La ‘Fashion Valley’ è arrivata alla fine?

Marchi noti nel mondo e gettiti milionari. Perché il Ticino è diventato il cuore della moda. Tutte le insidie che potrebbero rompere il "giocattolo"

Prima Armani, da Mendrisio a Milano. Poi il colosso Vf, che ha "alleggerito" il personale a Stabio. Infine Kering: nei giorni scorsi il gruppo francese ha delocalizzato 150 posti da Cadempino a Novara. Per quindici anni la moda in Ticino è stata fonte di enormi profitti e di gettito fiscale, inchieste giudiziarie e scontri parlamentari che si riassumono in una parola: Fashion Valley. Ma ora la sfilata sembra finita. E la paura è che le griffe tornino a casa.


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Con la crisi della piazza Finanziaria, i grandi marchi internazionali traslocati in Ticino sono sempre più al centro della vita economica e del dibattito pubblico, dalle polemiche su Philipp Plein a quelle sulla riforma dell'imposizione delle imprese. Gucci, Vf, Hugo Boss sono il futuro del cantone, per alcuni. Per altri, un problema etico e politico.

Di sicuro la Fashion Valley è più complessa e ramificata di quanto si pensi. Ha origini lontane, e ne sentiremo parlare ancora a lungo. Abbiamo provato a scattare una fotografia di questo settore in cambiamento.


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Inizi remoti - In Ticino il comparto-moda ha una storia antica. Risale ai primi anni del secolo scorso l’affermazione dell’industria tessile nelle valli ticinesi, che andò a sostituire l’antica trattura della seta. All’epoca, l’industria dell’abbigliamento era concentrata nella zona del Mendrisiotto, dove tutt’ora sorgono le principali industrie tessili ticinesi. In seguito sorsero altre fiorenti imprese in tutto il Luganese e nel Sopraceneri.

Il boom della Fashion Valley - Sono di fatto queste le origini del fenomeno moda in Ticino: da alcuni anni questo settore si colloca tra i più fiorenti dell’economia locale. In 15 anni, dal 1997 al 2011, tantissimi marchi internazionali della moda e del lusso hanno aperto una sede nel nostro cantone: Ermenegildo Zegna, Hugo Boss, Giorgio Armani, Versace, Bally o il francese Kering. È nata così la ‘Fashion Valley’ ticinese. 


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Avvisaglie di crisi - Nella valle delle moda, a momenti di fiorente ripresa economica, si sono però alternati periodi di crisi che hanno visto l’abbandono, di un marchio storico quale la Armani Swiss Branch che si occupava di logistica, recupero crediti e dazi doganali, e che due anni fa ha trasferito nuovamente la sua sede in Lombardia, privando Mendrisio, e il cantone tutto, di un indotto economico di primo livello. Il pericolo che il Ticino venga abbandonato da altri famosi marchi di lusso è concreto e in tanti si chiedono quante altre società ancora decideranno di lasciare la ‘Fashion Valley’ a fronte di un tasso di cambio franco-euro non più favorevole e il profilarsi di cambiamenti sul piano della politica finanziaria che non renderebbero più il Ticino così concorrenziale rispetto ai cantoni d’Oltralpe.

Dal tessile ai primi marchi


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Il settore in numeri - Nei primi trent’anni dello scorso secolo, in Ticino, ci fu un vero e proprio boom delle industrie dell’abbigliamento: dalle 4 aziende con 75 dipendenti del 1901 si  passò, già nel 1937, a 67 aziende con oltre 200 dipendenti; fin dal 1925 l’industria dell’abbigliamento era prima in Ticino per numero di dipendenti. Il distretto delle industrie tessili e dell’abbigliamento si era concentrato prevalentemente nel Mendrisiotto, sostituendo le aziende dedite alla torcitura e alla filatura della seta entrate in crisi.


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Manodopera italiana - Dopo la seconda guerra mondiale, il settore conobbe un vero e proprio periodo d’oro tanto che negli anni ’60, nel cantone, erano presenti più di 200 aziende con 8.500 dipendenti, di cui circa il 60% della manodopera proveniva dall’Italia. La produzione spaziava dalle camicie, famose a livello internazionale, ai vestiti da donna e bambino, gli abiti professionali e la biancheria intima. All’epoca poi, la produzione degli atelier e delle fabbriche era affiancata dal lavoro a domicilio svolto dalle cosiddette ‘pantalonaie’, che rivendevano il prodotto finito alle fabbriche dell’abbigliamento ticinesi ed elvetiche.

Ticino in controtendenza - Negli anni ’70, a causa della recessione economica e delle crisi monetarie, il settore dell’abbigliamento svizzero subì un duro contraccolpo: il rincaro del franco ostacolò le esportazioni ed espose il mercato interno alla concorrenza della manifattura straniera. Si assistette ad una drastica diminuzione dei posti di lavoro, circa 20mila in meno dal 1967 al 1977, con un’unica eccezione rappresentata appunto dal Ticino che, a differenza di altri cantoni, seppe resistere efficacemente alla crisi, passando dal 15 al 30% dell’intera produzione svizzera.


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La categoria si organizza - Risale a questi anni la costituzione dell’Afra, associazione fabbricanti e operatori ramo abbigliamento del Ticino, il cui intento era dare un nuovo impulso all’economia del settore. E fu proprio l’Afra che, all’epoca, collaborò alla nascita di Sta, la Scuola specializzata superiore di tecnica di abbigliamento e della moda, pensata per formare giovani destinati a ricoprire posizioni di alto livello nell’industria della moda, in Ticino e all’estero.

La crisi degli anni ‘90 - Il periodo d’oro del settore tessile però stava volgendo inevitabilmente alla fine: negli anni ’80 e ’90, a seguito del costo sempre crescente della manodopera e dei macchinari, l’industria della moda ticinese ebbe un tracollo che portò solo una decina di aziende di pura vocazione produttiva a sopravvivere all’ecatombe generale. Si assistette quindi al declino di quello che fino ad allora era stato il fiore all’occhiello dell’economia ticinese: le industrie tessili e di abbigliamento chiusero, una dopo l’altra. Fu la fine di un’epoca.

Donne e frontalieri - Agli inizi degli anni 2000 il settore moda risente ancora della crisi del decennio precedente: a quel momento occupa il 2% della popolazione attiva del Ticino con circa 4mila dipendenti, tra produzione e commercializzazione. In un’intervista del 2003 Franco Cavadini, presidente di Afra per ben 37 anni, dava questa fotografia: «Il 90% delle industrie dell’abbigliamento locale ha sede nel Mendrisiotto, per la possibilità di accedere a manodopera estera, quindi al frontaliero. Il 90% del personale impiegato è femminile, per la maggior parte proveniente dall’Italia».

In tre anni, 1800 licenziamenti - Ma la crisi internazionale attanaglia le aziende superstiti, e i costi di manodopera e produzione pesano sui bilanci: per il Ticino si stima valgano il 60% del prezzo del prodotto finito. Secondo i sindacati, ben 1.800 addetti perdono il lavoro nei primi tre anni del nuovo millennio: il 10% dell’intera forza lavoro del settore.

Arrivano i grandi marchi - Eppure, in un momento in cui tutto sembrava perduto, si assiste invece a una nuova tendenza che porterà il settore della moda, ormai morente, ad una vera e propria rinascita: dalla metà del 2000 diversi grandi nomi del panorama internazionale, come Gucci, Armani, il gruppo Hugo Boss e Tom Ford, tra i tanti, trasferiscono la propria produzione in Ticino dando nuova linfa al settore. Il primo in assoluto a spostare dall’Italia macchinari e produzione in Ticino è stato lo stilista Ermenegildo Zegna, ma la tendenza diviene presto pressoché costante negli ultimi anni.

Meno produzione, più logistica - Nel 2013 si è stimato che in Ticino, nei settori "‘Industrie tessili e confezioni di articoli di abbigliamento" erano attive 120 aziende, con 1.527 dipendenti, mentre nei settori "Commercio all’ingrosso di prodotti tessili e prodotti di abbigliamento" le aziende erano 183 con un totale di 2.640 dipendenti. Nel settore invece denominato "Commercio di capi d’abbigliamento e logistica" si contavano 191 imprese per circa 3.660 dipendenti.

Chi delocalizza, e chi investe - Si assiste quindi ad un definitivo cambio di scenario che vede la produzione locale diventare minoritaria a fronte di un sempre crescente sviluppo della logistica, ricerca e commercializzazione dei famosi brand internazionali. La produzione dei tessuti, che in passato impegnava fino a 10mila lavoratori, viene delocalizzata verso i paesi emergenti ed in via di sviluppo, prime fra tutti India e Cina, mentre aumentano le imprese che, come detto, concentrano la loro logistica e le attività di business in Ticino.

L’incentivo fiscale - Diversi gli elementi di attrazione che spingono i grandi marchi verso  il territorio ticinese: in primo luogo una posizione geografica molto favorevole data la vicinanza a Milano, vera capitale europea della moda, e al principale asse di collegamento tra il nord ed il sud Europa. Concorrono positivamente alla creazione di questo fenomeno anche la forza della piazza finanziaria, con una solida politica di aiuto alle imprese e un’amministrazione snella, che determina per le imprese una tassazione moderata.


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Nella foto da sinistra il Segretario di Ticinomoda Alberto Riva, l' Avvocato Marina Masoni Presidente di Ticinomoda, il giornalista Ferruccio De Bortoli ed il Vice Presidente di Ticinomoda G. Del Piano.

Nasce Ticinomoda - Nel 2011, a riprova del cambiamento avvenuto nel settore moda in Ticino, si assiste al passaggio dall’associazione Afra alla nuova associazione Ticinomoda, che si rinnova nel logo e negli intenti. Se Afra, dagli anni ’60 in poi, rappresentava solo i produttori ticinesi attivi nel settore tessile e dell’abbigliamento, Ticinomoda invece, visto il fenomeno per cui sempre più ditte estere si sono insediate in Ticino, per gestire la produzione dei propri prodotti, si prefigge di rappresentare non solo i fabbricanti locali ma anche le ditte estere operanti nel settore moda e trasferitesi nella Fashion Valley locale.

Una valle di luci e ombre


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Presentazione nuovo centro logistico Kering e LGI Luxury Goods International. Nella foto da sin. Jean-François Palus, Kering Managing Director, Michele Buttazzoni, Kering Integrated Logistics Director & LGI Managing Director e Christian Vitta, allora sindaco di Sant'Antonino, durante il taglio del nastro.

Da Chiasso a Sant’Antonino - La Fashion Valley, culla della moda in Ticino, ha nel Mendrisiotto la sua area privilegiata, con il triangolo Coldrerio, Chiasso e Stabio, e nel Sopraceneri Sant’Antonino, scelta da Luxury Goods International per costruire il suo polo logistico. Di fatto la moda continua a vivere là dove, fin dai primi anni del secolo scorso, si era affermata e aveva avuto la sua massima espansione: il Mendrisiotto, la parte più a sud della valle del Ticino.

Un meta-settore - Certo, dai tempi in cui proliferavano le industrie tessili e di abbigliamento, le cose sono di molto cambiate nel mondo della moda: ora quando si parla del settore del fashion ci si riferisce ad un vero e proprio ‘metasettore’, capace di aggregare insieme ambiti diversi che vanno dalla produzione e logistica, alla gestione amministrativa e la commercializzazione dei brand, fino alla ricerca di nuovi materiali e molto altro ancora.

Affari d’oro: lo studio Ire - La Fashion Valley rispecchia in pieno questo nuovo modo di concepire la moda, accogliendo al suo interno, oltre le aziende manifatturiere, quelle dedite al terziario e al trading. La moda rappresenta, infatti, uno dei settori a più alto tasso di crescita del Ticino: come emerso da uno studio condotto dall’Istituto di ricerche economiche (Ire) dell’Università della Svizzera italiana, il volume d’affari mosso è di circa 10 miliardi di franchi, che genera, a sua volte, imposte per 90 milioni di franchi.

Un fiume d’imposte - Il volume d’affari è superiore a quello generato dalle stesse banche, e rappresenta oltre un terzo del gettito fiscale delle persone giuridiche a livello cantonale. Secondo l’Ufficio federale di statistica il settore moda nel cantone è composto da 114 imprese di abbigliamento e pelletteria, 119 imprese di fabbricazione di orologi e gioielleria e e oltre 900 negozi di abbigliamento, calzature e beni di lusso, il tutto per un totale di 8.000 dipendenti.

Un trattamento di favore - Tanta abbondanza è stata “pagata”, va detto, con fior di favori fiscali. Dalla possibilità di depositare le merci nei punti franchi “tax free”, al regime di tassazione agevolata per le imprese nei primi dieci anni dall’insediamento. Un trattamento su misura sempre più oggetto di dibattito anche in seno al Gran Consiglio. Diverse interrogazioni sono state presentate negli ultimi tempi, specie da parte della sinistra (Mps e Ps), per chiedere al Consiglio di Stato una posizione netta sull'argomento. Con le nuove misure messe in campo dall'Ocse contro l'evasione fiscale delle multinazionali (il cosiddetto "profit shifting") la pressione sul governo cantonale e su Berna è sempre crescente.

I marchi fuggono dal Ticino


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Nel 2012 chiude lo storico negozio di moda Fumagalli

È iniziata la fuga delle aziende? - Insomma non è tutto oro quello che luccica. E difatti, sotto l’apparenza di un mondo in piena espansione non sono poche le crepe che, nel tempo, si sono manifestate. Con la chiusura delle sedi elvetiche di diversi brand.

Armani se ne va - Le prime avvisaglie sono comparse nel 2015 nella sede del gruppo Hugo Boss a Coldrerio, con tagli al personale e riduzione degli stipendi. Nel 2016 un altro fulmine a ciel sereno: la Armani Swiss Branch annuncia la decisione di trasferire la sua sede in Italia. Dei 130 dipendenti una quarantina perderanno il proprio posto di lavoro, la restante parte ha accettato di trasferirsi a lavorare a Milano vedendosi dimezzato il salario. A Mendrisio, al numero 4 di via Penate, della gloriosa società italiana non rimarrà che un ufficio operativo e un pugno di dipendenti appena necessari per effettuare le operazioni sul mercato svizzero.


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La paura dell’emorragia - È un colpo durissimo da assorbire per l’opinione pubblica e la classe politica e sindacale: gli effetti fiscali di tale chiusura si aggirano intorno agli 8 milioni di franchi in meno per le sole casse del Comune. In tanti iniziano a realizzare come concreto il pericolo che l’esempio della Giorgio Armani possa generare una inversione di tendenza rispetto a quella che, oltre vent’anni fa, ha determinato il trasferimento di prestigiosi brand della moda in Ticino.

190 milioni «a rischio» - Il ministro Christian Vitta parlava all’epoca di “un gettito di 190 milioni di franchi a rischio nell’imminente futuro pari al 15% di entrate che se ne va”. Sempre nel 2016 altri due noti marchi di lusso abbandonano il Ticino: parliamo di Bally che chiude il proprio negozio di via Nassa a Lugano e Prada che chiude la propria sede svizzera presso il FoxTown di Mendrisio, dove era presente dal 1998.

Kering: 150 posti tornano in Italia - L'8 ottobre è toccato al gruppo Kering annunciare la "sforbiciata": 150 posti di lavoro vengono spostati da Cadempino a oltre confine. Una mossa dovuta a «una riorganizzazione interna» ha fatto sapere l'azienda. Il gruppo, che è il principale contribuente in Ticino, occupa ancora 800 persone tra Cadempino e Sant'Antonino. «La transazione - si legge in una nota diffusa da Kering - sarà effettuata in modo socialmente responsabile». 

«Fulmine a ciel sereno» - La notizia ha colpito come un fulmine a ciel sereno il settore. Per il segretario di Unia Ticino Enrico Borelli «è la dimostrazione del fatto che queste aziende non hanno alcun attaccamento al territorio» oltre a un segno della «mobilità sempre più spinta propria delle aziende globali, che delocalizzano senza problemi. Dobbiamo chiederci se ha senso, a questo punto, proseguire con una politica fiscale che porta a condizioni sfavorevoli per i lavoratori. Alla fine il risultato è questo». L'intero comparto moda, secondo il sindacalista, «non è più strategico per il Ticino».   

 
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Il negozio Bally in via Pessina, a Lugano, aperto negli anni novanta e chiuso nel 2016

«Un clima di sospetto e accanimento» - I campanelli d'allarme in realtà suonavano da un po'. «Sono molto preoccupato - dichiarava in tempi non sospetti l'ex presidente di Ticinomoda, Franco Cavadini - attorno alla moda si è creato un clima di sospetto, persino di accanimento. Una chiusura che rischia di rendere il nostro territorio meno attrattivo e di compromettere tutto il valore aggiunto che è stato creato».

Le inchieste giudiziarie - Il "sospetto" nell'opinione pubblica di cui parlava Cavadini non è nato dal nulla. Diverse inchieste condotte dalle Procure estere, in Italia e Francia in particolare, hanno illuminato le zone d’ombra riguardanti le attività dei marchi di lusso trasferitisi in Ticino per sfruttare, appunto, un sistema di tassazione vantaggiosa che permette di rimpatriare i guadagni realizzati e di fiscalizzarli ad un tasso molto basso. Inutile negare che dietro ai diversi ‘no comment’ delle società di moda che hanno deciso di lasciare il cantone ci sia invece la percezione del cambiamento imminente di certe condizioni economiche e fiscali, che non rendono più vantaggioso operare nella ‘Fashion Valley’ così come un tempo. 

Il quadro normativo - Il 12 febbraio del 2017 il popolo svizzero ha respinto la Riforma III dell’imposizione alle imprese che si proponeva di rivedere i tre regimi fiscali preferenziali concessi dai Cantoni a holding, società miste e società di gestione straniere. Sono quindi stati mantenuti in vigore i privilegi fiscali di cui godono le società a statuto speciale cantonale che però non sono più compatibili con gli standard internazionali.

Il Progetto fiscale 17 - Per tale motivo è stato concepito il Progetto fiscale 17 il quale, secondo quanto detto dal Dipartimento federale delle finanze, porterebbe «i gruppi che operano a livello internazionale a dovere, in futuro, pagare un po' più di imposte ma in compenso a poter contare su una maggiore certezza del diritto. Per contro, le piccole e medie imprese, dovranno versare meno oneri, grazie alla prevista riduzione sull’utile nei cantoni». Il 21 marzo di quest’anno il Consiglio federale ha adottato il messaggio riguardante il progetto e il dibattito parlamentare potrebbe concludersi nella sessione autunnale. Motivo per cui le prime misure del Progetto 17 potrebbero entrare in vigore già ad inizio 2019 o 2020.

 Tira e molla sulle aliquote - La conseguenza sarebbe che le società che oggi pagano un’imposta, sia federale, cantonale o comunale, con una aliquota compresa tra l’8 e il 10% verranno tassate ordinariamente con un’aliquota attuale, che in Ticino è del 20%. Sono in tanti quindi gli operatori del settore e non solo che chiedono un intervento politico che possa portare ad una riduzione dell’aliquota complessiva; è infatti innegabile il pericolo di una fuga di massa dal cantone da parte dei marchi internazionali di moda che, con la Riforma III, vedrebbero raddoppiato il loro carico fiscale.


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Marina Masoni, Presidente di Ticino Moda

Masoni: «Migliorare le condizioni quadro» - Secondo Marina Masoni, nuova presidente di Ticinomoda, succeduta a Franco Cavadini che per oltre 30 anni è stato alla guida dell’Associazione, i punti salienti per scongiurare la fuga delle aziende dal Ticino sono tre. «Salvaguardare i patti bilaterali per le aziende che esportano. In secondo luogo, occorrerà migliorare le condizioni quadro in Ticino con una revisione delle aliquote per le aziende. In terzo luogo bisognerà puntare sulla formazione del personale, aumentando la collaborazione tra scuola e il mondo del lavoro, ed infine avere una mobilità efficace per chi lavora con le merci prodotte o gestire sul territorio».

 La sfida per il futuro è lanciata. Le polemiche non sono finite, e certo nemmeno le inchieste giudiziarie. Per non perdere terreno, la fashion valley e i suoi marchi dovranno adeguarsi alle norme internazionali (sempre più rigide). E il Ticino dovrà decidere a cosa è disposto, per non lasciarseli scappare.

 

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