Filmccopi
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CANTONE
02.10.20 - 06:300
Aggiornamento : 07:43

Quelle “Favolacce” di periferia che «potevano starci anche in Ticino»

Lo sconvolgente film dei fratelli D'Innocenzo arriva nelle sale ticinesi, e noi con loro abbiamo proprio voluto parlarci

LUGANO - “Favolacce”, è un film che non le manda a dire, a partire dal titolo che va letto con l'accento romano e che suona tipo “Favole brutte” (con la b rafforzata, alla capitolina).

Storia di una provincia incasellata, frustrata, fiacca e sicuramente imbruttita: «da quello che ho visto del Ticino, potrebbe starci benissimo anche qui», ci conferma il regista Fabio D'Innocenzo che ha diretto il film con il fratello Damiano.

La co-produzione italosvizzera, a cui hanno partecipato anche Amka Films e RSI, ha raccolto il plauso della critica e vinto il premio per la miglior sceneggiatura al Festival di Berlino. Sarà nelle sale ticinesi a partire dall'8 ottobre.

Quindi quello del film non è solo un quartiere romano, giusto?
«No, la provincia che volevamo mostrare è metaforica e potrebbe essere ovunque, in Italia ma anche qui in Ticino. Abbiamo scelto come elemento caratterizzante, la lingua, ovvero il dialetto romano. Ma quello che volevamo mostrare era un malessere universale: sono i 40enni di oggi, in Italia appiattiti dagli anni berlusconiani prima e salviniani poi, e inguaribilmente frustrati».

Da cosa deriva, secondo voi, questa frustrazione?
«Dal fatto che non sono diventati quello che si aspettavano, che restano perennemente insoddisfatti nelle loro villette a schiera tutte uguali. Si sono omologati, perché prima o poi finiamo per farlo tutti, anche inconsciamente. Te lo insegnano sin da quando sei bambino, a scuola: se hai le scarpe giuste, la cartelletta che fanno vedere in televisione fai parte del gruppo, se no sei fuori».

Bambini che sono punto centrale del film e protagonisti di scene e situazioni anche forti, com'è stato lavorare con loro? 
Tutto è partito dal casting, lì abbiamo iniziato a parlare con i bambini per capire chi poteva riuscire nel progetto. Facevamo loro diverse domande, cose come: «Cosa sogni di notte? Qual è il tuo più grande incubo?».
Un'altra cosa che abbiamo deciso di fare è non avere sul set un acting coach che facesse da tramite fra noi e loro, li abbiamo diretti di persona, incentrando il nostro rapporto sul dialogo costante.

E per quanto riguarda le scene più, per così dire, "impegnative"?
«Ogni giorno quando i bambini arrivavano sul set, leggevamo con loro il copione (che non conoscevano). Ne parlavamo, lo provavamo e poi lo giravamo. Era tutto molto spontaneo, il film è praticamente stato girato in sequenza, fino ad arrivare al finale (sconvolgente, ndr.). I copioni venivano sempre approvati dai genitori, ovvio, anche perché loro sono comunque minorenni».

Pensi che, malgrado tutto quello che succede in “Favolacce”, i bambini mantengano la loro innocenza?
«Diciamo che non la perdono attivamente, non fanno nulla per perderla, loro subiscono la brutalizzazione da parte dei loro genitori. Sono bambini, non hanno filtri e quello che finiscono per fare è una sorta di rivolta, al di là dei giudizi».

Da ticinese c'è una cosa che davvero non si può non notare, l'inserimento di una canzone di Paolo Meneguzzi in un momento abbastanza particolare del film. Come mai questa scelta?
«È abbastanza emblematico e specchio di quello che succede davvero, capita che a momenti importanti siano associate canzoni estremamente frivole. Anche a me piacerebbe che la colonna sonora della mia vita fosse fatta di brani di Leonard Cohen o Jeff Buckley, ma non è mai così. In quel modo abbiamo un po' scardinato un segmento molto emotivo riportandolo "a terra". A Paolo la scena è piaciuta molto, mi ha scritto per dirmelo, ma potrebbe non aver colto l'ironia».

Ironia, che salta fuori e riesce a far sghignazzare più volte anche se si tratta di un film drammatico e per più di un verso radicale...
«Ma sì, noi sul set passavamo il tempo a ridere. Per noi la tragedia non può esistere se non c'è un controcanto comico».

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