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CANTONE
20.08.18 - 12:200
Aggiornamento 14:48

«Ho combattuto contro l'Isis, ma ho difeso anche la Svizzera»

Johan Cosar è un foreign fighter che per 3 anni ha combattuto a fianco delle milizie cristiane contro quelle jihadiste. Una storia fatta di immagini terribili, ma di cui non si è pentito

LOCARNO - Il ticinese Johan Cosar ha combattuto contro l’Isis e per questo, dal 5 al 7 dicembre a Bellinzona, verrà processato. L’accusa imputata a questo "foreign fighter" è l’articolo 94 del codice penale militare: indebolimento della forza difensiva del paese. Il “Blick” ha incontrato il 36enne «che dall’aspetto sembra tutto tranne che un temibile guerriero» a Locarno, chiedendogli qualche dettaglio in più su quella che per circa 3 anni è stata la sua “missione”.

Quando nel giugno del 2012 si è recato in Siria, i suoi intenti erano tutt’altro che bellicosi, racconta: «Quando ho lasciato la Svizzera - Paese in cui ha svolto il servizio militare con il grado di sergente - non volevo certo andare in guerra. Sono voluto andare in Medio Oriente in qualità di giornalista, per documentare la situazione della comunità cristiana caduta nel mirino del sedicente Stato islamico». Inoltre, nel 2013, suo ​​padre - attivo politicamente in Siria - è stato arrestato dal servizio di intelligence. Da allora è scomparso senza lasciare traccia.

Da reporter a combattente - Johan Cosar, d'origine aramaica, spiega poi come la situazione sia rapidamente cambiata e come sia finito a combattere al fronte: «Ero nel Nord dell’Iraq. Ad un certo punto i gruppi islamisti di al-Nusra e al-Qaeda si sono avvicinati a noi e la nostra minoranza cristiana è stata minacciata. Impulsivamente mi sono dunque unito alla milizia della mia religione e per 3 anni ho combattuto contro gli jihadisti».

Il 36enne ammette che le conoscenze acquisite durante il servizio militare svolto in Svizzera gli sono servite e che questo sia stato uno dei motivi per cui la milizia cristiana lo ha arruolato: «Sapevo maneggiare le armi e avevo acquisito nozioni nel combattimento corpo a corpo. Inoltre sapevo come funziona un checkpoint, come arrestare una persona… Tutte nozioni che ho appreso durante i 5 anni passati in grigioverde».

Quanto al suo ruolo all’interno della formazione di milizia cristiana, il 36enne ha aiutato a costituire una truppa, «che da 13 soldati è diventata di 500». Poi, nel 2015, la decisione di “tornare a casa”, grazie a dei documenti falsi. Questo nonostante il padre sia tuttora scomparso.

Indebolimento del Paese? «Tutt'altro» - Rientrato in Svizzera, e in attesa del processo, è tempo di un primo bilancio. Nonostante abbia più volte rischiato la vita e ora rischi una condanna, nelle sue parole non c’è alcuna traccia di pentimento: «Ho difeso me stesso, la mia famiglia, ma anche bambini e donne dall’Isis. Alcuni erano addirittura stati sepolti vivi. Ho visto compagni morire. No, non sono pentito di ciò che ho fatto». E aggiunge: «Non posso essere condannato (rischia fino a 3 anni di reclusione n.d.r.) per aver combattuto contro dei terroristi estremisti. In fin dei conti con il mio agire non ho difeso solo la mia famiglia e la comunità di cui faccio parte, ho difeso anche la Svizzera».

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