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QATAR
27.08.21 - 06:300

Le vite sotto al sole, e le morti nell'ombra, degli operai al lavoro negli stadi dei Mondiali

Infarti e arresti respiratori che stando alle autorità non si verificano (quasi) mai in cantiere, e una spiegazione c'è.

L'allarme di Amnesty: «Per il 70% delle morti, le spiegazioni ufficiali non hanno senso».

DOHA - Da anni a questa parte lavorano nelle condizioni più disumane per ultimare gli stadi dell'imminente Coppa del Mondo di calcio del Qatar e, in quei cantieri, ci muoiono anche. E i loro decessi, troppo spesso, sono avvolti nel mistero come conferma Amnesty International che da diverso tempo segue da vicino la questione dei migranti impiegati nel Paese arabo.

Stando all'Ong, infatti, nel 70% dei casi le cause di morte sono assenti oppure estremamente nebulose, come scrive anche il Guardian sui rapporti ufficiali si parla di «cause naturali», «arresto cardiaco» o «insufficienza respiratoria».

Definizioni molto generiche e «senza senso», spiega un esperto di Amnesty, considerando che senza un contesto chiaro, possono voler dire tutto o niente: «In un paese con un sistema ospedaliero funzionante è possibile stabilire le cause di morte nel 99% dei casi, in Qatar la media è attorno al 30%».

Per quanto riguarda i decessi sui lavoratori nei cantieri dei Mondiali, quelli dichiarati dal comitato organizzativo sono 38, 35 dei quali sono stati classificati come «non legati al lavoro». Cifre che Amnesty ritiene non solo riduttive, ma anche sbagliate: «Quando lavoratori di età relativamente giovane e in salute muoiono da un momento all'altro, dopo aver lavorato per ore nel caldo estremo», ha commentato Steve Cockburn, responsabile della sezione della giustizia sociale ed economica di Amnesty, «il disinteresse delle autorità, in questi casi, si traduce in una lesione di un diritto fondamentale di queste persone: quello alla vita».

Dal 2010, anno in cui il Qatar si è aggiudicato i diritti per ospitare i Mondiali, il flusso di lavoratori dal Sud-Est asiatico - al momento si parla di circa 2 milioni di persone impiegate in diverse attività - è aumentato in maniera sensibile. Il numero delle morti attestate è di 6'500, secondo le autorità nella norma. Vista la scarsità di dati e il superficiale approccio ai decessi, l'Ong resta però scettica.

Fra le possibili motivazioni alla base della poca volontà di fare chiarezza sui decessi - e la grande quantità di morti ufficialmente non avvenute durante il lavoro - la norma di legge che vuole che il datore risarcisca la famiglia del defunto.

«Non ho visto un centesimo, secondo loro mio marito è morto di infarto e non si trovava in cantiere», racconta la moglie di un operaio nepalese 34enne che ha perso la vita lo scorso anno, «ora che sono sola è tutto così difficile, la mia vita è rovinata. Hanno lasciato bruciare mio marito, e io sono finita nelle fiamme con lui».

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