CANTONE
04.02.19 - 07:450
Aggiornamento : 12.02.19 - 10:14

Obbligati a stare in mensa a 4 anni: «Così ci sequestrano i bimbi»

La battaglia di un genitore si incrocia col malcontento dei docenti di scuola dell’infanzia. In oltre 300 scrivono al Decs. Si alza il coro: «Niente costrizioni per i più piccoli»

BELLINZONA – C’è maretta attorno all’obbligo, per i bambini dai 4 anni in su, di mangiare alla mensa della scuola dell’infanzia. Lo si intuisce dalla lettera firmata da ben 312 maestre d’asilo, circa il 60% di quelle attive in Ticino, e recapitata lo scorso novembre al Governo. Il tempo del pranzo, a detta delle docenti, sarebbe stressante e poco retribuito. In contemporanea, c’è un genitore, E. F., residente nel Luganese, che sta portando avanti una singolare battaglia. «Voglio fare saltare l’obbligo per i bambini di 4 anni di stare all’asilo a pranzo e al pomeriggio. È assurdo che lo Stato ci imponga una cosa simile».

Il paradosso – La questione è piuttosto sorprendente, viste le crescenti aspettative che ormai da anni le famiglie ripongono (anche ingiustificatamente) nella scuola. Stavolta è un po’ come se accadesse il contrario. Paradossale? Il concordato Harmos, che sigla le direttive della scuola dell’obbligo in Svizzera, stabilisce che la scolarità obbligatoria debba iniziare all’età di 4 anni. «Ma il nostro – sostiene E.F. – è l’unico Cantone che “abusa” di questa direttiva, obbligando i bambini di quell’età a stare anche a pranzo e al pomeriggio. Negli altri Cantoni, l’obbligo si limita alla mattinata».

Un’imposizione che fa discutere – E.F., ormai da diverse settimane, sta sondando il terreno, cercando adesioni un po’ ovunque per portare avanti la sua causa. «Forse arriveremo a una raccolta firme. Di certo qualcosa si farà. Perché questa imposizione non funziona. È giusto che le famiglie che ne hanno bisogno possano lasciare il bambino all’asilo già a quell’età. Ma non deve e non può esserci un obbligo. Altrimenti siamo ai limiti del sequestro. L’obbligatorietà a tempo pieno dovrebbe esserci solo per l’ultimo anno di asilo. Cosa facciamo figli a fare se poi le autorità ci costringono a piazzarli a scuola per la maggior parte del tempo? Ho parlato con diversi genitori. In molti la pensano come me»      

Malumore – Intanto, le maestre di scuola dell’infanzia si sentono sempre più sminuite. «Già solo per il fatto che il tempo in mensa è pagato meno della metà rispetto a quello del resto delle lezioni – evidenzia una firmataria, che per ovvie ragioni vuole restare anonima –. Il Cantone dice che i bambini di 4 anni devono restare in mensa perché quello è un momento educativo. Ma allora, se è un momento educativo, perché non viene retribuito come tale?»

Quella per le maestre non è una vera pausa pranzo – Non è solo una questione di soldi. La pausa pranzo nelle scuole dell’infanzia non è una vera pausa per le maestre. Anzi. È il contrario. «È il momento in cui i bambini si sentono più liberi e si sfogano anche – riprende la nostra interlocutrice –. Siamo costantemente sollecitate. Di conseguenza è come se lavorassimo per oltre 7 ore filate, senza pausa, quando per legge non si potrebbe lavorare oltre le 5 ore consecutive. Il Cantone ci ha ribadito che non possono mettere sorveglianti al nostro posto, perché quello è un momento educativo. L’educazione alimentare, però, può essere fatta anche durante le lezioni. La mensa è semplicemente un servizio che giustamente offriamo alle famiglie che ne hanno bisogno. E come tale dovrebbe restare opzionale, soprattutto per i più piccoli».

La sorpresa del Decs – Manuele Bertoli, direttore del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport (Decs) è naturalmente a conoscenza della questione. Lo scorso 14 gennaio ha addirittura ricevuto alcune rappresentanti di questa piccola rivolta. Il consigliere di Stato non sembra, tuttavia, intenzionato a cambiare rotta. «Da decenni – fa notare – la refezione alla scuola dell’infanzia rientra nelle attività educative. Per cui queste rivendicazioni mi hanno parecchio sorpreso».

In tanti chiedono altro – In particolare Bertoli fa riferimento all’altra faccia della medaglia. Sempre più famiglie chiedono ai Comuni e allo Stato un servizio mensa per i propri figli. «Quanto mi è stato sottoposto si scontra con altre visioni diametralmente opposte e fondate piuttosto sulla necessità di garantire la refezione, ma concepita come servizio e non come momento educativo privilegiato. Mi pare che il concetto in vigore da molto tempo nella nostra scuola dell’infanzia, che vede nel pranzo in comune tra bambini e insegnante un’occasione educativa importante, sia quello più adeguato».

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