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14.02.19 - 13:300
Aggiornamento : 27.02.19 - 14:47

Cronaca di un naufragio annunciato

Andrea Stephani, candidato al Consiglio di Stato e al Gran Consiglio per i Verdi

Ad aprile manca ancora un mese e mezzo, ma la campagna in vista delle prossime Elezioni cantonali sembra essere entrata nel vivo. Le pagine dei giornali si riempiono di contributi elettorali, gli aperitivi spuntano come funghi dopo un temporale ed i palinsesti televisivi vengono stipati di dibattiti e confronti. Dichiarazioni, promesse, polemiche: la politica (o la propaganda, a seconda dei punti di vista) sembra invadere ogni secondo della nostra quotidianità.

Cercando rifugio da questo profluvio di facce sorridenti e opinioni non richieste, in una rara serata di zapping televisivo, deciso a concedermi una pausa, mi imbatto in Titanic di James Cameron. A causa delle continue interruzioni pubblicitarie, dopo pochi minuti chiudo gli occhi e mi accorgo che, estrapolati dal contesto, i dialoghi del film ricordano molto alcune frasi fatte che spesso riecheggiano nei dibattiti politici. Basta semplicemente sostituire la parola “Titanic” con “progresso” o “crescita”.

Pensateci: il Titanic era considerato l’inaffondabile simbolo di un progresso ritenuto inesorabile, ineluttabile ed inarrestabile. Il Titanic era il prodotto di quell’evoluzione tecnologica che offre all’uomo l’illusione di dominare la natura. Il Titanic, ovvero la nave più lussuosa dell’epoca, era un vero e proprio monumento allo sfarzo e all’opulenza, che nel contempo incarnava, con la sua rigida divisione tra passeggeri di prima e di terza classe, le contraddizioni e le disparità sociali figlie della Rivoluzione industriale.

E allora ho capito. A distanza di più di cento anni, la nostra società è ancora a bordo del Titanic. D’accordo, al giorno d’oggi abbiamo raggiunto l’apice dell’evoluzione tecnologica e dell’interconnessione globale. La società industriale ha partorito la società dei consumi che si è poi trasformata nella società degli sprechi e dei bisogni indotti dalla pubblicità. L’idea dominante che sta però alla base di questo modello di società è sempre il dogma della crescita della produzione di merci che oggi comporta uno sfruttamento scellerato delle risorse – in primis il territorio ed il lavoro dell’uomo – ed una produzione enorme di rifiuti. Insomma, viviamo in quella che, tra qualche millennio, verrà forse ricordata come l’Età della plastica.

Non ci rendiamo neppure conto che questo modello dominante – insostenibile sotto tutti i punti di vista – ci sta portando diritti verso l’iceberg della catastrofe climatica e verso un naufragio annunciato. Inoltre, il continuo oltrepassare la soglia della sostenibilità ambientale genera un aumento delle iniquità sociali e scava un fossato sempre più profondo tra i paesi sviluppati ed il resto del mondo. Tra chi muore di fame e chi muore per patologie legate all’obesità. Oltre cento anni fa, il naufragio del Titanic conquistava la prima pagina dei giornali di tutto il mondo; oggi migliaia di sgangherati gommoni, figli bastardi del lussuoso transatlantico che incarnava splendori e miserie della lotta di classe, affondano nel Mediterraneo nel silenzio e nell’indifferenza di molti.

Nelle società del benessere, come quella in cui abbiamo la fortuna di vivere perché abbiamo avuto la fortuna di nascerci, la crisi degli ultimi anni non ha colpito tutti indistintamente; anzi, si è tradotta in una ridistribuzione della ricchezza complessiva che ha spinto moltissime persone in basso, verso la soglia della povertà, al punto da considerare normale – per famiglie che possono magari contare su ben due stipendi – la necessità di ricevere sussidi e contributi statali per compensare salari sempre più bassi, mentre – ecco l’inquietante rovescio della medaglia – i ricchi hanno continuato a banchettare a ostriche e champagne sul ponte di prima classe, aumentando i propri patrimoni e beneficiando di sgravi e amnistie fiscali.

Il prossimo aprile, sul ponte di terza classe di questa moderna versione del Titanic, ci saremo anche noi Verdi. Saremo lì, sulla torretta, a fianco del marconista, a guardare l’orizzonte e a lanciare un grido d’allarme, ma anche a proporre un cambiamento di rotta, ovvero l’unica manovra che ci eviterebbe una collisione devastante. No, non contro un iceberg; quelli sono sempre meno. Questa volta ci schianteremo contro le nostre responsabilità ambientali.

Mentre sul ponte di prima classe, l’orchestra continua a suonare la solita musica fatta di polemiche tipiche di una politica fatta solo di affari di bottega, noi Verdi proponiamo il recupero di un modello alternativo che promuova una società più sostenibile. Più equa verso le nuove generazioni. E più solidale.

Oltre cento anni fa, proprio in una notte di aprile, si inabissava il Titanic. Per le elezioni del prossimo aprile, invece, sarebbe bello convincere quante più persone possibili a sostenere i Verdi e ad unirsi al nostro grido d’allarme. Con la consapevolezza che un’inversione di rotta non sia soltanto auspicabile ma rappresenti anche l’unica soluzione possibile perché, proprio come sul Titanic, l’alternativa non prevede abbastanza scialuppe per tutti.

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