LUGANO
10.10.18 - 06:010

Penny Wirton, una scuola... anche di vita

Un luogo d'integrazione, dove liceali ticinesi insegnano l'italiano ai migranti minorenni. È la storia raccontata nel documentario in programma mercoledì al Film Festival Diritti Umani Lugano

LUGANO - "Scuola Penny Wirton" è un documentario di Mattia Monticelli che sarà proiettato mercoledì 10 ottobre nell'ambito del Film Festival Diritti Umani Lugano. Che tipo di istituto è, la Scuola Penny Wirton? Cosa la rende speciale e diversa da tutte le altre?

«Insegnare la lingua italiana agli stranieri come se parlare, leggere e scrivere fossero acqua, pane e vino. Senza voti. Senza registri. Senza burocrazie. Lavorando sul presente con chi c’è, con quello che abbiamo. Cercando di dare ad ognuno ciò di cui lui, o lei, ha bisogno» ha dichiarato il fondatore, il pluripremiato scrittore Eraldo Affinati. Il progetto è nato a Roma nel 2008 da una costola de "La Città dei Ragazzi" e prende il nome dal protagonista di un romanzo per ragazzi degli anni '70 - che non ha mai conosciuto il padre e deve conquistare una propria dignità.

Dal 9 novembre 2016 esiste una Scuola Penny Wirton anche in Svizzera, presso il Liceo Cantonale Lugano 1. I volontari di questa sede sono i liceali che nel tempo libero, il mercoledì  pomeriggio, insegnano l'italiano a migranti dai 15 ai 20 anni. L’idea è nata come progetto di istituto, gestito dai docenti nominati dal collegio per lo scopo e seguito dalla direzione all’interno di un’esperienza più ampia intitolata "Senza parola", il cui intento è dare la parola a chi altrimenti non riuscirebbe a esprimersi. Affinati fu invitato a raccontare la sua esperienza e da qui è sorta la volontà di creare anche a Lugano qualcosa di simile, per insegnare la lingua italiana ai ragazzi “senza parola” presenti in Ticino, ossia ai ragazzi migranti o rifugiati.

Il processo di apprendimento alla pari alla base della scuola è stato filmato dallo studente del Cisa Mattia Monticelli nel suo documentario - nato da una sollecitazione giunta dall'Associazione Posti Liberi e dalla Croce Rossa - nel quale il mondo dell’interculturalità è interamente affidato alle voci dei giovani che intrecciano una filigrana di racconti, di sguardi, di scoperte linguistiche e sociali. Si tratta del lavoro di diploma del secondo anno del 22enne, che ha guidato una piccola troupe di tre persone che ha compiuto le riprese, effettuate negli scorsi mesi.

Chi sono i protagonisti di "Scuola Penny Wirton"?

«Sono degli studenti liceali e dei migranti minorenni, alcuni non accompagnati - che arrivano ad esempio da Siria e Afghanistan, alcuni dei quali affidati a delle famiglie e gli altri che vivono nei foyer di Paradiso e Arbedo-Castione - e altri che sono venuti in Svizzera con i genitori e tutta la famiglia. Ci sono ad esempio tre fratelli, che sono arrivati in Ticino insieme ai famigliari, che partecipano alle lezioni - e alle riprese».

Qual è stata la sfida principale nel realizzare il documentario?

«Sono stato con loro per sette mercoledì e la difficoltà più grande è stato il filmare. Molti di questi ragazzi hanno alle spalle un viaggio molto traumatico e una volta arrivati ci sono i media che li "bacchettano", soprattutto a causa di quei migranti che combinano dei guai. Una delle prime volte che sono andato a vedere come funzionava la Penny Wirton ho portato con me la telecamera ma sapevo già di non filmare. C'è stata una reazione un po' inaspettata: sembrava che alcuni ragazzi avessero molta paura e uno ha cominciato quasi a sudare freddo e a guardarmi. Non sapevano più come comportarsi. La sfida maggiore è stata d'instaurare un rapporto di amicizia ma soprattutto di fiducia. Avere davanti una telecamera non è poco, figuriamoci due come in questo caso».

Quanto è stato difficile far sì che i ragazzi "dimenticassero" di essere ripresi dalle telecamere?

«È stato fondamentale far sì che i ragazzi fossero a proprio agio davanti alle telecamere, davanti a un primo piano. Non è stato facile - soprattutto conoscendo la loro storia, quello che avevano vissuto - ma penso di esserci riuscito. L'escamotage è stato quello di, ogni tanto, lasciare accesa la telecamera e sedermi di fianco a loro, non entrando nell'inquadratura ma facendo loro vedere che ero interessato a quello che facevano e non ero lì per giudicare il loro lavoro. Spesso mi chiedevano di fargli vedere ciò che avevo filmato e così si rendevano conto che non ero lì a fare loro del male, anzi».

Eri diventato praticamente un membro del gruppo: quale rapporto hai instaurato con i giovani protagonisti?

«Noi arrivavamo sempre un'ora prima dell'inizio delle lezioni e cercavamo di chiacchierare con loro e gli ponevamo delle domande. Anche noi eravamo coinvolti in quello che loro facevano, quasi dimenticando il perché eravamo lì, ovvero per filmare. Questa cosa li rendeva molto più tranquilli. Sono rimasto in contatto con alcuni di loro ed è come se mi avessero accolto in questa "famiglia" Penny Wirton. Anzi: alla fine del ciclo di lezioni i ragazzi hanno fatto una festa al foyer di Paradiso e noi ci siamo andati volentieri - tra l'altro è quella che si vede nei titoli di coda del documentario. Alcuni non ci volevano lasciare andare: abbiamo bevuto, mangiato, scherzato con loro e sapevano che sarebbe stata l'ultima volta in cui ci saremmo visti, dato che il progetto era finito. Parecchi ci hanno invitato ad andare al lago, al fiume, a giocare a calcio o al cinema con loro, segno che si sono trovati bene. Una lacrimuccia, devo dirlo, è scesa. Oltre a essere un documentario è stata un po' una scuola di vita».

Chi si avvantaggia di più dall'esperienza della Scuola, secondo te? I migranti che imparano l'italiano o i giovani ticinesi che vivono in prima persona il tema migrazione?

«Entrambi imparano qualcosa: c'erano dei ragazzi che erano proprio contrari ai migranti e grazie alla Scuola Penny Wirton hanno cambiato totalmente idea. I giovani stranieri, poi, hanno una voglia frenetica d'imparare l'italiano: quando arrivano a scuola non perdono un attimo di tempo. Poi alle volte succedono dei "piccoli miracoli", come quella coppia (mostrata nel documentario) che ho definito "coppia degli innamorati" per via dei loro sguardi. Ogni coppia ha vissuto questa esperienza a modo loro, ma sempre al massimo».

Qual è il criterio fondamentale dell'integrazione? 

«Mi rendo conto che spesso e volentieri siamo noi a dover affrontare questa tematica, senza "fidarci" ciecamente di quello che ci dicono sui migranti che fanno questo, questo e quello. Bisognerebbe vivere una lezione della Scuola Penny Wirton e rendersi conto che sono degli esseri umani con un passato che li ha spinti a emigrare. Poi ci sono anche i nostri giovani che si mettono a disposizione, che non sono cattivi o "gioventù bruciata" come spesso si dice. Siamo tutti allo stesso livello e cerchiamo di andare avanti insieme».

"Scuola Penny Wirton", come tutta l'offerta del Film Festival Diritti Umani Lugano, è in prevendita su Biglietteria.ch.

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