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05.07.18 - 18:130
Aggiornamento : 18:42

Svizzera da tutelare: diversi deputati ticinesi stanno con Berna

L'Ue chiede concessioni in vista della conclusione di un accordo istituzionale. Ma come ha ribadito il Consiglio federale «le misure di accompagnamento non si toccano». Non la pensa così l'Udc

BERNA - Le misure di accompagnamento in Svizzera sono ormai consolidate e accettate e non sussiste quindi alcun motivo per metterle in discussione. È l'opinione espressa a Keystone-ATS da diversi deputati ticinesi a Berna, secondo cui il Consiglio federale si trova in difficoltà nei negoziati con Bruxelles per la conclusione di un accordo istituzionale.

Per alcuni rappresentanti del cantone italofono sotto il "Cupolone" di Palazzo federale, non vi è urgenza di concludere un'intesa con l'Unione europea (Ue). Non tutti, però, condividono questa opinione.

Dossier «impantanato» - Secondo il consigliere nazionale Marco Romano (PPD/TI), al momento il Consiglio federale «naviga a vista» per quanto riguarda l'accordo istituzionale.

Per il suo collega di partito, il consigliere nazionale ticinese Fabio Regazzi, il dossier europeo è «impantanato» e «il governo non sa come uscirne». Secondo l'imprenditore locarnese, sulla scorta di quanto indicato ieri dal ministro degli esteri, Ignazio Cassis, sarà difficilissimo trovare un compromesso durante l'estate con sindacati e Cantoni sulle misure di accompagnamento.

Come noto, l'Ue chiede concessioni alla Svizzera, in vista della conclusione di un accordo istituzionale, sulla regola degli otto giorni per lavoratori distaccati e "padroncini" (attivi meno di 90 giorni) e sulla cauzione che le imprese estere devono versare prima di inviare i loro dipendenti in Svizzera.

"Linee rosse" - Ieri in conferenza stampa, al termine della settimanale seduta del Consiglio federale, Cassis ha dichiarato che le misure collaterali non si toccano - le famose "linee rosse" - ma che a suo dire si è aperta una finestra di «opportunità» per discuterne con Cantoni e partner sociali. L'Europa vorrebbe che la Confederazione adeguasse le proprie misure volte alla protezione dei salari alle sue direttive europee sui distaccati che vanno nella stessa direzione.

«Nessuna fretta» - Secondo Regazzi, le affermazioni di Cassis sull'intoccabilità delle misure d'accompagnamento sono probabilmente il risultato delle pressioni del Governo che ha voluto riportare un po' di serenità nel Paese dopo che lo stesso ministro ticinese, in un'intervista radiofonica di qualche settimana fa, aveva ventilato la possibilità di fare concessioni su questo aspetto generando reazioni negative da parte soprattutto della sinistra e dei sindacati.

Per Regazzi, come anche per Romano, vista la situazione in Svizzera e le difficoltà con cui è confrontata l'Europa (migrazioni, Brexit, elezioni imminenti) non vi è alcuna fretta di concludere un accordo istituzionale con Bruxelles. «Certo sarebbe bello averne uno, specie per l'economia, ma ormai siamo abituati a convivere con una certa instabilità nelle nostre relazioni con l'Ue», dichiara Regazzi.

Secondo Regazzi, poi, concessioni da parte del Governo non farebbero che alimentare consensi per l'iniziativa dell'UDC contro la libera circolazione delle persone, tema sul quale saremo chiamati a votare. Senza l'opposizione della sinistra e dei sindacati, questa iniziativa rischia di passare. Per Romano, le misure collaterali sono un fatto interno alla Svizzera e ogni concessione da parte del Consiglio federale sarebbe «scriteriata». A detta del deputato di Mendrisio, non vi era alcuna necessità da parte di Cassis di aprire un fronte negoziale con l'Ue sulle misure di accompagnamento senza avere le spalle coperte nel Paese: pur non essendo contrario a un accordo istituzionale, aggiunge, «non si può accettare supinamente ogni richiesta di Bruxelles».

«Non si può rimandare all'infinito» - Per il consigliere agli Stati Fabio Abate (PLR), Cassis ha fatto bene a ribadire l'importanza delle misure collaterali. Ad ogni modo, dice, pensare di poter rinviare il problema dell'accordo istituzionale alle calende greche nell'attesa delle elezioni in Europa, e nella speranza che le nuove istituzioni comunitarie siano meno rigide nei nostri confronti, è illusorio.

Entro dicembre, afferma, dobbiamo infatti risolvere il problema del riconoscimento illimitato - ora è solo per quest'anno - da parte dell'Ue dell’equivalenza della regolamentazione svizzera in materia di mercati borsistici. «Si tratta di un aspetto fondamentale per la nostra piazza finanziaria», sottolinea. Se tale riconoscimento venisse legato a un passo avanti da parte nostra nelle trattative, allora dovremmo per forza di cose darci da fare.

Per il PS non è una soluzione - La consigliera nazionale Marina Carobbio ribadisce chiaramente la posizione del suo partito, ossia che le misure di accompagnamento non sono negoziabili. Seppur favorevole a un accordo istituzionale, la vicepresidente del Partito socialista svizzero ritiene che non sia una soluzione mettere la protezione dei salari contro l'accordo istituzionale. «In questo senso le dichiarazioni del consigliere federale Cassis delle scorse settimane sono state un inaccettabile tentativo di indebolire le misure di accompagnamento che semmai andrebbero rafforzate», sostiene.

Il consigliere di Stato sangallese Benedikt Würth (PPD), in un'intervista a radio SRF ripresa dalla "Neue Zürcher Zeitung" in edicola oggi, evoca la possibilità di agevolare la facoltà per Cantoni e Confederazione di dichiarare di obbligatorietà generale i contratti collettivi di lavoro (CCL) per ammorbidire le resistenze della sinistra. Marina Carobbio ribatte che finora «tutti i tentativi in tal senso esperiti alle Camere federali dalla sinistra sono falliti». «Mi stupirebbe se il Parlamento accettasse una simile proposta», sottolinea.

A tale riguardo, secondo Regazzi non vi sono al momento in Parlamento i presupposti per un simile cambiamento, benché egli stesso sia di principio favorevole ai CCL.

L'UDC fermerebbe i negoziati - Per quanto attiene alla posizione dell'UDC, il partito ha domandato al Consiglio federale di mettere fine ai negoziati. Per i democentristi, l'accordo istituzionale non è nell'interesse della Svizzera, che sarebbe costretta a rilevare il diritto europeo. L'UDC dice no ai giudici stranieri e ad ogni concessione a Bruxelles.

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