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UNIONE EUROPEA
23.05.19 - 08:000

Quell'iceberg di fake news che Facebook non riesce a combattere

Arrivano le europee e sui social è emergenza disinformazione (e la sfida è davvero titanica). L'esperto: «Serve un dialogo e più trasparenza»

LUGANO - Con le Europee alle porte è alta l'allerta sui social per i diffusori di fake news. Se, da una parte Facebook, ha già rimosso pagine di informazione tendenziosa seguite da circa 6 milioni di persone, il gruppo di indagine indipendente Avaaz stima che si tratti solo della punta dell'iceberg.

Sarebbero almeno 500, infatti, le pagine sospette che operano a livello sovranazionale diffondendo disinformazione e/o sostenendo partiti in corsa. Si stima che i loro post siano stati letti da 500 milioni di persone. Ma come si fa la guerra alle fake news? Lo abbiamo chiesto a Philip Di Salvo dell'Usi. 

Com'è possibile che antisemitismo, no-vax e paura per il 5G finiscano poi nello stesso calderone? Come fanno poi a influenzare il voto?

Di sicuro esiste, e viene sfruttata da attori differenti, la possibilità di inserirsi nel dibattito pubblico cercando di dirottarlo con campagne social come queste.

La strategia, come era emerso anche con le azioni sui social della Internet Research Agency - parte dell’intelligence russa - nel contesto delle elezioni Usa del 2016, l’intento è quello di polarizzare l’opinione pubblica con contenuti divisivi e fortemente emotivi.

Per quanto il problema esiste ed è urgente, resto piuttosto scettico di fronte alle opinioni per le quali determinati risultati elettorali siano da attribuire direttamente a queste campagne. Non vanno sottovalutate, ovviamente, ma dare ai social media la responsabilità totale dell’elezione di Trump o dell’esito della Brexit, ad esempio, è, a mio vedere, miope.

Quindi le fake news hanno una "direzione" o un "colore"  politico?

Dipende da cosa si vuole intendere con il termine ‘fake news’. Il concetto è diventato un termine ombrello con cui riferirsi a cose molto diverse tra di loro: disinformazione, misinformazione, propaganda o errori giornalistici.

Senza un’adeguata comprensione del fenomeno non è possibile affrontarlo in modo corretto, anche perché si tratta di fenomeni diversi. Nel caso specifico scoperto dal report di Avaaz è chiaro che queste pagine Facebook facevano parte di un programma di propaganda di chiaro colore politico. Le destre, in particolare, hanno certamente sviluppato strategie più efficaci in questo senso.

Come se la sta cavando Facebook, secondo lei, per quanto riguarda la lotta alle fake news? Si è mosso troppo tardi? 

Se con fake news si fa riferimento alle campagne come quelle emerse dal report di Avvaz il problema è da cercare nel modello di business delle grandi piattaforme.

Troppo a lungo Facebook in particolare ha avuto poca supervisione su questi fenomeni. Le piattaforme sono solo uno degli attori coinvolti, insieme alla politica e agli organi di informazione.

Credo occorra regolamentazione sugli usi che i politici possono fare di queste piattaforme e maggiore trasparenza da parte delle aziende tech per quanto riguarda l’uso che la politica ne fa. Ai media è data un’altra grande responsabilità: non diventare megafono della disinformazione e dei discorsi d’odio. Purtroppo, troppo spesso, questo continua ad avvenire.

Qual è la principale difficoltà che secondo lei il social incontra nell'identificare e rimuovere questo tipo di contenuti? 

Occorre prima di tutto una conversazione pubblica sul ruolo delle piattaforme nella società. Delegare a loro la soluzione del problema può essere rischioso. Mi spaventa la privatizzazione della censura e troppo spesso le scelte delle piattaforme sono state ambigue.

Contenuti che incitano l’odio rimangono troppo spesso in circolazione, mentre gli algoritmi censurano facilmente la copertina di un disco dei Led Zeppelin perché contengono delle immagini artistiche di nudo, come riscontrato di recente da Valigia Blu.

La moderazione dei contenuti è complessa e gravosa e il documentario "The Cleaners" lo racconta molto bene. Occorrono regole più chiare e trasparenti, delegare acriticamente agli algoritmi non è la soluzione.

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