tio.ch/20 minuti Davide Giordano
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MILANO
30.11.18 - 06:000
Aggiornamento : 10:12

«Ho viaggiato per due anni e ho imparato due cose»

Ore ed ore attraversando l’Atlantico. Èd è proprio questo oceano che dà il nome al suo disco. Marco Mengoni ci ha raccontato tutto quello che è successo in due anni di silenzio

MILANO - È stato via per più di due anni. Ha viaggiato molto. È stato parecchio tempo a Cuba, poi a New York, in Portogallo, negli Emirati Arabi e infine in Tanzania. Insomma ha attraversato l’oceano Atlantico in lungo e in largo, e dai tanti incontri ed esperienze è nato “Atlantico”, il nuovo disco di Marco Mengoni presentato ieri a Milano. Si commuove parlando della sua nuova creazione. Scendono giù le lacrime. «Il fatto è che alla fine quando lavori per due mesi a un disco, ci credi così tanto e ci metti l’anima, ed è normale emozionarsi. Siamo umani».

In due anni anni sono cambiate tante cose per Marco. Innanzitutto è cresciuto e ha conquistato una consapevolezza maggiore. «Ho fatto le valige perché avevo bisogno di allontanarmi dalla mia quotidianità. Avevo voglia di ricrearmi. Sono quindi partito per viaggi non solo fisici, ma anche mentali, psicologici. Ho conosciuto tante culture, e viaggiando ore ed ore sull’Atlantico, osservavo questo oceano e restavo incantato al pensiero di quante culture un mare possa abbracciare».

Cosa hai imparato da questi viaggi?

«Ho capito che non mi piacciono i muri e i confini. Dobbiamo abbattere le barriere. È vero, esistono dei confini geografici, ma non dovrebbero esserci. E poi ho imparato il valore della lentezza. La bellezza di fermarsi, di riflettere e togliere dalla propria vita ciò che non serve. Questo viaggio è stato un percorso dentro di me».

Cosa ti è piaciuto di Cuba?

«È stata la terra dei contrasti. Da una parte ci sono problemi seri, dall’altra tanta allegria. I giovani hanno voglia di andare via e scoprire il mondo, mentre le generazioni più vecchie sono più tradizionaliste e preferiscono restare a casa loro». 

Come è andata invece a New York?

«È una città piena di energie. È lì che mi sono fatto molte domande. Forse perché mi sono sentito tremendamente solo, nonostante la città offra tantissimo. Ho capito lì che nella mia vita mi sono perso molte cose, e tutto ciò mi ha fatto arrabbiare. Per questo oggi apprezzo la lentezza. Per evitare di avere rimpianti».

Ha qualche rimpianto?

«Ce l’ho quando penso a tutte le volte che mi sono detto “c’è tempo”. A volte ho lasciato che il tempo scorresse, anziché fare concretamente una cosa. La lentezza serve appunto per ragionare su ciò che dobbiamo realmente fare. Io non credo in un’altra vita dopo quella attuale, quindi le cose le voglio fare ora». 

Ti è pesata la solitudine in questo periodo?

«No. Me la sono cercata. Mi sono un po’ costretto a stare da solo. Mi sono rimpossessato della mia vita scegliendo di stare vicino a delle persone».

Il disco si apre con “Voglio", che è una serie di desideri anche un po’ strani. Oggi cosa vuole Marco Mengoni?

«Vorrei abbattere tanti dei miei limiti che purtroppo mi sono creato».

Nel disco c’è una canzone dedicata a Mohammed Ali.

«È un uomo che tutti i giovani dovrebbero conoscere. Non solo perché è stato un grande atleta, ma è stato anche un grande uomo. È stato un musicista. Uno dei primi rapper. Per me è un modello, e spero di riuscire a comportarmi come lui». 

Canti «siamo tutti Mohammed Alì, qui si vince o si perde in un attimo». Tu hai vinto tanto mi sembra. Perdite clamorose invece?

«Ho perso delle persone e con loro ho perso dei punti di riferimento. A volte ho perso la stima nei miei confronti. Per quanto riguarda le perdite fisiche preferisco lasciarle negli abissi del mio Atlantico».

In"Casa azul" spunta addirittura un cameo di Adriano Celentano. 

«È stato bellissimo. Gli ho mandato la canzone e gli ho detto "ti do carta bianca, se davvero il brano ti piace allora fa’ quello che vuoi"». 

In "Mille lire" c’è una frase molto poetica: “Ho lasciato casa con gli occhi di mio padre”. Sei molto legato alla famiglia, alla casa?

«Sono molto legato alla famiglia. Sono figlio unico. Quando a 17 anni ho deciso di andare via di casa mio padre non ha pianto, mi ha solo detto: "assumiti la responsabilità della decisione che hai preso, perché nel momento in cui uscirai da quella porta te la dovrai vedere da solo". Ero molto orgoglioso e ho sempre mostrato che ce la stavo facendo da solo, anche se c’erano momenti in cui non riuscivo ad arrivare a fine mese. Quella è stata una scuola di vita molto importante». 

E oggi che ce l’hai fatta mamma e papà cosa dicono?

«Dicono che le bastonate della vita mi hanno fatto bene».

Altro titolo del disco: “Rivoluzione”. Qual è stata la rivoluzione nella tua vita?

«Ho fatto tantissime rivoluzioni, e altre ancora dovrò farne. La rivoluzione più importante è sicuramente quella di riuscire a buttare giù i miei muri mentali». 

tio.ch/20 minuti Davide Giordano
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