Amnesty International
Una ragazza nel campo di Khakhe, vittima di abusi da parte dello Stato islamico.
IRAQ
30.07.20 - 06:290

L'odissea dei bambini Yazidi nelle grinfie dell'ISIS, tra atrocità e abbandono

I giovani, in uno stato psicofisico inquietante, non vengono più accolti nelle loro comunità

L'allarme è lanciato da Amnesty International, che invita le autorità nazionali e la comunità internazionale a fare il possibile per sostenerli

SINJAR - Rapiti, torturati, violentati e costretti a combattere tra le fila dell'ISIS.

È ciò che hanno passato quasi 2'000 bambini Yazidi, che si sono ricongiunti alle proprie famiglie dopo essere stati tenuti prigionieri dallo Stato islamico (ISIS). Tornati dai propri cari, i bimbi sono però in uno stato psicofisico inquietante, che include malattie, lesioni, stress post-traumatico, ansia e depressione.

L'avvertimento arriva da un nuovo rapporto pubblicato da Amnesty International: Legacy of Terror: The Plight of Yezidi Child Survivors of ISIS. «Questi bambini hanno bisogno di un sostegno urgente da parte delle autorità nazionali in Iraq e della comunità internazionale per costruire il loro futuro», ha dichiarato Matt Wells, vicedirettore del programma Crisis Response Amnesty International.

«Sopravvissuti a crimini orribili, questi ragazzi devono ora affrontare un'eredità segnata dal terrore. La loro salute fisica e mentale deve essere una priorità negli anni a venire per far sì che possano reintegrarsi completamente nelle loro famiglie e nella comunità» ha spiegato Wells.

Le testimonianze - Sahir*, un giovane reclutato all'età di 15 anni, ha detto ad Amnesty: «Sono stato costretto a combattere. Ho dovuto farlo o sarei morto. Non avevo altra scelta. Era fuori dal mio controllo. Per sopravvivere, ho combattuto. È la cosa peggiore che possa accadere a una persona, la più degradante... [Dopo essere tornato dalla prigionia] avevo solo bisogno che qualcuno si prendesse cura di me, mi sostenesse e mi dicesse: "Sono qui per te"... Questo è quello che cercavo, e non l'ho mai trovato».

Anche Randa*, una quattordicenne che è stata prigioniera dell'ISIS per cinque anni, si è confidata: «Ero una bambina quando mi hanno fatto sposare. Mi hanno fatto soffrire. Voglio che il mio futuro sia migliore. Voglio che lo Stato Islamico risponda di quello che mi hanno fatto». Amnesty ha scoperto che i servizi esistenti per le sopravvissute alle violenze sessuali hanno in gran parte trascurato le ragazze. «Queste bambine sono state sistematicamente sottoposte ai peggiori orrori sotto l'ISIS, e ora sono state lasciate a raccogliere i cocci da sole» ha detto Wells.

Il rifiuto delle comunità - Un altro problema è che i giovani Yazidi sono spesso isolati al loro ritorno, poiché le famiglie e le comunità faticano ad accettare ciò che hanno vissuto durante la prigionia. Un problema aggravato dall'intensa attività di propaganda perpetrata dall'ISIS, intesa a cancellare le loro precedenti identità, lingua e cultura. In aggiunta, il quadro giuridico iracheno impone che un figlio di padre "sconosciuto" debba essere registrato come musulmano (e gli Yazidi sono molto legati alla loro religione). 

Diverse donne intervistate da Amnesty hanno raccontato le pressioni ricevute, venendo costrette o addirittura ingannate per abbandonare i propri figli. Janan*, 22 anni, ha detto: «Voglio dire [alla nostra comunità] e a tutti nel mondo, per favore accettateci e accettate i nostri figli... Non volevo avere un figlio da queste persone. Sono stata costretta con la forza ad avere un figlio. Non chiederei mai di riunirmi a suo padre, ma ho bisogno di essere riunita con mio figlio».

Amnesty International chiede ora alle organizzazioni internazionali di dare priorità al processo di reinsediamento o di trasferimento umanitario di queste donne e bambini. «In vista del sesto anniversario dell'assalto dell'ISIS contro gli Yazidi, le autorità nazionali in Iraq e la comunità internazionale devono fare tutto il possibile per assicurare un pieno risarcimento per le violazioni dei diritti di questi bambini, e per fornire loro il sostegno a cui hanno diritto», ha concluso Matt Wells.

*I nomi dei giovani stati cambiati per proteggere l'identità degli intervistati.

La comunità Yazidi 

Gli yazidi sono una comunità, con una religione propria, all’interno dell'etnia curda. Vivono principalmente nell'area attorno alla città di Sinjar, nel nord dell’Iraq. Secondo un articolo pubblicato sulla rivista scientifica Plos medicine, la popolazione attiva sarebbe di circa 400'000 persone.

La religione yazida consiste in un Dio accompagnato da sette angeli creatori, tra cui Melek Taus, l'angelo ribelle. Il ruolo di rilievo dell'angelo ribelle ha fatto sì che per i turchi gli yazidi diventassero «gli adoratori del diavolo». Gli yazidi non accettano i matrimoni con persone di una religione diverse e non tollerano le conversioni (pena: l'espulsione dalla comunità).

 Tra il 2014 e il 2017, lo Stato Islamico ha commesso crimini di guerra, crimini contro l'umanità, e, secondo l'Onu, un genocidio contro la comunità Yazidi in Iraq.

 

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Shion 1 anno fa su tio
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