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Il Papa pochi istanti dopo gli spari in Piazza San Pietro
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CITTÀ DEL VATICANO
12.05.21 - 06:000
Aggiornamento : 10:03

«Qualcuno ha sparato al Papa». I retroscena quarant'anni dopo

Il 13 maggio 1981 il tiratore scelto Ali Agca colpiva con due proiettili il pontefice Giovanni Paolo II

Ecco cosa successe quel giorno in Piazza San Pietro

di Redazione

ROMA - Erano le 17.17 del 13 maggio 1981. Un momento che resterà nella storia per il mondo intero, credente e non. Sono passati 40 anni esatti dall’attentato a papa Giovanni Paolo II. Un momento che ha tenuto col fiato sospeso milioni di persone. Una circostanza che ha vissuto di mille ricostruzioni e che ancora oggi, passati quattro decenni, suscita emozioni, ricordi, particolari inediti, ogni volta che se ne parla. 

I fatti sono scolpiti nella mente di chi li ha vissuti, a Roma quel giorno, o attaccato alla tv o alla radio da casa. Karol Wojtyla, stava attraversando Piazza San Pietro per l'udienza generale del mercoledì, come al solito tra due ali di fedeli, a bordo della sua Papamobile scoperta. Ad un certo punto il killer professionista, Ali Agca, tra la folla, spara 4 colpi di pistola, arma peraltro presa da un deposito di Zurigo. Due di quei proiettili sparati da Agca, tiratore scelto del gruppo di estrema destra turco dei Lupi grigi, raggiungono l'addome del Papa che si accascia sulla sua auto. Da quel momento in poi nulla è stato più come prima, vissuto nel panico più totale. Istanti concitati, anche retroscena inediti, riavvolti idealmente col nastro della memoria dal giornalista Antonio Preziosi, direttore di Rai Parlamento nel libro uscito proprio in questi giorni, “Il Papa doveva morire”.

La Fiat Campagnola bianca con a bordo il Papa corre tra la folla, raggiunge il pronto soccorso Vaticano dove il pontefice riceve le prime cure dal suo medico “Archiatra”, professor Renato Buzzonetti. Bisogna portare Wojtyla in ospedale, c’è il vicino Santo Spirito, l’urgenza lo consiglierebbe, ma al Gemelli c’è una stanza riservata per il pontefice, sempre, ed allora si decide per il più lontano Policlinico. È qui che cominciano le tante stranezze di quel giorno infinito. L’ambulanza nuova di zecca in servizio al Vaticano è bloccata tra la folla, non c’è tempo da perdere, il Papa viene così caricato su quella vecchia che, senza una vera e propria scorta, cerca di farsi largo nel traffico di Roma, peraltro da un certo punto in poi, senza sirena, rottasi nel tragitto. Wojtyla arriva quasi dissanguato al Gemelli, ha perso conoscenza e circa tre litri di sangue, riceve anche l’estrema unzione prima dell’intervento, ma il cuore batte forte. Saranno oltre 5 interminabili ore di operazione in cui al Papa viene praticata una colostomia, con la resezione di 55 centimetri della parte superiore dell'intestino crasso. L’intervento riesce e dopo una lunga convalescenza Wojtyla riuscì a riprendersi del tutto. 

Nel frattempo il suo attentatore Ali Agca viene arrestato dopo essere stato fermato dalla folla. Placcato sarebbe il termine più esatto. Da Suor Letizia Giudici, che materialmente bloccò con energia la fuga del killer, e dal gendarme Ermenegildo Santarossa. E, poi, il mistero della seconda suora che avrebbe trattenuto il braccio di Agca, facendolo sbagliare da 4 metri. Non si seppe mai chi fosse. Qui la storia dell’attentato al Papa si intreccia con la fede. Lo strano percorso a zig zag, a detta dei medici del Gemelli, che fece la pallottola nel corpo di Karol Wojtyla senza mai ledere organi vitali, i richiami nel terzo segreto della Madonna di Fatima nella cui corona il Papa fece incastonare un anno dopo il proiettile. 

«Ali Agca era rimasto traumatizzato non dal fatto di avermi sparato, ma dal fatto di non essere riuscito a uccidermi […] Qualcuno o Qualcosa gli aveva mandato all'aria il colpo» confidò il Papa ad Indro Montanelli dopo l’incontro col suo killer in carcere.

Uno, dieci, cento Ali Agca: che fine ha fatto?
Ha fornito oltre un centinaio di versioni diverse, si è proclamato il nuovo Gesù Cristo in terra. Ali Agca è passato da essere “l’antagonista” a protagonista assoluto dell’attentato al Papa. Quel suo incontro, nel 1983, in un angolo di una stanza nel carcere di Rebibbia, con Karol Wojtyla, consegnato alla storia. Come i suoi continui cambi di deposizioni in merito ai mandanti di quell’attentato. Mai un pista seria, dalla ‘bulgara’ a quella dell’ayatollah Khomeyni. Tra un delirio e l’altro, dopo aver ottenuto la grazia, ha fatto “dentro e fuori” dalle carceri della Turchia. Nel 2014 in occasione del 31simo anniversario del suo colloquio con il Papa, torna in Italia per depositare dei fiori sulla tomba di Wojtyla ma viene poco dopo espulso in Turchia per passaporto irregolare. Ultimamente è tornato a far parlare di se per delle dichiarazioni sulle possibilità che Emanuela Orlandi sia viva.

 

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