Viola Di Grado.
CANTONE
11.09.17 - 06:010
Aggiornamento : 10:03

In viaggio con Babel da Bellinzona all’aldilà

Aldilà: è il tema della dodicesima edizione del festival di letteratura e traduzione Babel, dal 14 al 17 settembre a Bellinzona. A guidare nel viaggio oltre la morte, ospiti da tutto il mondo

BELLINZONA - Tra loro c’è Viola Di Grado, giovane autrice italiana che nel 2011 ha conquistato critica e pubblico con il suo primo romanzo, Settanta acrilico trenta lana. A Babel salirà sul palco del Teatro Sociale insieme agli scrittori Ugo Cornia e Daniele Benati sabato alle 10, in diretta su Rete Due.

Come ha vissuto il successo del suo romanzo d’esordio?

«Non me l’aspettavo. Pensavo che sarebbe stato un libro di nicchia. L’ho vissuto bene ma a volte lo vivo male, ci sono aspetti positivi ma anche negativi nella visibilità. Per fortuna ho i miei modi per nascondermi».

A Babel parlerà del suo secondo libro, Cuore cavo, in cui racconta un aldilà dove i morti, invisibili, vagano nel mondo senza potervi più partecipare. Come nasce quest’idea?

«La letteratura deve sfondare muri, distruggere universi. Volevo infrangere l’antichissimo tabù della morte, presentarla per quello che è, non un evento ma un processo lunghissimo, non separato dai processi biologici della vita. Invece, culturalmente, noi abbiamo il bisogno malsano di allontanare ritualmente la morte: così facciamo funerali per sigillare il morto in un’altra dimensione, lontano dalla nostra vita quotidiana, ma è un’operazione innaturale, che tende a cancellare ogni tipo di esperienza che non esalti la vitalità e l'inconscia illusione dell’immortalità terrena».

Nel libro a parlare è Dorotea, che si trova nell’aldilà dopo essersi tolta la vita a 25 anni. È stato difficile confrontarsi con il tema del suicidio?

«A me interessa capovolgere gli scenari consueti, spostare la frequenza radio delle menti: mi intristisce la nostra limitazione biologica che ci porta a una fruizione così limitata della realtà. Se l’arte non propone altre frequenze è inutile come un arnese rotto. Dorotea rifiuta la vita ma poi la riscopre da morta. Dorotea era un fantasma già da quando era piccola, non vista e non accettata, infelice, e utilizza l’assenza improvvisa del corpo per scoprire la compassione per sé stessa e per i suoi cari. La vita non è vita quando il sentire è spento, la morte è una parte integrante della vita da salvaguardare con la memoria, il pensiero affettivo, irrazionale. Bisogna imparare a sperimentare l'esistenza senza recidere il nostro legame con l'invisibile».

Nel suo ultimo libro, Bambini di ferro, affronta nuovamente un tema che ricorre nei suoi romanzi: i rapporti tra madri e figlie. Questa volta lo fa attraverso il filtro della fantascienza. Cosa l’ha portata a creare questo Giappone del futuro?
 
«Ho immaginato una deriva possibile del nostro presente, dove le madri artificiali fossero le uniche in grado di portare avanti un accudimento privo di derive traumatiche. La domanda è: l’amore può essere simulato? E qual è l’amore più sano, quello perfetto o quello vero, che viene dalla carne e dal sangue? Il rapporto con la tecnologia è sempre più invasivo in Occidente, e in Giappone esistono già badanti robot e monaci robot, perché i giapponesi hanno un rapporto molto più naturale di noi con il non umano: il confine con l’umano è sottile, ed è in quel confine che si muove il mio libro, nello spazio fluido e ambiguo dove il biologico non è più dominante, dove l’anima è sparsa, si può trovare in oggetti o in esseri umani. Volevo inventare un realismo non più antropocentrico, ma che tenga in considerazione tutta la realtà: solo in un rapporto animistico con la vita possiamo finalmente comprendere che non siamo soli, che la Terra non è nostra, che c’è ben altro oltre il nostro sguardo ottuso di conquistatori».

Tutti gli incontri sono a entrata libera.

Per il programma completo: www.babelfestival.com

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