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I musulmani che vivono in Italia e i forti effetti che la pandemia ha avuto su di loro.
ITALIA
23.02.21 - 06:300

Come i musulmani d'Italia hanno reagito all'emergenza Covid-19

Il problema irrisolto delle sepolture, i disagi per la chiusura delle moschee ma anche un forte senso di solidarietà

di Redazione
Irene Panighetti

BRESCIA - Il Covid-19 ha avuto un forte impatto anche sui musulmani, che «in Italia sono un milione e 580mila, in base alle più recenti stime su dati Istat e Orim che risalgano al gennaio 2019», informa Antonio Cuciniello, docente dell'Università Cattolica di Milano e curatore dell’e-book “Malattia, morte e cura. I musulmani e l’emergenza sanitaria”. Brescia è la prima città in Italia per numero di fedeli musulmani in proporzione al numero di abitanti e non stupisce che in questa città ci sia uno dei centri islamici più frequentati (moschee vere e proprie non sono permesse).

Dai riti quotidiani come la preghiera 5 volte al giorno a quelli annuali come il Ramadan, la pandemia ha pure fatto tornare alla ribalta l’irrisolto problema della sepoltura. Il periodo peggiore, come per tutti gli italiani, è stato da marzo a maggio, quando i luoghi di culto erano chiusi. Ma «per i musulmani la preghiera collettiva è fondamentale e vale 27 volte in più per ricompensa divina rispetto a quella singola – spiega Omar Ajam, del principale Centro islamico di Brescia – a primavera abbiamo fatto di ogni casa una moschea, vivendo in famiglia ciò che normalmente si deve vivere in comunità, anche il Ramadan per il quale la socialità è un precetto».

Seppur chiuse, le moschee e i centri islamici sono diventati luoghi propulsori di solidarietà: «Gli immigrati si sono organizzati per far fronte alla pandemia sul piano religioso e solidaristico, partecipando alla distribuzione di pacchi alimentari anche al di fuori delle loro cerchie», evidenzia Maddalena Colombo, direttrice del Centro di Iniziative e ricerche sulle migrazioni Brescia (CIRMiB). «Il senso di una moschea sono le persone che animano le attività e le preghiere – spiega Raisa Labaran, dei Giovani musulmani d’Italia – tuttavia il Covid-19 ha fatto vedere i frutti dei percorsi di dialogo interreligioso e civile avviati da anni: sono state tante le iniziative di aiuto messe in campo». La scorsa primavera «tutte le comunità si sono date una mano con servizi di consegna spesa, medicinali, raccolta fondi» ricorda Saad Abderrazak presidente della Federazione delle associazioni bresciane per l’immigrazione (Fabi).

Per la vita ma anche per la morte: uno dei problemi ancora irrisolti per i musulmani che vivono nel Belpaese è quello della sepoltura: la legge italiana prevede che una persona possa essere sepolta esclusivamente nel Comune di residenza oppure in quello in cui è deceduta. Ma su 8mila Comuni in Italia solo una sessantina dispone di un’area cimiteriale dedicata ai fedeli musulmani. Inoltre l’Islam proibisce la cremazione e la tumulazione: il corpo deve essere seppellito con il volto rivolto verso la Mecca. Durante il lockdown la maggior parte dei cittadini stranieri optava per il rimpatrio della salma ma ci sono stati dei casi di respingimenti.

Lo scorso 24 marzo l’Unione delle comunità islamiche d’Italia (l’Ucoii), ha denunciato l’episodio di una famiglia macedone di Pisogne, in provincia di Brescia, che per 10 giorni è stata bloccata in casa con il feretro della madre. Oggi il problema rimane, soprattutto nei paesini; alla base delle difficoltà c’è la mancanza di un’intesa tra Stato italiano e la confessione musulmana, intesa che invece esiste con la comunità ebraica e buddista e con le chiese evangeliche.

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