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L'OSPITE
23.09.21 - 13:000

Matrimonio per tutti, crociate per nessuno

Alessandro Speziali, Presidente PLR e Stefano Dias, Co-presidente Verdi liberali

Polarizzare il dibattito è facile. L’ingrediente di base è un tema «di società», che tocchi la realtà quotidiana e l’immaginario condiviso di ciò che dovrebbe essere la «normalità», nella Svizzera di oggi. Se poi shakeri questa materia prima, grazie a tecniche di comunicazione intenzionalmente orientate a radicalizzare le posizioni, l’inasprimento dei toni è inevitabile.

Il «Matrimonio per tutti» è un esempio da manuale perché tocca le scelte di vita, partendo dalla constatazione che le coppie omosessuali oggi sono trattate diversamente da quelle tradizionali. Per il diritto al matrimonio in sé, la discussione si chiude in poche battute: più o meno tutti concordano sul fatto che l’affetto tra due donne, o due uomini, non è meno intenso di quello fra coniugi di sesso diverso. L’amore è di tutti, e pazienza se suona come una frase da Baci Perugina: perché è davvero così.

Dal riconoscimento formale dello Stato per le coppie gay, senza discriminazioni, discende il vero nodo del dibattito: la questione dei figli. A questo proposito, la premessa (necessaria, con i tempi che corrono) è che in un dibattito democratico sano è permesso esprimere preoccupazioni, senza paura di essere «cancellati». La scelta di mettere al centro il benessere dei bambini è doverosa e, anzi, benvenuta. Troppo spesso, discutendo di politiche familiari, vediamo infatti concentrare l’attenzione su temi che riguardano gli adulti, senza grandi interrogativi su quale sia l’interesse dei figli.

E allora è giusto chiedersi che conseguenze ci sono per un bambino cresciuto da una coppia omosessuale. Questa domanda non è il riflesso di diffidenze omofobe, né un segno di arretratezza mentale. Percorrendo da laici la letteratura scientifica sul tema, l’impressione è che non ci siano effetti negativi – a parte le prese in giro alle quali purtroppo va incontro un bimbo che è sovrappeso o indossa gli occhiali, per intenderci. Per contro, i figli di genitori gay tendono a sviluppare una maggiore finezza di pensiero su questioni legate alla consapevolezza di genere e all’orientamento sessuale. È vero che, sul fronte opposto, alcuni studi sottolineano il ruolo positivo e formativo della compresenza di una figura maschile e di una femminile, nella crescita del bambino. Tuttavia, come sappiamo bene osservando i nuclei monoparentali, l’assenza di uno dei due genitori non per forza compromette lo sviluppo dei figli. Anche su questo fronte, dunque, non ci sono motivi per un voto negativo.

Come di fronte ad altri temi controversi, l’errore non consiste nel porre una domanda, ma nel rifiutare a priori una risposta, nel caso in cui scuotesse le nostre convinzioni. Ecco allora che votazioni come quella del 26 settembre diventano (forse) un’occasione di progresso civile: perché sono uno «stress test» per le nostre opinioni e ci permettono di superare pregiudizi – ma solo se la discussione avviene civilmente, senza zittire nessuno e senza accusarsi a vicenda di inciviltà o aggressione ai valori tradizionali.

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