La Svizzera e la mafia: un rapporto che dura da 50 anni

Il nostro Paese non è immune da questa forma di criminalità. Lauber: «Le organizzazioni mafiose investono capitali e cercano vantaggi economici. L’edilizia e la ristorazione ne sono un esempio»

Che la mafia, anzi le mafie intese come la mafia siciliana, la ‘ndrangheta calabrese e la camorra napoletana, abbiano infiltrazioni in Svizzera non è una ipotesi, è un dato di fatto e lo è da almeno 50 anni. Forse è una mafia diversa, che non uccide ma investe, che non è rappresentata da loschi personaggi con coppola in testa e lupara sotto il braccio ma piuttosto da manager e colletti bianchi. Una mafia che non ha alcun interesse a rendersi visibile ma che prospera in un sottobosco fatto di mazzette, appalti truccati, cassette di sicurezza e attività imprenditoriali all’apparenza legali ma comprate con denaro proveniente da attività che non lo sono affatto.

Mafia, questa conosciuta

Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra operano, su scala mondiale, con metodi operativi che hanno mutuato dalle grandi multinazionali, investendo i guadagni del traffico di droga, armi, prostituzione e lavoro nero in business. Capitali sporchi ma allettanti che si possono infiltrare ovunque, nella politica e nelle banche, nella pubblica  amministrazione e persino nella ristorazione, inquinando il mercato finanziario e la società.
La mafia mantiene i principi arcaici ma si adegua alle evoluzioni di una società sempre più veloce e tecnologizzata, ed ecco perché i suoi uomini sono ora avvocati e professionisti laureati in prestigiose università, capaci di aggirare sapientemente le norme nazionali e internazionali sul riciclaggio. Colti e conoscitori di più lingue, si sono inventati anche nuove tecniche di riciclaggio con le ‘truffe carosello’ o le società ‘cartiere’, mere scatole vuote per emettere false fatturazioni. 


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Il mafioso svizzero:  E quando si parla di riciclaggio di denaro la Svizzera, anche dalle numerose testimonianze dei collaboratori di giustizia, risulta essere stata, specialmente in tempi passati, terra d’elezione per le attività di ripulitura e reinvestimento di denaro sporco. Il mafioso, così come il camorrista e lo ‘ndranghetista, non ha un solo identikit: oltre al colletto bianco ci sono anche gli imprenditori affiliati a qualche cosca che si trasferiscono nel paese elvetico con capitali mafiosi e utilizzando i mezzi di intimidazione e collusioni, cari all’organizzazione mafiosa, svolgono diverse attività economiche all’apparenza “sane”.
Oltre a questi capi però in Svizzera è presente anche la manovalanza, che va dal semplice “soldato” al “colonnello” dell’organizzazione mafiosa, che pur operando in modo più nascosto, svolgono compiti e non funzioni criminali simili a quelle svolte nei territori d’origine.

Ticino forziere prediletto: Da sempre la Svizzera, e in special modo il Canton Ticino, hanno rappresentato il forziere prediletto delle organizzazioni criminali tradizionali, questo anche per la vicinanza  fisica con il confine italiano e l’economia più florida rispetto a quella italica, rappresentando un punto di passaggio attraverso cui far perdere le tracce del denaro e la sua origine illecita. Storicamente un elemento determinante per la penetrazione delle mafie al Nord è stata la condanna al confino a cui venivano assoggettati i mafiosi: i boss confinati iniziarono a prendere contatti con i propri conterranei presenti nel territorio riprendendo di fatto ad esercitare la propria attività criminosa. Nella fase iniziale, intorno agli anni ’50 e ’60, i clan hanno semplicemente esportato le modalità di azione che gli erano proprie, compresa l’intimidazione, investendo in zone dove l’imprenditoria e il mercato non erano soggette a norme stringenti sulla indagine della provenienza di quelle ingenti liquidità. Nel corso degli anni ’70, specialmente in Ticino, iniziò a crescere esponenzialmente il fenomeno del riciclaggio di attività mafiose tra le quali, all’epoca, spiccava anche quella del sequestro di persona e della droga.

Pizza Connection


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Il ruolo della Svizzera come centro nevralgico per il riciclo del denaro sporco, emerge con forza negli anni ’80 con l’inchiesta denominata ‘Pizza connection’, una vasta  operazione condotta contro una banda di trafficanti italoamericani che raffinava eroina in Sicilia e la smerciava in tutto il Nord America utilizzando una rete di pizzerie e ristoranti. L’indagine condotta da F.B.I e dalla polizia dello Stato di New York, in collaborazione con il pool antimafia di Giovanni Falcone e ai magistrati svizzeri Carla Dal Ponte e Paolo Bernasconi, durò 4 anni e portò all’arresto di 32 persone. Il primo dei procedimenti contro i trafficanti che avevano portato in Svizzera oltre 1,5 miliardi di dollari, si svolse a Lugano nel 1985 e vede tra gli imputati Roberto Palazzolo, un finanziere siciliano che operava tra Italia, Germania e, appunto, la Svizzera. Fu proprio il giudice Falcone ad avere per primo l’intuizione che bisognava seguire la pista del denaro per arrivare ai colletti bianchi e ai salotti buoni del crimine organizzato.


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Dal suo ufficio a Lugano alle relazioni internazionali con la 'ndrangheta. Francesco Moretti a processo a Lugano

L'arresto dell'avvocato 'ndranghetista di Lugano: Nel 2000 scoppia il clamoroso caso dell’arresto dell’avvocato Francesco Moretti, ritenuto uno dei riciclatori della ‘ndrangheta, che dal suo ufficio a Lugano aveva intrecciato relazioni molto influenti e pericolose. Il 16 giugno 2003 si ha la prima condanna per organizzazione criminale in Svizzera, pronunciata in Ticino dai giudici delle Assise criminali di Lugano. L’avvocato Moretti viene condannato a 14 anni per aver riciclato, tra il 1993 e il 2000, almeno 75 miliardi delle vecchie lire ripuliti per conto della ‘ndrangheta e di cosa nostra. La condanna è stata confermata nell’aprile del 2004 dalla Corte di cassazione e revisione penale e, nel novembre dello stesso anno, in modo definitivo dal Tribunale federale.

L'inchiesta Roscoba finisce a Lugano: Nel 2009 si conclude il filone ticinese della maxi inchiesta internazionale ‘Roscoba’ che, ad inizio 2000, aveva permesso di far luce su di una vasta attività di riciclaggio condotta dalla ‘ndrangheta. Ne era risultato coinvolto anche un cittadino luganese, fiduciario dell’organizzazione criminale, ritenuto colpevole dalla Corte di Lugano di ripetuta amministrazione infedele aggravata e ripetuta falsità in documenti. Nell’ambito della inchiesta era emerso che, tra il 2000 e il 2001, 46 milioni di franchi della ‘ndrangheta, ricavati dal traffico di cocaina, erano stati “lavati” in Ticino per poi essere trasferiti all’estero.

A Bellinzona sbarca Montecristo: Nel 2009 e nel 2012 viene invece celebrato il processo a carico della “mafia delle sigarette”, conosciuto come caso ‘Montecristo’ nel Tribunale di Bellinzona. Furono rinviate a giudizio nove persone residenti in Svizzera, sospettate di appartenere ad una organizzazione criminale dedita al riciclaggio di denaro proveniente dal contrabbando di almeno 215 milioni di stecche di sigarette dal Montenegro all’Italia. Tra loro figuravano i ticinesi  Franco Della Torre, Fredy Bossert, Michele Varano, e poi altri imputati quali Paolo Savino, Patrick Monnier, Luis Angel Garcia e Pietro Virgilio. Tutti accusati a vario titolo di organizzazione criminale per il contrabbando. Tutti furono assolti. 


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Tribunale Penale Federale. Gennaio 2012. Va in scena il processo Montecristo bis, mafia delle sigarette. Carla Del Ponte, già procuratrice generale della Confederazione, dopo l' uscita dall'aula del Tribunale Penale Federale (sala del Gran Consiglio per l' occasione trasformata in aula penale), dove fu ascoltata come testimone

Il clan Ferrazzo: Nel 2002 viene avviata dal Ministro pubblico della Confederazione, su informativa presentata dalla autorità antimafia di Roma, l’inchiesta ‘Quatur’, per far luce sulle ramificazioni elvetiche del clan Ferrazzo. Dagli atti di accusa risultavano essere state monitorate attività criminali relative a traffici internazionali di stupefacenti per un valore di oltre 14 chilogrammi di cocaina, traffico di armi e riciclaggio di denaro per un importo superiore a 15 milioni di franchi svizzeri. Tali attività illecite si sarebbero svolte, in particolar modo tra l’Italia, Zurigo e il Ticino. Nell’autunno del 2011 si arriva ad una imputazione per tutte le persone coinvolte ma l’iter giudiziario si rivelerà lungo e farraginoso. Nel 2012 infatti il Tribunale federale deve rispedire il dossier alla Procura per un vizio del contraddittorio durante l’istruttoria predibattimentale. Gli interrogatori vengono ripetuti e nel 2013 il Pubblico Ministero della Confederazione formula un nuovo atto di accusa per poi arrivare ad un secondo stop per vizi formali in materia di trascrizione delle intercettazioni ambientali e telefoniche. L’11 dicembre del 2014 viene abbandonata l’imputazione di appartenenza ad una organizzazione criminale nei confronti dei principali imputati nei confronti dei quali sarà, comunque, promossa l’accusa per i restanti reati tra i quali infrazione aggravata della legge federale, riciclaggio di denaro aggravato, falsità in documenti e usura.


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Il campanello di Franco Longo. Fu arrestato a Vacallo a metà dicembre del 2014


Un clamoroso arresto a Vacallo: Il 2014 è un anno particolarmente denso di attività giudiziaria e di inchieste inerenti l’attività di affiliati alla mafia operanti in Ticino. Il 18 dicembre viene arrestato insieme ad una sessantina di persone, nell’ambito della inchiesta ‘Rinnovamento’ che indaga sulla cosca della ‘ndrangheta Libri-De Stefano-Tegano, Franco Longo, un sessantenne residente a Vacallo. Originario di Campobasso, era residente da qualche anno in Ticino dove aveva acquistato alcuni immobili. Per gli inquirenti il suo ruolo all’interno della organizzazione criminale era quello di essere un punto di riferimento per tutto ciò che concerneva i proventi delle attività illecite condotte dalla cosca.
Nel novembre dello stesso anno viene arrestato, nell’ambito di una maxi inchiesta condotta dalla Procura distrettuale antimafia di Milano, un 53enne ex operaio frontaliere di Bellinzona con l’accusa di essere il capo di una cellula locale della ‘ndrangheta nella provincia di Como. 


La cosca di Frauenfeld: la foto che fa il giro della Svizzera e dell'Italia. Svolgeva indisturbata i propri traffici da 40 anni in Svizzera, ma conservava un rigido legame con la base in Calabria.

Viene alla luce la cosca di Frauenfeld: Nell’agosto del 2014 a seguito di una conferenza stampa delle autorità italiane e svizzere, si vanno delineando i contorni di una importantissima indagine su di una cellula della ‘ndrangheta operativa da circa 40 anni a Frauenfeld e direttamente collegate alle cosche di Vibo Valentia e Reggio Calabria. L’operazione ‘Helvetia’, condotta dalla Dda di Reggio Calabria, conferma l’operatività di alcuni esponenti della ‘ndrangheta in Svizzera attraverso la ‘società’ di Frauenfeld collegata al ‘locale’, ossia la cosca di Fabrizia in provincia di Vibo Valentia. Come emerge dalle indagini la “società di Frauenfeld” era operativa già negli anni ’70, con a capo Antonio Nesci, che impartiva le disposizioni per la conduzione delle attività illecite, in primis il traffico di droga.
Dalle indagini è risultato chiaro che in Svizzera vi è, da anni, una presenza strutturata della ‘ndrangheta calabrese e , nello specifico, dell’esistenza di un legame indissolubile che lega i “locali” esteri alla casa madre e che passa non solo per il vertice dell’intera ‘ndrangheta, la “Provincia” , ma per i “locali” migrati laddove ci sono appendici delle stesse famiglie che all’estero si sono ricostituite e sono operative. Di conseguenza i “capi locali” di Frauenfeld si rivolgevano al ‘capo locale’ di Fabrizia per tutte le attività condotte nel paese elvetico tra cui il traffico di droga, estorsioni e riciclaggio e al reimpiego di capitali di illecita provenienza in attività imprenditoriali, specie edili. Tra le cause in discussione vi era anche la richiesta di autorizzazione ad estendere il dominio territoriale ad altre località, tra cui il comune tedesco di Singen, dove era di stanza un altro capo locale affiliato alla ‘ndrangheta.


Guardia di finanza
L'operazione Hydra porta a diversi arresti in Italia, tra cui un uomo a Bergamo affiliato al clan Mancuso, con diverse attività commerciali in Svizzera

Reperti archeologici e il clan Mancuso: Nel 2015 altre due operazioni condotte dall’antimafia riportarono alla luce delle ribalta le infiltrazioni mafiose in Svizzera. Durante l’operazione ‘Purgatorio’ vennero arrestate 7 persone collegate al clan Mancuso accusate di commercio illecito di reperti archeologici in Svizzera appunto, mentre con l’operazione ‘Hydra’ venne smascherato un libero professionista di Bergamo, affiliato al clan Mancuso, a cui erano fittiziamente intestate società operative nel settore commerciale e immobiliare con sedi nel bergamasco e in Svizzera. Secondo il rapporto della polizia “ Il territorio della Confederazione elvetica rappresenta un luogo ove i latitanti della ‘ndrangheta potrebbero trovare rifugio grazie al supporto fornito da reti operative e logistiche della criminalità italiana”. Inoltre, come rivelato dal pentito Gennaro Pulice, lo stesso aveva preso la residenza a Lugano nel 2013 “pagando una mazzetta grazie ad un funzionario di origine calabrese”. Da oltre trent’anni quindi emerge chiaro il collegamento stretto tra la Svizzera, e in special modo del Ticino per la sua vicinanza geografica al Nord Italia, e i clan mafiosi. Numerosi i nomi illustri transitati nel paese elvetico per via delle loro attività illecita o per depositare i loro tesori di derivazione criminosa. 


Il pentito Gennaro Pulice. Aveva preso residenza a Lugano nel 2013 pagando a quanto pare una mazzetta grazie ad un funzionario di origine calabrese.


Matteo Messina Denaro, considerato tra i latitanti più ricercati al mondo.

L'erede di Totò Riina: Passa infatti anche dal Canton Ticino la ricerca del super latitante, quasi certamente erede designato di Totò Riina, Matteo Messina Denaro. La pista seguita dagli investigatori riguarda una serie di carte di credito collegate ad una banca di Lugano dove, fino al suo arresto, si recava l’imprenditore Domenico ‘Mimmo’ Scimonelli, nato a Locarno e residente in Ticino per una ventina d’anni. Trasferitosi in provincia di Trapani, Scimonelli è  diventato uomo d’onore della locale famiglia mafiosa di Partanna e uomo di fiducia del latitante per il quale fungeva da corriere con borse cariche di soldi da depositare nelle banche luganesi. Questi soldi venivano poi riportati a Castelvetrano dove risiedono i familiari di Messina
Denaro.
In Ticino Mimmo Scimonelli aveva intestato diverse società a dei prestanome ticinesi con l’unico scopo di disporre di carte di credito su cui sono risultati numerosi  ovimenti non collegati con le società dato che le stesse erano scatole vuote senza attività. Anche in passato la polizia svizzera si era messa sulle tracce del super latitante seguendo la pista di traffici illeciti di reperti archeologici e opere d’arte e il riciclaggio di ingentissime somme di denaro. Scimonelli sintetizza bene l’anima moderna di Cosa nostra che decentra le proprie attività affidando ruoli classici come il corriere di soldi o di pizzini ad imprenditori e manager integrati nel tessuto sociale e capaci di mimetizzarsi dietro attività imprenditoriali apparentemente legali. 

Il clan dei Casalesi: Anche il clan dei Casalesi, il più sanguinario clan della camorra napoletana, ha interessi non solo in Ticino ma in tutta la Svizzera: si indaga su numerosi conti bancari dove sarebbero confluiti gli introiti guadagnati con il gioco d’azzardo online, la nuova frontiera delle attività delle organizzazioni criminali. Gli investigatori indagano sui tanti viaggi in Svizzera di alcuni famigliari del boss Francesco Schiavone, detenuto da tempo all’ergastolo ma la cui famiglia è ancora attiva negli affari del clan dei Casalesi. Come riferito anche dal pentito Gaetano Vassallo, i Casalesi avrebbero diversi conti correnti aperti a Lugano e comprerebbero in Svizzera le armi usate poi per la loro attività criminosa. Sempre in Svizzera i Nas hanno appurato che lo stesso clan gestiva un traffico di farmaci vietati: alcuni affiliati al clan si recavano infatti a Lugano per acquistare farmaci illegali con i quali dopare le bufale dei loro allevamenti e battere così l’onesta concorrenza sulla produzione del latte.


Dalle ‘lavatrici’ per ripulire il denaro sporco alle armi

Le armi arrivano dalla Svizzera: Armi, droga, appalti e soldi, tantissimi soldi da “lavare” e tenere al sicuro nei  caveau delle banche svizzere oppure da rimettere in circolazione investendo nel mattone. Sono questi i capisaldi delle attività mafiose in Svizzera. I soldi si fanno con le estorsioni, il potere si mantiene con le armi e i guadagni si moltiplicano con la droga: in pratica è questa la sintesi del credo professato dai boss della ‘ndrangheta incarcerati a Campobasso e ignari di essere intercettati. Si dicevano di quanto fosse facile recarsi in Svizzera per comprare le armi e che le stesse venivano anche recapitate ‘a domicilio’ in Calabria.
Era di fatto questo il modo di operare anche del clan Ferrazzo, della ‘ndrina di Mesoraca, nel crotonese, cliente abituale del mercato elvetico delle armi e delle banche ticinesi presso le quali aveva messo al sicuro parte delle proprie ricchezze. Del legame tra la cosca Ferrazzo e la Svizzera si è avuto conferma il 2 settembre del 2015, data in cui è scattata una vasta operazione chiamata ‘Isola felice’ che ha portato in carcere 25 persone e fatte iscrivere ben 49 nel registro degli indagati. A far scattare l’indagine proprio le intercettazioni raccolte tra boss nel carcere di Campobasso nelle quali si parlava chiaramente di come pistole, fucili e mitra arrivassero dalla Svizzera.

 


Agenzia delle dogane

Il Ticino "lavatrice" del denaro sporco: L’efficace metodo usato è di una semplicità disarmante: si affidavano le valigie cariche di armi a persone che dalla Svizzera tornavano al Sud nei propri paesi di origine viaggiando su autobus di linea. Il tutto sotto la direzione del clan Ferrazzo che ormai da anni ha messo le sue radici in territorio elvetico e che in Ticino aveva le sue ‘lavatrici’ per ripulire il denaro guadagnato con il traffico di armi e droga. A tal fine erano state costituite due società, tra di loro collegate ed i cui patrimoni erano caratterizzati da una assoluta  confusione contabile, il cui scopo era ufficialmente raccogliere capitali da investitori svizzeri ed internazionali, ma che di fatto si riduceva alla raccolta di masse di  contanti di origine quanto mai incerta. La novità è che invece che affidarsi a qualche funzionario o agenzia compiacente, il clan ha deciso di costituire in proprio delle società da utilizzare per appropriarsi dei depositi degli investitori e ripulire ingenti somme di denaro provenienti da attività illecite.

Il "misterioso" collezionista Jean: Nel 2012, nell’ambito di una operazione di polizia della Procura di Milano, finiscono in manette 12 persone tra cui parenti di boss e persone con precedenti penali. Personaggio di spicco è Nicolao Ambrosini, 68enne di Lodrino e residente a Bellinzona ed arrestato a marzo in Ticino per traffico di droga. Messo alle strette dagli  inquirenti lo stesso Ambrosini ha poi ricostruito le compravendite di armi che conduceva in Svizzera: pistole, mitra e fucili a pompa acquistati prevalentemente nel Canton  Uri, da un certo Jean, un  ‘collezionista’, conosciuto a Locarno e con il quale si incontrava in una stazione di serviziodi Rastaetten ad Aldorf. Nell’ambito del traffico di armi  sono stati anche accertati i suoi rapporti con Francesco Scicchitano, coinvolto nella indagine ’Quatur’ per riciclaggio e partecipazione e sostegno di una organizzazione criminale, e con Eugenio Ferrazzo, figlio di Felice boss del clan di Mesoraca. 

L'operazione "Isola felice": E’ da tempo che gli organi di polizia e i magistrati che si occupano di fenomeni criminali mafiosi sono a conoscenza del mercato delle armi in Svizzera. Prima delle intercettazioni di Campobasso e dell’operazione ‘Isola felice’, ne aveva parlato, anni fa, il pentito Giuseppe di Bella che ha raccontato agli inquirenti di come la mafia abbia ramificazioni ovunque e di come lui stesso si sia recato più volte in Svizzera per comprare armi e depositare soldi nelle banche ticinesi. La Svizzera, racconta il pentito, è un grande supermercato per la ‘ndrangheta “andiamo con due macchine a Zurigo e raggiungiamo una grossa armeria. Lì ci aspetta il proprietario che ha rapporti con alcuni cambisti del casinò di Campione e con certe banche svizzere. Abbiamo una valigetta con 15 milioni di lire. L’armiere ci consegna 40 pezzi”. Fu la Digos, qualche anno fa, a sequestrare oltre 200 mitra e altrettante pistole mitragliatrici portate, in soli 6 mesi, dalla Svizzera in Lombardia. 

Finita l'epoca dei tesori in banca: Una delle più fiorenti attività condotte dalle organizzazioni criminali in Svizzera rimane quella del riciclaggio di denaro sporco, frutto dei proventi delle loro attività illegali.
Riciclare comporta di nascondere tale denaro, eventualmente dandogli una parvenza finale di provenienza lecita o utilizzando il denaro sporco per acquistare una casa o un attività commerciale di qualsiasi tipo oppure utilizzando complessi strumenti di finanza strutturata.
Fino ad epoca recente era nelle banche svizzere che gli inquirenti trovavano i tesori della mafia e della ‘ndrangheta: conti bancari aperti grazie all’aiuto di qualche  funzionario compiacente e che metteva al sicuro i milioni di cui la criminalità aveva bisogno per continuare a condurre le proprie attività. 


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Lingotti d'oro e cassette di sicurezza: Dal 2013 le banche hanno iniziato ad applicare la strategia del denaro dichiarato: vengono aperti nuovi conti a cittadini stranieri solo se sono fiscalmente in regola. Per quelli già esistenti gli istituti limitano il prelievo di denaro contante mentre per la loro chiusura è richiesto di indicare una destinazione chiara e tracciabile. In base poi alla nuova legge antiriciclaggio, tutti gli intermediari sono obbligati a segnalare all’Ufficio federale di comunicazione i sospetti di riciclaggio. Come sempre accade però, fatta una legge si trova anche il modo di bypassarla, ed ecco prendere sempre più piede l’acquisto di lingotti d’oro e l’utilizzo delle cassette di sicurezza. Ed è proprio il Ticino ad essere indicato come il nuovo paradiso per chi vuole nascondere tesori alla giustizia e al fisco. Nel primo caso sono spesso le banche ad indicare al cliente-evasore a quali commercianti di oro rivolgersi: con un bonifico il cliente acquista dei lingotti d’oro che poi rivende il giorno dopo. A fronte di una piccola perdita di soldi, legata al loro valore fluttuante, l’evasore ha però la garanzia di recuperare gran parte di quel denaro contante che la banca non gli può far  prelevare. Dopo di che, solitamente, il contante viene depositato in una delle tante cassette di sicurezza affittate da società private, divenendo invisibile per il fisco e la giustizia.

Un centinaio di società del mirino: Per quanto riguarda l’utilizzo di queste ultime dal parte della criminalità organizzata, tantissime sono le attività investigative della polizia che portano dritto in Ticino e in special modo a Lugano. La strategia del denaro pulito e l’imminente entrata in vigore della normativa sullo scambio delle informazioni finanziarie, ha di fatto notevolmente ridotto i margini di manovra per chi ha la necessità di occultare al fisco il denaro frutto di evasione e riciclaggio. Da qui il crescente utilizzo delle cassette di sicurezza di cui ormai dispongono anche le società di traslochi, quelle fuori dal circuito bancario e non soggette ad alcun controllo. Per prenderle in affitto, con formula ‘self storage box’ in Ticino basta un documento di identità: si stima che nel Canton Ticino siano circa 50 mila cassette di sicurezza nelle banche e quindi perfettamente legali e legate ad un conto corrente. Di queste, circa un centinaio sono state affittate da una società sotto inchiesta per reati finanziari. Acconto a queste ci sono, come detto, tutte quelle messe a disposizione dagli istituti privati che in alcuni casi sono subentrati negli stessi locali dove un tempo c’erano gli uffici bancari, e che sono fuori da tutti i controlli. Per questo motivo da più parti si invoca la necessità di strumenti normativi più agili e precisi che vadano a colpire le organizzazioni criminali nei loro beni, indebolendone in questo modo le attività criminose. Magari con una normativa come quella italiana per la quale è possibile confiscare e congelare capitali mentre è in corso una inchiesta: in Svizzera invece ciò è possibile solo per motivi certi e fondati e per brevi periodi e ciò significa indebolire la capacità d’azione della magistratura. 

I tentacoli degli appalti: Un altro ambito in cui è accertata e molto diffusa la presenza della criminalità organizzata è quello degli appalti. Strade, palazzi, infrastrutture costruite con materiale scadente da criminali senza scrupoli il cui unico obiettivo è il profitto. Sono 40 anni che la ‘ndrangheta investe e acquista immobili in Svizzera: in uno studio del 2008 l’Istituto di ricerca Eurispes aveva stimato in 44 miliardi di euro il giro d’affari della mafia calabrese. A fare la differenza, come detto, sono i prezzi applicati assolutamente fuori mercato e dovuti all’utilizzo di lavoratori in nero e ai materiali scadenti che vengono pagati una cifra e rincarati anche di dieci volte l’originario valore. Vi è poi il carosello dei subappalti che nessuno controlla e rendono più facili le infiltrazioni mafiose in questo campo. O meglio, i controlli vengono fatti ma gli ispettori sono troppo pochi; ecco il motivo per cui l’80% dei cantieri controllati nel Canton Vaud e il 50% a Ginevra risultano fuori norma. La polizia federale non si occupa di questa materia e i controlli sono demandati ai cantoni i quali hanno pochi funzionari a disposizione, con il rischio che le aziende sane e che operano nella legalità, scoraggiate dallo stato di fatto, lascino il mercato a quelle legate al crimine  organizzato. 

Il boss "Peppe la mucca": Come dichiarato dal sostituto procuratore della Dda di Reggio Calabria “gli appalti pubblici sono in cima al programma politico della ‘ndrangheta ed è il loro terreno di conquista. Lo fanno per mettere le mani sui soldi pubblici, controllare le imprese di settori vitali dell’economia e controllare il mercato del lavoro”. Recenti inchieste sulla ‘ndrangheta ha infatti evidenziato come alcuni boss conducevano una esistenza al di sopra di ogni sospetto proprio in Svizzera e si arricchivano, tra le altre cose, con gli appalti truccati: tra loro Giuseppe Larosa, noto come ‘Peppe la mucca’, che risiedeva in un tranquillo villaggio dei Grigioni o come il capocosca calabrese Antonio Nesci che abitava da anni a Frauenfeld. 

Mafia e giustizia: analisi del sistema giudiziario e le possibili soluzioni


Keystone
Il Procuratore generale della Confederazione Michael Lauber

Alla ricerca di nuovi strumenti giudiziari: Per contrastare efficacemente un nemico potente come la mafia servono  strumenti giudiziari adeguati. Nulla si può fare davanti a un nemico veloce e capace di mimetismo se  si è dotati solo di una macchina giudiziaria farraginosa e lenta.  L’argomento, che diviene di scottante attualità a seconda che i media diano spazio alla notizia di qualche arresto eccellente o ad operazioni di polizia contro il crimine organizzato, divide e fa discutere. Da una parte ci sono magistrati come Michael Lauber che è stato procuratore generale della Confederazione il quale, in una famosa intervista rilasciata alla ‘Nzz am Sontag’ lamentava armi giuridiche spuntate nella lotta contro la mafia. “La semplice appartenenza ad una organizzazione criminale non è requisito sufficiente per una condanna. Bisogna provare che la persona abbia sostenuto concretamente l’organizzazione con attività criminali”. Davanti a questa inerzia  giuridicamente imposta ai magistrati, lo stesso Lauber, pur criticato da tanti colleghi e parti politiche, ha deciso dal 2012 di avviare procedimenti solo in presenza di fatti provati. 

Una pena irrisoria: Oggetto della questione è l’articolo 260 ter del Codice penale che ha introdotto il reato di organizzazione criminale e che proprio il Tribunale di Lugano ha applicato per la prima volta nel 2003. Tale articolo prevede una pena edittale di 5 anni, considerata abbastanza irrisoria per il tipo di reato punito. Secondo tale articolo inoltre non basta  essere legato ad una organizzazione criminosa ma occorre aver compiuto degli atti in tal senso per essere perseguiti. E’ proprio tale fardello probatorio a carico dei magistrati che sarebbe il vero nodo da risolvere introducendo delle norme simile a quelle in vigore in Italia, dove il solo fatto di essere legato ad una organizzazione criminale, anche in assenza di reati imputabili al momento, è sufficiente per essere imputati in un procedimento penale. Entrato in vigore il 1 gennaio del 2011, il nuovo codice di procedura penale stabilisce il principio per cui i reati saranno perseguiti e giudicati secondo le stesse norme processuali senza più l’applicazione della procedura penale cantonale e la procedura penale federale.

Una battaglia sul piano internazionale: L’Ufficio dei giudici istruttori è stato abolito e sostituito con il Ministero pubblico della Confederazione. Un codice di procedura fortemente criticato come troppo ‘buonista’ ma difeso dal Consiglio federale come sufficiente e adeguato, permettendo di perseguire e punire i reati associativi commessi nell’ambito di una organizzazione criminale e la partecipazione ad una organizzazione criminale anche in assenza di reati commessi. Di certo molto è stato fatto in Svizzera per arginare le infiltrazioni mafiose nel suo territorio.
La vera sfida rimane l’incentivazione della collaborazione a livello internazionale: occorre un approccio investigativo a più ampio raggio fatto di coordinamento e scambio di informazioni con l’estero. La criminalità organizzata si muove contemporaneamente su più terreni e sarebbe controproducente pensare di svolgere le inchieste su di un campo ristretto e non di concerto con le altre autorità inquirenti.

Serve una solida coscienza civile: Altra cosa poi, non meno importante, è costruire una solida coscienza civile capace di cogliere i segnali della presenza del fenomeno mafioso come la corruzione o l’intimidazione. La gente è portata a pensare che se non ci sono eventi criminosi conclamati, come morti ammazzati, non ci sia nulla di cui preoccuparsi ma, come visto, i malavitosi hanno tutto l’interesse a non manifestarsi, a mimetizzarsi il più possibile con la società civile, operando nell’ombra e grazie alla consulenza di persone ben inserite.

Michael Lauber, Procuratore generale della Confederazione

«Il nostro Paese non è immune da questa forma di criminalità. Le organizzazioni criminali di stampo mafioso hanno acquisito la forza necessaria per penetrare l’economia legale e la Svizzera, che non fa eccezione ad altri Paesi europei e già solo per apertura culturale e per la condizione di benessere diffuso, offre terreno fertile per l’attecchimento del fenomeno criminale. In Svizzera non possiamo parlare di una presenza sistemica delle organizzazioni mafiose ma di una dimensione propria, diversa rispetto a quella del Paese dove hanno origine e dove presentano un forte legame con il territorio e si prefiggono di controllarlo e di sviluppare sinergie sociali, economiche politiche e culturali per condurre attività illegali. Le organizzazioni criminali operano dove trovano più conveniente farlo e aggrediscono laddove si presenta l’occasione favorevole, in diversi Cantoni della in Svizzera con l’insediamento di persone o strutture operative già solo con finalità di riciclaggio di denaro e di reimpiego dei profitti illeciti. Il Ticino non risulta essere il solo Cantone colpito dal fenomeno criminale. Le organizzazioni mafiose investono importanti capitali e cercano vantaggi economici o materiali nei più disparati settori dell’economia. L’edilizia e la ristorazione ne sono un esempio».

 

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