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SVIZZERAPerché non dichiarare quante persone si trovano in isolamento?

06.02.24 - 06:30
In Svizzera, e in Ticino, il dato dei detenuti in isolamento non viene registrato. Ne parliamo con alcuni esperti del settore.
TiPress
Perché non dichiarare quante persone si trovano in isolamento?
In Svizzera, e in Ticino, il dato dei detenuti in isolamento non viene registrato. Ne parliamo con alcuni esperti del settore.

LUGANO - All’inizio di gennaio Anders Breivik, l’uomo che nel 2011 uccise 77 persone in Norvegia, ha chiesto allo stato scandinavo di poter uscire dal regime di isolamento a cui è sottoposto, in ragione della sua salute mentale e fisica.

Il 44enne afferma di essere gravemente depresso e accusa tendenze suicide - una posizione non condivisa da due psichiatri interpellati dalla corte sul caso. Vive isolato dal resto del mondo da dodici anni, mantenendo contatti unicamente con alcune guardie carcerarie e con un prete, una misura estrema se si considera che normalmente in Norvegia il periodo di isolamento dura al massimo 20 giorni.

Ottenere delle statistiche sull’isolamento nelle carceri non è semplice. Ancora oggi questo argomento può essere considerato tabù. Lo testimonia proprio il caso norvegese: solo recentemente sono stati per la prima volta pubblicati i dati inerenti a questa misura. Nel 2017, sono state osservate in totale 5mila settimane di isolamento. Nel 2019 i casi di allontanamento dal resto della popolazione carceraria sono stati 429, il 75% dei quali sono consistiti in un isolamento totale.

Se fino al 2020 la Norvegia era stata criticata a livello internazionale rispetto alla situazione delle carceri e in particolar modo alle modalità del regime di isolamento, da alcuni anni, stando al progetto sociale Six norwegian prisons, le stesse autorità penitenziarie considerano la misura un serio problema e intendono farne sempre più a meno.

Oltre tre anni in isolamento - In Svizzera il caso più noto è quello di Brian “Carlos” Keller, rimasto in isolamento per più di tre anni nel canton Zurigo.

Di norma, ci spiega Stefano Laffranchini-Deltorchio, direttore delle Strutture carcerarie cantonali ticinesi, questa misura, se prevista per motivi disciplinari, «dura al massimo 10 giorni se in cella di rigore, o 20 giorni se in cella individuale». In questo periodo, «al detenuto non è permesso intrattenere contatti con altri detenuti o con l’esterno, a eccezione di quelli con l’avvocato, che sono sempre garantiti». E «gli è concessa un’ora di passeggio al giorno».

La questione cambia se i motivi sono invece di tipo medico: in questo caso la misura viene «costruita su bisogni e necessità del detenuto/paziente e non è possibile quindi indicare modalità o durata».

Laffranchini specifica inoltre che «l’isolamento è una misura a cui solitamente non si ricorre. In passato i cosiddetti “sex offender” venivano separati dal resto della popolazione carceraria, ma da tre anni a questa parte non si fa più ricorso a questa prassi. È infatti di per sé una modalità che ostacola il reinserimento sociale e la preparazione alla “vita esente da pena”, così come sancito nell’articolo 75 del Codice Penale».

Trovare i dati - Tuttavia non esistono dati riguardanti l’isolamento nelle carceri svizzere, come ci confermano il Centro svizzero di competenze in materia d’esecuzione di sanzioni penali (Cscsp) e Ahmed Ajil, dottore in criminologia e ricercatore associato dell’Università di Losanna. A suo dire questa misura non è di alcuna utilità nel miglioramento della sicurezza pubblica. «Sarebbe da utilizzare come ultima ratio», ci spiega. «La detenzione in sé è già molto pesante e può causare danni fisici e psicologici, dei traumi e ansia con ripercussioni sul lungo periodo. Rinforzare questo regime non farà che peggiorare la situazione».

Ma in cosa consiste l’isolamento in Svizzera? Sempre il ricercatore ci spiega che nella Confederazione sono previsti «un materasso per terra, una toilette e un rubinetto». Non sorprende quindi, come si legge in un articolo del 2022 di Human Rights, che l’isolamento provochi «paura, attacchi di panico, depressione, collera, rabbia, disturbi della percezione e sensoriali, allucinazioni, paranoia, psicosi, autolesionismo e suicidi». E, si legge ancora, «la misura dell’“isolamento prolungato”, cioè di più di 15 giorni consecutivi, è assolutamente vietata dalle Regole Mandela (regola 43)», adottate dall’Onu nel 2015.

Trattare di salute mentale - L’1% della popolazione privata della propria libertà (dato inerente al 2022) è sottoposto a cure specializzate stazionarie in strutture chiuse. Un numero che potrà sembrare piccolo, ma che negli ultimi 20 anni ha conosciuto un aumento importante.

Secondo il Cscsp, «se nel 2011 la durata media di questo tipo di trattamento era di 1’477 giorni (4 anni), ha poi conosciuto un aumento costante fino al 2019», quando il periodo medio di reclusione aveva raggiunto una durata massima di 3’148 giorni, ossia il doppio rispetto al primo rilevamento. Il motivo di questa tendenza è da ricercare nel fatto che «i tribunali pronunciano più spesso misure di questo tipo e, simultaneamente, le scarcerazioni sono più rare». Nel 2019 si è poi assistito a un calo a 2’408 giorni. Nel corso degli stessi anni qui considerati, il tasso di scarcerazione è salito all’11%: in media ogni anno sono tornate in libertà 68 persone e la popolazione reclusa era composta mediamente da 621 individui.

Prestare una maggiore attenzione alla salute mentale dei detenuti, e quindi basarsi anche e soprattutto sui loro bisogni specifici, è utile, ribadisce il Cscsp, sia dal punto di vista giuridico, sia per gli individui stessi, sia per la società. In questo senso si è anche più meticolosi nel reinserimento sociale - considerato estremamente complesso sia per i detenuti ordinari sia per coloro che scontano la propria pena in strutture mediche.

«Prepararsi al rilascio, garantendo che le persone possano riconquistare un punto d’appoggio in un ambiente sociale favorevole, è un fattore centrale di successo. Il fatto che le scarcerazioni (con condizionale) siano più rare per le persone condannate a una misura terapeutica istituzionale piuttosto che a una pena detentiva indica che il percorso seguito durante questo primo tipo di sanzione è attentamente controllato dalle autorità competenti e dai professionisti, ma anche più difficile rispetto a quello di una persona detenuta che non soffre di alcun disturbo mentale, dato che il rilascio è soggetto a progressi terapeutici».

Parlare di suicidio - Un aspetto su cui invece c’è ancora del lavoro da fare è quello dei suicidi. «L’esperienza mostra che nella maggior parte dei casi questi avvengono all’inizio dell’incarcerazione, a causa di quello che chiamiamo lo shock carcerale. Al fine di prevenirli, è di centrale importanza valutare il rischio di suicidio quando un detenuto viene ammesso in una struttura, soprattutto nei casi di carcerazione preventiva, in quanto la persona sospettata viene privata della propria libertà dall’oggi all’indomani e non ha dunque il tempo per prepararsi».

Stando all’Ufficio federale di statistica (2023), tra il 2002 e il 2022, 155 persone si sono tolte la vita nelle carceri svizzere. Fra queste, 91 erano ancora in attesa di giudizio.

Telefono Amico - Se vorresti chiedere aiuto per te stesso/a o per una persona a te vicina, puoi chiamare il numero di sostegno 143. Il servizio è attivo 24 ore su 24 in Ticino e Grigioni italiano.

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