Il tramonto di un... Campione

Perchè esiste un Casinò a Campione? E perchè è arrivata la crisi? In Ticino c’è chi esulta e chi aspetta soldi. Poi l’idea: unirsi alla Svizzera. Siamo andati a Campione per sapere cosa ne pensano.

Le luci sono spente e le sale vuote. Nessun via vai di clienti, nessun suono di roulette o slot machine, nessun vociare ai tavoli da gioco: il 27 luglio il Casinò di Campione d’Italia è stato dichiarato fallito e sono stati apposti i sigilli del Tribunale di Como al suo ingresso. In tanti si chiedono se sia la fine, tante volte annunciata in questi ultimi decenni ma, fino ad ora sempre scongiurata, della storica casa da gioco, la più grande in Europa.

Unire Campione d'Italia alla Svizzera? Ecco cosa ne pensano i campionesi


C’è già chi parla di convertire ‘l’ecomostro’, così viene chiamato il palazzo del Casinò, progettato oltre dieci anni fa dal celebre architetto Mario Botta, per via della sua imponente cubatura e le sue linee spigolose, in un hotel o in una casa di riposo di lusso. Tanti altri, forse la maggioranza, non vogliono credere che sia stata scritta la parola ‘Fine’ ad una storia centenaria e ad una attività che, di per sé, rappresenta oltre l’80% dell’economia di Campione d’Italia, un paese che aspetta attonito lo sviluppo della vicenda giudiziaria del suo Casinò, la cui storia si intreccia fittamente con quella italiana,  unico nel suo genere vista la singolarità del paese in cui sorge, Campione d’Italia, unica enclave italiana in territorio svizzero.


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Storia di Campione d’Italia e nascita del suo Casinò

 

La particolarità  di Campione d'Italia, che tutti noi conosciamo,  è che pur trovandosi in territorio elvetico appartiene alla provincia di Como. L’origine di questa singolare situazione ha radici molto antiche e bisogna risalire fino al lontano 777 d.c., anno in cui i territori posseduti da Totone da Campione, signore feudale, passarono in mano alla Chiesa: lo status giuridico di Campione, quale feudo imperiale concesso agli abati ambrosiani, preservò il suo territorio dall’annessione alla Svizzera, ponendo di fatto le basi  per la costituzione della enclave italiana in territorio elvetico.


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Campione diventa "francese" e il Ticino avanza la richiesta di annessione - Con la Repubblica Cisalpina nel 1800 il territorio di Campione fu unito alla Val d’Intelvi, del dipartimento di Como. Con Napoleone, nel 1804, Campione fu occupato - come tutti i territori lombardi - dai francesi. Nel 1814, come già era avvenuto nel 1800 con un nulla di fatto, il Canton Ticino avanzò ufficialmente la proposta all’Alta Dieta federale di offrire i suoi buoni uffici nei lavori del Congresso di Vienna, che si tenne dal 1814 al 1815, e chiese, senza successo, l’unificazione del Canton Ticino al territorio di Campione.

Campione chiede di essere svizzera. La risposta fu: "Nein" - A seguito della sconfitta di Napoleone, nel 1815, la Lombardia passò sotto il governo degli austriaci e Campione ne seguì le sorti rientrando nella provincia di Como.  Nel marzo 1848 con lo scoppio della Prima Guerra di Indipendenza italiana, per la prima volta furono i campionesi a chiedere al governo svizzero, il 29 marzo dello stesso anno, di poter essere annessi al Canton Ticino, essendo ormai probabile una loro annessione al Regno di Sardegna in caso di occupazione del Regno lombardo-veneto.  Il governo della Confederazione elvetica però, dopo aver vagliato attentamente la richiesta, la respinse per ragioni politiche giustificate alla volontà di conservare la dichiarata neutralità.

Con la Prima Guerra Mondiale apre il casinò - Sin dalle origini il territorio di Campione ha rappresentato un importante punto strategico militare e fu così che anche allo scoppio della Prima Guerra Mondiale nel 1915 il Regno d’Italia ebbe modo di sfruttare la posizione extraterritoriale di Campione per farne un proprio centro di intelligence da cui attingere informazioni riservate. Ed è proprio durante la Grande Guerra, nel 1917, che venne aperto il Casinò di Campione: progettato dall’architetto Americo Marazzi di Lugano e abbellito al suo interno dalle opere del pittore Girolamo Romeo, l’edificio si pose subito al centro di incontri dell’alta burocrazia che ne sfruttavano appunto il singolare status territoriale per uno scambio di informazione ‘top secret’ che risultarono utili agli scopi militari italiani.


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Grazie infatti alla casa da gioco campionese, la Marina Militare italiana si era costituita una copertura per operazioni di sabotaggio al consolato austro-ungarico a Zurigo, dal quale si sospettava venissero introdotti in territorio italiano attentatori nemici.

La chiusura e la riapertura come centro di spionaggio - Chiuso alla fine della guerra, nel 1919, il Casinò venne riaperto 15 anni dopo,  nel 1933 per rispondere all’esigenza di rimarcare ‘l’italianità’ di un territorio tanto importante strategicamente. E fu per questo che il comune di Campione venne autorizzato a modificare la propria denominazione in Campione d’Italia mentre ad inizio del 1937 a Campione fu introdotto il corso forzoso della lira mentre, fino ad allora, nell’enclave era in vigore la circolazione dei franchi svizzeri. La riapertura del Casinò aveva quale scopo l’incremento turistico della Provincia di Como, anche se, da documenti storici dell’epoca, appare chiaro come la vera motivazione fosse l’interesse del Ministero degli Interni a riprendere l’attività di spionaggio già condotta durante la Grande Guerra.

Tuttavia, ufficialmente per motivi di riordino gestionale, il Casinò subì una nuova chiusura nel 1935 e la sua riapertura, mesi dopo, fu subordinata all’istituzione a Ponte Chiasso di un ufficio cambio dei gettoni, con lo scopo di impedire l’esportazione, anche minima, di lire italiane a Campione. I gettoni dei clienti provenienti all’Italia venivano quindi convertiti in gettoni a Ponte Chiasso mentre i clienti provenienti dalla Svizzera e muniti di valuta estera potevano cambiare la propria valuta al Casinò. 


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Col nazismo iniziano i problemi - La disfatta italiana della seconda guerra mondiale portò ad una serie di catastrofici eventi per il territorio di Campione il quale si vide completamente isolato per la chiusura delle frontiere con la Svizzera, operata dai tedeschi dal 18 settembre dello stesso anno. 
Assunto il controllo della frontiera italiana, i tedeschi, trasformatisi in nemici dopo essere stati alleati, impedirono infatti il transito di persone e merci dirette a Campione che si trovò stretto all’angolo dalla prospettiva di venire inglobato dalla Repubblica sociale di Salò perdendo così i vitali contatti con il Canton Ticino e la Confederazione elvetica.

Colpo di Stato a Campione - Fu in questo clima di tensione e paura che matura ‘il colpo di Stato’ del 28 gennaio del 1944, durante il quale un gruppo di patrioti, guidati dall’ex capitano Felice De Baggis, aiutati dal parroco Don Piero Baraggia, riuscirono a rovesciare il podestà e a catturare il gruppo di repubblichini presenti a Campione, impossessandosi di tutti gli uffici pubblici e proclamando l’adesione di Campione al Governo Badoglio. Troncato il collegamento con Como, il ‘libero comune di Campione’ si attrezzò per riorganizzarsi dal punto di vista amministrativo e finanziario con l’aiuto del Canton Ticino il quale provvide a rilasciare dei visti permanenti per i campionesi e gli italiani residenti a Campione da almeno 5 anni, oltre a dei visti speciali ‘per comprovati bisogni’ di lavoro e salute.


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Berna teme il Casinò: divieto per gli svizzeri ad entrarci - Giunta la liberazione ad opera degli Alleati il 27 aprile 1945, per Campione tornò il tempo di ripensare alla propria ricostruzione che, come prevedibile, prendette le mosse dalla riapertura del Casinò il 12 settembre dello stesso anno. Le autorità elvetiche videro tuttavia con sfavore la riapertura della casa da gioco, preoccupate che potesse attrarre “un gran numero di giocatori svizzeri”: il 26 settembre 1946 difatti il sindaco comunicò a Roma il “divieto d’accesso a tutti i cittadini svizzeri e tenuta gioco in valuta non svizzera”, mentre il 4 febbraio 1947 il Consiglio federale decise di applicare delle misure di polizia per isolare l’enclave italiana, stabilendo la chiusura delle frontiere dalle 6 alle 19 e divieto di sbarco a Campione agli svizzeri e agli stranieri privi di visto svizzero di ritorno.

Una sala giochi vietata agli svizzeri - A mettere fine alla spinosa vicenda intervenne un accordo, raggiunto a Lucerna il 15 agosto 1947, con il  quale si pose amichevolmente fine al problema: vennero previste delle sale da gioco separate per tutti i giochi vietati agli svizzeri ed una sala comune per la sola roulette permessa, con puntata massima di 5 franchi. Inoltre venne previsto il documento d’identità obbligatorio e l’uso di valuta svizzera all’interno del Casinò, oltre che il rinnovo della concessione dopo il 31 dicembre 1951 solo in accordo con il governo della Confederazione elvetica. Dal 1 dicembre 1951 al 4 dicembre 1952 il Casinò serrò nuovamente i battenti con conseguente diminuzione del movimento turistico a Lugano:
ormai era conclamata infatti l’interdipendenza esistente tra il Casinò, trasferitosi nel 2007 dalla storica sede di ‘Villa Adami’ alla nuova struttura, progettata dall’architetto Mario Botta, l’economia del territorio campionese e il turismo lacuale sul Ceresio, elementi che concorreranno al successo o alla crisi della casa da gioco anche negli anni a venire. 

Che crisi da Campione


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La crisi e il fallimento del Casinò di Campione d’Italia: fine di una storia centenaria? Che la storia del Casinò di Campione sia sempre stata altalenante e caratterizzata da un'alternanza di momenti buoni e altri bui, è un dato di fatto. Ci sono state aperture e chiusure, più o meno lunghe, della casa da gioco ma mai, come da dieci anni a questa parte, si è avuto la percezione che i battenti del Casinò potessero non venire più riaperti. E’ infatti da circa un decennio che, a scadenza più o meno puntuale, si rincorrono voci di crisi economica e si parla di tagli al personale, tagli agli stipendi, di possibile chiusura. Paure che sono diventate certezza il 27 luglio di quest’anno quando il Casinò di Campione d’Italia è stato dichiarato fallito e messo in mano ai curatori fallimentari. Ancora non si conosce niente del suo destino, essendo la prima udienza stata fissata presso il Tribunale di Como per l’inizio dell’anno prossimo; l’unica certezza sono i 500 dipendenti che si trovano senza lavoro in attesa di conoscere la propria sorte lavorativa.  Se ne saprà qualcosa in più nei prossimi giorni quando arriverà l'ufficialità del loro licenziamento. 


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Gli inizi di un fallimento - Un dato però è certo: per evitare che la nave affondasse, per usare un termine marinaro, si è cercato,negli anni, di fare di tutto e i dipendenti sono stati i primi ad accettare di vedersi tagliare le ore di lavoro e stipendi, pur di evitare che qualche collega perdesse il lavoro. Fin dal 2008 infatti la parola d’ordine al Casinò è stata ‘contenimento di spesa’: la perdita di bilancio della società di gestione del Casinò era, all’ora, già di un milione e mezzo di euro e tra i principali motivi di crisi vi era il rapporto di cambio euro e franco che comportava maggiori costi per i pagamenti che il Casinò effettua in franchi svizzeri. Il maggiore creditore del Casinò è lo stesso Comune di Campione d’Italia, socio di riferimento, della società che gestisce la casa da gioco: nel 2011 è lo stesso Comune dell’enclave italiana che offre un aiuto per risanare i conti in rosso del Casinò rinunciando ai 5 milioni di franchi dovuti per l’affitto dell’immobile nel quale ha sede. Nel 1933, infatti, Il comune di Campione ha ottenuto dallo Stato italiano, in deroga ad una norma che vietava il gioco d’azzardo, la possibilità di aprire una casa da gioco i cui proventi concorrono a formare il bilancio del Comune stesso. Dal 2008 però, a seguito di sbagliate scelte gestionali, la norma è stata ribaltata e di fatto è la comunità di campionesi a finanziare il bilancio del Casinò che, visti i tempi difficili, si è trovato a dover tagliare servizi necessari  proprio alla sua comunità quale la manutenzione del verde pubblico e la manutenzione e la pulizia di locali comunali come il centro sportivo cittadino. 


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"Cattedrale laica" o "Ecomostro"?

O si riduce o si chiude - Nel frattempo, a causa del rapporto di cambio tra le due valute il debito della ‘cattedrale laica’ di Mario Botta, come viene definito in alternativa ad ‘ecomostro’ il Casinò, arriva a 10 milioni di franchi, debito destinato a crescere negli anni successivi, vista l’improbabilità di una ripresa dell’euro nei confronti del franco svizzero. La situazione viene definita “drammatica” dal Presidente della Provincia di Lecco Daniele Nava e i numeri in effetti sono da brivido: il debito cresce esponenzialmente di anno in anno, tanto da toccare, i 15,5 milioni di franchi nei primi mesi del 2012. La situazione è di fatto paradossale se si considera il fatto che la gestione del Casinò risulta in attivo. La situazione debitoria deriva dal fatto che la casa da gioco deve versare una quota dei  propri proventi al Comune, circa 60 milioni di franchi di debito accumulato, senza la quale i conti del Casinò risulterebbero fortemente in attivo. Secondo Giorgio Colato, consigliere di amministrazione del Casinò, “O si ristruttura o si riduce o si chiude”.


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I motivi della crisi - Diverse sono i motivi di crisi del Casinò di Campione: di sicuro una grande fetta di colpa ce l’ha la liberalizzazione che ha portato, in Italia, ad una proliferazione della concorrenza, dai biglietti gratta e vinci alle sale da gioco, oltre il sempre più diffuso gioco d’azzardo online che di sicuro ha cambiato le regole di mercato in materia. Oltre a questo, come già precedentemente accennato, grava sulla gestione del Casinò lo sfavorevole rapporto di cambio euro-franco svizzero: il Casinò incassa infatti euro e paga in franchi i servizi, il personale e ovviamente la quota dovuta al Comune. Nel 2011 gli introiti erano pari a 108 milioni di franchi, ma mentre nel 2005 lo stesso ammontare in euro avrebbe prodotto 167 milioni di euro, nel 2011 è stato di oltre 30 milioni di franchi in meno per mero effetto del cambio. Eppure nella volontà di chi gestisce il Casinò, e dei suoi dipendenti, c’è la volontà di andare avanti e non cedere alla crisi economica incombente. 


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La polizia e la guardia di finanza chiusero il Casinò l'11 novembre 1983 per riciclaggio di denaro r spaccio di droga

La "Notte di San Martino", quando la polizia chiuse tutto - Nel 2013 quello di Campione si conferma il primo casinò in Italia per incassi e numero di giocatori, anche se, per evitare la chiusura, ai lavoratori viene chiesto di lavorare con ‘contratti di solidarietà’ che presuppongono la cospicua riduzione delle ore di lavoro. Il 19 luglio 2014 nasce la Società ‘Casinò di Campione, e il Comune torna ad essere l’unico socio della casa da gioco, pur affiancato da un Cda composto da un presidente e tre consiglieri. Viene così chiusa la parentesi apertasi l’11 novembre 1983, con la cosiddetta ‘Notte di San Martino’ , durante la quale la polizia e la guardia di finanza chiusero il Casinò dove venivano riciclati soldi provenienti dallo spaccio di droga. Ad inizio 1984 il Casinò di Campione venne riaperto con una nuova società di gestione che prevedeva, oltre al Comune, anche le Camere di Commercio di Como e Lecco. Purtroppo, nonostante la costituzione della nuova società, la casa da gioco dell’enclave italiana continua a sprofondare nei debiti che, anno dopo anno, continuano ad aumentare: nel  2017 i debiti accumulati dal Casinò ammontano a 106 milioni di franchi mentre quelli del comune oltrepassano i 30 milioni di franchi. Il Sindaco di Campione è laconico e molto franco “Niente potrà più essere come prima”, afferma, e così sarà: il Casinò è sull’orlo del baratro e a Campione, paese che da sempre vive di una monoeconomia basata sui proventi della casa da gioco, si segue con il fiato sospeso lo sviluppo della situazione che sembra portare al commissariamento del Casinò. A peggiorare le cose, nel novembre del 2017, vengono notificati cinque avvisi di garanzia ai membri del precedente Consiglio di amministrazione, a seguito di controlli effettuati dalla Guardia di finanza di Como: l’accuso è quella di peculato con riguardo al bilancio dell’anno 2016 che si era chiuso con un disavanzo di 37 milioni di euro.


La crisi diventa acuta - Il 2018 è l’anno della resa. Nonostante 7 milioni di euro stanziati dal Governo italiano per la comunità di Campione, stritolata dalla crisi economica, la situazione del Casinò, e del Comune, non migliora: il rapporto franco-euro, la crisi economica internazionale, il diffondersi delle sale di videolottery, il bilancio della casa da gioco in costante perdita, -15,47 degli incassi, danno vita a Campione ad una crisi senza precedenti di cui sono vittime i cittadini di Campione e un centinaio di dipendenti comunali che vantano mille giorni di ritardo nel versamento degli stipendi. Oltre gli oltre 100 dipendenti del Casinò per i quali, nello stesso anno, si è deciso il licenziamento collettivo. Il buio fitto avvolge il Casinò sul quale pende una richiesta di fallimento avanzata dalla Procura di Como.


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27 luglio 2018: il Casinò è fallito - Fallimento che diverrà realtà il 27 luglio 2018, a seguito della decisione di Angelo Pagano, commissario straordinario di liquidazione del Comune, di giudicare inefficace l’accordo di ristrutturazione dei debiti della casa da gioco. Da qui ne è conseguita la decisione del Tribunale fallimentare di Como di accogliere l’istanza avanzata dal pm Pasquale Addesso di dichiarare fallita la società Campione d’Italia spa in persona del suo legale rappresentante Roberto Salmoiraghi. All’alba del 27 luglio i commissari fallimentari si sono presentati alla casa da gioco per apporre i sigilli e chiudere il Casinò per permettere di stilare l’inventario dei beni mobili di pertinenza del fallito. E’ la prima volta che in Italia viene dichiarato il fallimento di una casa da gioco. A Campione il clima è irreale: un capannello di dipendenti del Casinò forma un presidio fuori dal Comune: sono in discussione 600 posti di lavoro. Nessuna sa cosa accadrà la prima udienza è stata fissata per il 28 gennaio 2019 e prima di allora non si ha modo di sapere se il piano di ristrutturazione del Casinò potrà essere dichiarato efficace dal giudice. Tante le domande senza risposte. Solo silenzio, come nelle sale ormai vuote di un Casinò che rimarrà parte della storia italiana.

Un silenzio che non piace ai dipendenti del Casinò, molti dei quali il 1° ottobre si sono recati in Comune per protestare. Una vera e propria occupazione per «far vedere alle autorità che esistono anche i dipendenti», i quali sono stanchi e disperati» per la situazione creatasi nell'enclave. 

 

Ripercussioni sul Ticino


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«Quanto deve il comune di Campione d’Italia al Ticino?». È la domanda che più interessa, perché tocca direttamente il nostro cantone. A chiederlo con un’interpellanza al Governo e alla Città di Lugano è stato Tiziano Galeazzi (Udc), cui si è aggiunta anche un’interrogazione di Massimiliano Robbiani (Lega). Il “mistero” è stato chiarito dallo stesso presidente del Consiglio di Stato Claudio Zali, durante la seduta del Gran Consiglio del 17 settembre: «Al 31 agosto 2018 il Comune di Campione d’Italia doveva 916’196 franchi al Cantone Ticino» ha detto il ministro. Precisando inoltre che il Comune «ha sempre saldato i propri debiti», ha aggiunto: «Si tratta di soldi dovuti alla frequenza di scuole ticinesi da allievi campionesi».


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Corteo di solidarietà coi dipendenti del Casinò. Nella foto un momento durante il corteo sul lungo lago di Campione d'Italia.

Lugano aspetta 1,9 milioni - Il credito nei confronti della Città di Lugano, invece, ammonta a 1,9 milioni di franchi. Vi sono infine i soldi ancora da incassare da parte di aziende private, una somma totale circa 1,5 milioni di franchi. Cinquecento persone sono senza lavoro dal 27 luglio, quando è stato dichiarato il fallimento del Casinò di Campione. A fine agosto la Segreteria di Stato dell’economia (Seco) ha deciso che gli ex dipendenti avranno diritto alle indennità di disoccupazione. Diritto che è stato accordato ai lavoratori residenti in Svizzera che si sono annunciati all’Ufficio regionale di collocamento mettendosi a disposizione del mercato del lavoro svizzero per un posto di lavoro a tempo indeterminato. Una decisione che ha fatto storcere il naso alla Lega, perché la disoccupazione verrebbe concessa «anche a persone che non hanno mai pagato un centesimo di contributi in Svizzera» e «probabilmente anche a ex dipendenti che vivono in Svizzera con il permesso B». La ricetta leghista propone di «detrarre dai ristorni i debiti che Campione d’Italia ha verso il Ticino, detrarre la medesima percentuale di ristorni dalle imposte dei campionesi residenti sul nostro territorio e detrarre gli stessi accumulati che negli ultimi dieci anni non sono stati versati».

Gioiscono i casinò ticinesi - La chiusura del Casinò di Campione ha avuto un inevitabile impatto positivo sulle due case da gioco ticinesi in concorrenza diretta con quella dell’enclave. Se dal 28 luglio al 21 agosto 2017 erano entrati al Casinò di Lugano 20'194 clienti, nello stesso periodo di quest’estate ci sono stati 24'857 ingressi. Un aumento del 23% che ha avuto ripercussioni anche sulle entrate: se l’incasso medio giornaliero di luglio era di 107'071 franchi, quello dei primi 20 giorni di agosto di 119'642 franchi (+12%). Nei primi 20 giorni di agosto il giocato delle slot machines è cresciuto addirittura del 37% rispetto al 2017, mentre quello dei tavoli dell’11%. Analoga la situazione per quanto riguarda il Casinò di Mendrisio, che ha registrato «un significativo aumento del numero dei visitatori». Il Sindacato lavoratori della comunicazione (SLC CGIL) ha accusato le case da gioco ticinesi di «giovarsi» della chiusura del Casinò di Campione.

Spunta l'idea di una "casa anziani" - A metà agosto un gruppo di imprenditori svizzeri capitanato da Artisa Group si era proposto per «traghettare Campione fuori dalla crisi» con un progetto per rilevare, trasformare e completare gli immobili del Casinò investendo 100 milioni di franchi. Il progetto prevedeva la trasformazione del Casinò in una clinica di alta specializzazione, appartamenti medicalizzati e residenziali per la terza e la quarta età e un museo d’arte internazionale. «Non se ne parla nemmeno» aveva tuonato il sindaco Roberto Salmoiraghi, precisando che, secondo lui, «il Casinò deve riaprire».


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Ignazio Cassis: «L’annessione «è immaginabile, ma proposte in tal senso alla Confederazione dovrebbero venire della autorità politiche ticinesi».

La boutade: annettere Campione d'Italia alla Svizzera -  Un’annessione di Campione d’Italia al Ticino sarebbe possibile? La domanda è arrivata anche a Berna. Per il consigliere federale Ignazio Cassis - che ha risposto a una domanda del consigliere nazionale Marco Romano (Ppd) - l’annessione «è immaginabile», ma proposte in tal senso alla Confederazione dovrebbero venire della autorità politiche ticinesi. Il Consiglio federale non ha alcuna possibilità di intervenire nel processo di liquidazione del comune di Campione d’Italia. Il consigliere nazionale intende inoltrare una mozione invitando il Governo ad attivarsi con il Cantone: «Il passaggio del comune alla Svizzera potrebbe semplificare la situazione, anche alla luce dei debiti contratti con enti e ditte del territorio». Ma l’ipotesi annessione è stata stroncata sul nascere da parte italiana. Ai microfoni di Modem (Rsi) Stefano Candiani, sottosegretario del Ministero dell’Interno ha detto: «Credo che qualcuno non abbia ben compreso che Campione è territorio italiano, punto».


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Roberto Salmoiraghi

Campione d’Italia o di Svizzera? - Di sicuro, dallo scorso 18 settembre, l’enclave non è più di Roberto Salmoiraghi. Con una decisione non proprio a sorpresa il sindaco quel giorno ha presentato le dimissioni. Un atto che era stato sollecitato da più parti negli ultimi mesi, ma che il diretto interessato aveva sempre rifiutato di compiere: «Non c’erano più le condizioni per poter proseguire e mi è sembrato doveroso fare un passo indietro. Da oggi esercito esclusivamente la mia professione di medico» ha dichiarato Salmoiraghi a Tio/20Minuti.

Al capezzale del Comune, privo di sindaco e di quattro consiglieri comunali pure dimissionari, Roma ha mandato un commissario prefettizio. La scelta è caduta sull’ex prefetto di Varese, Giorgio Zanzi, il quale ha però subito precisato che il suo incarico si limiterà all’amministrazione comunale. Le manovre per la riapertura del Casinò sarebbero invece «fuori dal suo raggio d’azione».

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