lavoro: ovvero capire il modo in cui qualcuno rappresenta qualcosa, la forma che sceglie nel farlo.

Quali sono i tre film che, secondo Lei, gli spettatori non devono assolutamente perdersi durante il Festival? 

“La Fille au Bracelet” di Stéphane Demoustier, mi ha affascinato tantissimo. Poi “Coffy” di Jack Hill, che ha ispirato Jackie Brown di Tarantino. E da ultimo “Love me Tender” di Klaudia Reynicke.

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