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LOCARNO
20.04.18 - 08:170

Grand Hotel Locarno, una cordata per la resurrezione

di Alessandro Speziali, capogruppo e presidente PLR Minusio

L’abitudine ci spinge su quel piano inclinato che tende all’indifferenza e al fatalismo. Accade a molti Locarnesi quando transitano lungo via Sempione e non si accorgono nemmeno più del Grand Hotel, in coma farmacologico da oltre un decennio. Una condizione clinica che purtroppo non è dovuta alla vecchiaia, ma a interessi puntuali – consapevolmente opposti a quelli collettivi – che logorano il destino della storica struttura. Ogni tanto però pensi a come potrebbe rinascere, componendo un puzzle mentale.
La nostra regione è un paesaggio che conquista Instagram. L’abbraccio stretto tra le rive del lago e le escursioni in quota. Gli eventi che ingolfano le strade come Riccione a Ferragosto. Una (parte di) gastronomia che finalmente abbandona gli anni ’80. Alberghi che tornano a investire e altri che si confermano nel gotha svizzero. Logiche urbane a pochi metri dalle dinamiche alpine. Poi ricordi anche che siamo una regione frammentata, capace però di collaborare sulle buone idee. Il Centro balneare o il Palacinema, per esempio, ma anche l’acquisto della Società Elettrica  Sopracenerina da parte dei Comuni. Vocazione, obiettivi e strategia combinati nell’interesse dell’intera regione, e non solo. E i calcinacci del Grand Hotel? Immagini due iniezioni di adrenalina: una pubblica e l’altra privata, in un virtuoso partenariato pubblico-privato.
La cordata per l’acquisto convince Comuni della regione, Enti e Cantone, ma anche alberghi, ristoranti, investitori, associazioni e fondazioni
(a patto che prezzo e condizioni non rasentino l’estorsione). Nel cuore del Locarnese sboccia una scuola alberghiera di grido, dove i giovani respirano – anche fuori dall’istituto – l’aroma dei loro studi. Una struttura che propone camere di alto standing a prezzi ragionevoli, perché saranno gli studenti a servire e imparare. 

Per un territorio che nel picco stagionale non offre sufficienti stanze (con tariffe che schizzano oltre il sopportabile), il Grand Hotel  rappresenterebbe un vivaio al servizio di molte strutture. E il ristorante? Una vera Accademia dove il locale dialoga con l’esplorazione, innovando quella che troppo spesso è pigrizia rabberciata da tradizione. E forse il prato verde che si srotola davanti tornerà a essere la moquette serale del Festival, in una cornice da Belle Epoque 4.0. 

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