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GIAPPONE / CANTONE
14.01.19 - 06:000

Il Giappone e il lungo addio di Akihito

Il 30 aprile è in programma l’abdicazione dell’imperatore a favore del figlio Naruhito. Come sta reagendo la nazione a questo evento storico?

LUGANO - Lo scorso 8 gennaio sono iniziate le celebrazioni per il trentesimo anniversario del regno dell’imperatore Akihito. Il sovrano, accompagnato da uno dei figli, il principe Akishino, ha reso tributo alla memoria del padre, l’imperatore Hirohito, presso il Mausoleo imperiale di Musashi a Tokyo. È stata la prima di una serie di giornate altamente simboliche per la dinastia regnante, che culmineranno il 30 aprile con l’abdicazione di Akihito. Come sta reagendo il Giappone a questo avvenimento epocale? Lo abbiamo chiesto a Marco Zappa, ricercatore dell’Università Cà Foscari di Venezia.

Cosa ha contraddistinto questa lunga transizione, partita nel 2016 e che si concluderà nei prossimi mesi?

«La notizia fu un fulmine a ciel sereno, nonostante ci fossero già stati dei segnali. Il clima è stato fondamentalmente determinato dai problemi logistici e da alcuni screzi tra il governo e l’Agenzia della Casa Imperiale, che non sono esattamente andati d’accordo sulle tempistiche. I preparativi vanno avanti da un anno ed è stata fatta una legge ad hoc in Parlamento che permette all’imperatore di abdicare a favore di suo figlio, una cosa che non succedeva da 200 anni. Gli stessi lavori parlamentari sono stati rallentati da questo eventi, anche riguardo ad alcuni temi caldi come la riforma della Costituzione e così via».

Quale clima si è respirato nel Paese?

«Ci sono da vedere due lati: sicuramente l’aspetto epocale, estremamente legato a quella che è la nomina del nuovo simbolo del popolo giapponese. D’altra parte, secondo me, c’è un aspetto politico da non sottovalutare: che la successione imperiale sia in mano al governo è una particolarità che distingue il sistema monarchico nipponico da quelli che ancora sopravvivono nel resto del mondo».


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Quali saranno, e quali sono già, le ripercussioni sulla vita quotidiana dei giapponesi?

«A livello di ripercussioni dirette c’è solo il cambio del nome dell’era e quindi dei calendari (il cosiddetto “gengo”, ndr). È qualcosa che riguarda proprio tutti: quando un cittadino deve fare richiesta, ad esempio, per il rinnovo dell’abbonamento dei trasporti pubblici, deve compilare dei moduli dove ci sarà l’indicazione della nuova era, in caratteri e con l’anno di riferimento. (Il nome della nuova era, approvato dal governo, sarà annunciato il 1° aprile, ndr). Per il resto non ci sono altre ripercussioni tangibili».

Sono arrivate delle obiezioni da parte dell’opinione pubblica?

«Ci sono delle critiche dal punto di vista delle spese, finanziate dai soldi dei contribuenti, che questa celebrazione comporterà. I più scettici affermano: “Perché spendere così tanto per una cosa del genere, che tra l’altro ha un significato religioso in un paese laico?”. Si calcola che sia stato messo a budget più o meno l’equivalente di 3,5 milioni di franchi svizzeri. Niente di paragonabile con quelli che erano stati i costi dell’ultima successione, 30 anni fa: si parlò allora di 110 milioni di dollari dell’epoca, sette banchetti in una settimana, quasi tremila invitati...».

Per un Paese con un forte legame con le tradizioni come il Giappone, cosa ha comportato la notizia dell’abdicazione? Qualcosa di paragonabile con la rinuncia di Papa Benedetto XVI?

«È sicuramente un paragone possibile: non era più in uso nel Giappone moderno che un imperatore abdicasse a favore del figlio, tanto da non essere prevista dalla Costituzione Meiji. Diciamo che in questo caso il cambiamento è meno radicale. La continuità nella dinastia imperiale è garantita: Naruhito, è - anche fisicamente - molto simile a suo padre. Diciamo che la cosa più scioccante è stato l’annuncio in sé: bisogna tornare a tre anni fa per trovare il punto di rottura. Non credo che il cambiamento dell’imperatore sia così sentito tra i giapponesi così come quello che ha visto protagonisti Ratzinger e Bergoglio. Per le peculiarità stesse del ruolo, che è largamente cerimoniale e al quale sono proibite le attività politiche».


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Come è visto Akihito?

«La sua immagine è largamente legata alle sue apparizioni legate alle catastrofi naturali o al post-Fukushima. In queste occasioni si è sempre mostrato empatico e la sua figura è, tutto sommato, abbastanza dolce. La chiave di lettura che personalmente mi convince di più è quella del cosiddetto “imperatore del popolo”. Più di suo padre Hirohito ha avuto momenti d’incontro e di comunicazione quasi diretta con i suoi sudditi. Pur vivendo in un mondo piuttosto a sé stante, con la distanza tipica del ruolo e la “protezione” delle mura del palazzo imperiale».

Cosa si dice, infine, di Naruhito?

«Di lui si dice poco. È stato impegnato anche all’estero in varie missioni diplomatiche e si occupa di una serie di progetti benefici, come un po’ tutti i rampolli delle famiglie reali del mondo. Si è parlato di lui soprattutto una decina d’anni fa, ma di riflesso riguardo alla questione della moglie Masako - colei è stata denominata dai media “la principessa triste” - e la sua possibilità di dare vita a un erede al trono maschio».

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